Il Tempo, lo Spazio e noi

Da Terence McKenna, a Philp K. Dick, passando per Teilhard de Chardin, Dante ed Interstellar: la nuova fisica del tempo, concezioni e misconcezioni del suo scorrere lineare e come la scienza stia dimostrando che non veniamo "spinti" da eventi avvenuti nel passato, ma piuttosto "attratti" da eventi che devono ancora accadere nel futuro - per come lo intendiamo noi.
Da Terence McKenna, a Philp K. Dick, passando per Teilhard de Chardin, Dante ed Interstellar: la nuova fisica del tempo, concezioni e misconcezioni del suo scorrere lineare e come la scienza stia dimostrando che non veniamo "spinti" da eventi avvenuti nel passato, ma piuttosto "attratti" da eventi che devono ancora accadere nel futuro - per come lo intendiamo noi.

Ne siamo immersi sin dal momento in cui veniamo al mondo e ci accompagna, puntale ed inesorabile, sino al momento della nostra morte; passa più in fretta in compagnia dell’amata, come già osservato da Einstein, ma sembra non passare mai in compagnia della pro-Zia Mildred; evanescente ed ineludibile, passa nel momento in cui lo menzioniamo, per non tornare mai più e senza fermarsi mai: il Tempo.

Sembrerà assurdo al lettore che non si occupa di queste tematiche ma invero – nell’anno di Nostro Signore 2020 – sappiamo ancora ben poco di cosa sia, effettivamente, il Tempo; di come scorra e se, in verità, scorra davvero. Sempre lo stresso acuto lettore immaginiamo stia storcendo il naso ora, e a ragione, stia pensando “Ma no! Il tempo scorre eccome! Le piante che non annaffio dal mese scorso sono morte, la mia barba è cresciuta ed io mi sto annoiando così tanto in quarantena da non saper più come far passare il Tempo”, tutte osservazione giustissime e lecite – se non fosse che tutto quello che state testimoniando non sia lo scorrere del tempo, bensì gli effetti del secondo principio della termodinamica e del consumarsi delle telomerasi nel DNA di ogni cosa vivente che fa si che le cose invecchino, deperiscano e infine – regina Elisabetta a parte – muoiano. Ma questi sono tutti fenomeni che avvengono nel tempo, senza però spiegare cosa esso sia – e per un motivo ben preciso: perché non lo sappiamo. Un po’ come la gravità o l’elettricità infatti, sono cose che viviamo, osserviamo ed utilizziamo ogni giorno senza in fondo sapere davvero cosa siano e la scienza offusca questa imbarazzante situazione del sapere sotto una coltre di formule complesse ed una serie di argomentazioni azzeccagarbugliesche.

“Non bisogna ragionare secondo sequenze lineari. L’acqua di queste fontane non lo fa. La natura non lo fa, la natura ignora il tempo. Il tempo è un’invenzione dell’Occidente.” – Umberto Eco, Il Pendolo di Foucault, pag. 358

Una volta quindi indirizzato il nostro, e anche vostro ora, interesse su questo tematica, cerchiamo dunque di analizzarla nel tempo – senza ombra di giuochi di parole – per come l’hanno affronta ed interpretata chi ci ha preceduto. Per quasi tutta l’antichità e la maggior parte della sua civiltà il Tempo – oltre ad essere il padre dell’universo – non aveva anzitutto carattere lineare ma circolare, vale a dire che per la maggior parte delle civiltà della storia il tempo ha sempre avuto una qualità e struttura ripetitiva: dall’ iChing dei taoisti cinesi sino ai Dogon dell’Africa, era ferma e ferrea la nozione si come il tempo sia una cosa ciclica, una spirale di eventi destinati a ripeteresti per tutta eternità, in epoche diverse, l’una in risonanza con l’altra, ossia con avvenimenti ed epoche precedenti che altro non sono che un richiamo del passato. Dal concetto di Karma, al deja-vù, dalla reincarnazione degli Indù, all’Eterno Ritorno di Nietzsche, tutto ciò deriva da questa idea primordiale, un topos primordiale dell’umanità che vuole che ciò che ci è già accaduto sia destinato a riproporsi e ripetersi.

Il Tempo non sarebbe dunque altro che una costante presente, interpretato e diviso dal nostro cervello – per convenienza, dato che cacciare la gazzella nel presente è cosa abbastanza utile – in passato, presente e futuro. Ora, tralasciando ma tendendo comunque a mente questa profonda intuizione, propria di Buddisti, Taoisti e Stoici, che vi è solo l’adesso (osservazione fra l’altro facilmente intuibile subito da ognuno di noi nel realizzare che, se il passato è ciò che è appena stato, il futuro è ciò che appena dopo sarà ma non è ancora, e che ergo tutto ciò abbiamo in verità è ora) occorre allora interrogarsi su come abbiamo deviato da questa saggezza antica e siamo invece entrati nella dannazione dello scorrere del tempo e sul come e perché abbiamo o iniziato a definirlo ed interpretarlo così. In breve, fu la fine del mondo antico e l’avvento della tradizione giudaico-cristiana, con la sua storiografia, a cambiare tutto. Ovverosia, tutto cambiò una volta che l’uomo iniziò a contemplare il Creato come un fenomeno immerso nel tempo e non estemporaneo da esso: giacché Dio ha creato il cosmo all’inizio dei tempi va da sé che vi sarà una fine – l’escatologia – ove Egli ci giudicherà tutti (senza dimenticare poi che, in Genesi, Egli crea la terra e l’universo per estensione simbolica in fasi – ergo il tempo è pre-esistente alla creazione, a differenza del più moderno concetto di Big Bang che crea tempo e spazio allo stesso tempo, dando vita, oltre che all’Universo, alla quasi imbarazzante domanda logica: cosa ha creato il Bing Bang e cosa c’era prima? Non ci è dato sapere. Dio 1-Big Bang 0, ma non cadiamo in polemiche scientifico-dottrinali).

Una volta che il cristianesimo vinse e la nozione e scansione del suo tempo prevalse fra i popoli della terra, (non a caso da un emisfero all’altro siamo nel 2020, dopo Cristo) il tempo iniziò a scorrere in maniera lineare, ad andare sempre da A a B, ad esservi una causa ed un effetto senza che queste possano essere invertite e, soprattutto, si insinuò in noi l’idea che esso, il tempo, ad un certo dovrà finire – e da quel momento che esso, imperterrito, ha iniziato a scorrere inesorabilmente in avanti. Sino al comparire sulla scena della fisica quantistica ed, ancor più significativamente, di quella olografica.

Fu infatti durante tutta una serie di recenti esperimenti cruciali per la fisica moderna che furono dimostrati due concetti fondamentali ma largamente ignorati ed ignoti ai più: la natura frattale ed olografica dell’universo e la sua non-località. Tralasceremo qua la prima di queste scoperte, di poco interesse per l’argomento trattato, concentrandoci invece sull’ultima: la non-località – vale a dire la scoperta che l’universo non è in un determinato punto e determinato tempo, ma che è ovunque ed è sempre stato e che la nostra mente – da cui perviene la percezione di tutto il mondo intorno, incubo il tempo – interpreta lo spazio-tempo come un qui ed un lì. In altre parole: ci avevano azzeccato più gli antichi di noi – ma a rendere la cosa ancora più interessante è che questo status quo, oltre che essere stato intuito dai miti, le tradizioni, le leggende e le religioni come prima menzionato, fu intuita più di recente anche da scrittori di fantascienza come Philip K. Dick (autore di Blade Runner, L’uomo nell’Alto Castello e Minority Report, giusto per dirne alcuni), registi come Christopher Nolan in Memento, Interstellar ed probabilmente nel prossimo Tenet (leggetelo al contrario), etno-botanici e ricercatori psichedelici come Terence McKenna e, non in ultimo, da filosofi come il gesuita Teilhard de Chardin, che per primo ri-postulò in tempi recenti come tutto l’universo stia andando verso una ricongiunzione con un Omega Point nel futuro al quale tutto il Creato tende.

Diamo ora il benvenuto all’ultimo concetto-collante che introdurremo in questa trattazione: quello degli attrattori strani della matematica, giacché è solo di recente che esperimenti condotti in fisica e definiti in matematica stanno dimostrando come l’entropia – ossia la tendenza da parte dell’Universo ad andare da uno stato di disordine ad uno stato di ordine – segua in verità delle precise formule e ritmi matematici e che tutto stia andando in una precisa direzione in quello che noi percepiamo come futuro – ma che in realtà è già accaduto – e che noi, immersi nel fenomeno e nel tempo come siamo, percepiamo come tale. Il tempo, in sostanza, farebbe l’opposto di ciò che pensiamo: farebbe sì che gli eventi non accadano tutti in un istante ma siano distanti l’uno dall’altro. Come intuì Faulkner: il passato non è mai morto, anzi, non è mai davvero passato ma, assieme al futuro, è co-presente con il presente.

Il Logos, l’Omega Point – nella sua versione religiosa – Dio, non sarebbero altro allora che il realizzarsi di questi procedimenti fenomenici nel tempo e nella storia, in marcia verso un Attrattore Finale – ciò a cui tutto tende. Il che ci fa pensare agli stupendi versi della visione beatifica di Dio in Dante: “Nel suo profondo vidi che s’interna, legato con amore in un volume, ciò che per l’universo si squaderna,” ovverosia Dante percepisce Dio come Colui che vede tutto lo svolgersi degli eventi della storia con egual chiarezza in un solo momento – il punto di attrazione finale di ogni processo fenomenico del mondo. Ecco allora che inizia a profilarsi per noi un quadro ben preciso: l’illusione del libero arbitrio che cela in sé invece un percorso ben determinato e deciso probabilmente da noi stessi prima di esistere individualizzati e senza ricordarcene. Il nostro passato affonda le sue radici nel futuro.

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