La burocrazia terrestre

Anche l’Italia ha i suoi "mandarini" con i quali Giorgia Meloni deve fare i conti: i dirigenti della pubblica amministrazione che da un quarto di secolo governano la macchina dello Stato.

Esiste un saggio sconosciuto ai più che si intitola La Burocrazia Celeste, scritto da Etienne Balazs, storico francese di origine ungherese, che ogni apprendista stregone o apprendista statista dovrebbe leggere. Per sopravvivere, per stare al mondo, per governare il gioco del mondo. Balazs, in circa 373 pagine, analizza il ruolo dei funzionari-letterati, i cosiddetti “mandarini di Stato”, coloro che lo Stato lo incarnano e hanno trovato nel confucianesimo la “perfetta espressione ideologica” con l’unico obiettivo di mantenere unito un Paese immenso come la Cina. Gli imperatori regnano, passano; i funzionari-letterati governano, restano; i mercanti e gli imprenditori, si combattono.  È questa classe burocratica onnipotente, capace di perpetuare sé stessa in ogni vicissitudine storica, che per più di duemila anni di storia, a partire dalla sua fondazione alla fine del III secolo a.c. ha gestito l’Impero Celeste in maniera dispotica, forse l’unica via possibile.

Ogni Stato ha la sua storia, le sue specificità, pertanto le logiche di potere sono più o meno le stesse, in tutte le latitudini. Se non è celeste, la burocrazia è terrestre, e qualunque Presidente del Consiglio quando entra nel Palazzo, deve farci i conti. Si scrive Pubblica Amministrazione, si legge “sottogoverno”. Chi quel capolavoro di Etienne Balazs lo conosce bene è Luigi Bisignani che il 27 novembre in un articolo apparso su Il Tempo ha mandato un “consiglio non richiesto” alla premier e leader di Fratelli D’Italia che è anche un avvertimento:

 “Giorgia Meloni dichiari guerra ai mandarini di Stato”.

Il tempismo non è casuale perché sono passati i 45 giorni di legge previsti dal giuramento dei ministri per aprire il ballo delle grandi nomine dei burocrati che guideranno la macchina dello Stato. Sono loro grand commis, uomini e donne forti con destini forti, che si muovono dalla magistratura amministrativa e contabile, da segretari generali a capi dipartimento, i quali a loro volta, “collocano” a cascata una cerchia di fedelissima nei posti di vertice delle varie amministrazioni. In queste ore sono in corso le manovre dello spoils system (regolato per legge dal 2002) a Palazzo Chigi, e secondo quanto trapela, a parte qualche aggiornamento (Angelo Borrelli, Michele Palma e Andrea Abodi per citarne alcuni), Giorgia Meloni, che si muove con estrema prudenza, sembrerebbe orientata ad attingere da quel serbatoio di “giurisperiti” – magistrati, avvocati dello Stato o dirigenti di prima fascia della stessa Presidenza – che da un quarto di secolo scalano e si scambiano le vette dei vari dipartimenti e agenzie (Carlo Deodato, Stefano Varone, Paola D’Avena, Elisa Grande, Diana Agosti, Gilda Siniscalchi, Flavio Siniscalchi, per citarne solo alcuni). Al momento l’unica differenza, in ambito economico in particolare come evidenzia Giovanni Pons su Rep, e rispetto al Governo Draghi, il quale si era affidato alla scuola tecnica di Sabino Cassese, è di aver individuato figure che in passato avevano lavorato al Mef con Giulio Tremonti e Vincenzo Fortunato (allora suo capo di gabinetto). Non a caso Palazzo Chigi Giorgia Meloni si è fatta affiancare da Gaetano Caputi, ex segretario generale della Consob, anziché da un esterno come all’inizio sarebbe dovuto essere. La replica di Bankitalia al testo della manovra è un piccolo segnale di rottura, ma non è il punto di rottura. Ma soprattutto la strategia psicologica prima ancora che politica dei funzionari della macchina dello Stato di far sentire i nuovi arrivati degli “improvvisati” che devono affidarsi a chi la macchina dello Stato la amministra da decenni. Qui c’è anche il vincolo di Mario Draghi con la nomina poco prima di lasciare Palazzo Chigi di Alessandro Rivera, direttore generale del Tesoro, che deve fronteggiarsi con il ministro Giorgetti e il suo capo di gabinetto.

Più volte abbiamo scritto su queste colonne che “governare” e “occupare il potere” sono tutt’altro che sinonimi. Vincere le elezioni, già questa un’impresa, è solo il primo passo in realtà per “un assalto alle istituzioni” che brutalmente deve portare “al cambio delle mentalità” e “al controllo delle menti”. Fa parte del gioco, una regola più che legittima, di cui gli avversari di Giorgia Meloni sono maestri. È un processo lungo, che può durare venti, trenta, quaranta, cinquant’anni se necessario e che passa dalla circolazione “paretiana” delle élite (le grandi nomine appunto) al consolidamento di queste nei gangli dello Stato profondo, dall’inversione della crisi demografica (politiche per la natalità) fino all’azione diretta nei centri permanenti di formazione delle nuove generazioni (scuole, accademie, università, media, internet, ecc.) in vista di un ricambio generazionale. E infine, con la progressiva sostituzione delle élite in tutti i vertici dello Stato che significa appunto occupare integralmente il potere e governare per sempre. Come insegnano i funzionari-letterati, della burocrazia celeste, loro padroni del gioco, non da un quarto di secolo bensì da qualche millennio.

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