OGGETTO: Il naufragio della strategia
DATA: 24 Agosto 2026
SEZIONE: Sicurezza
FORMATO: Analisi
AREA: Europa
Diritto, potenza e disordine in Ucraina: la guerra ha mostrato i limiti di una strategia fondata sull’idea che la superiorità tecnologica, l’attrito economico e la prosecuzione indefinita del conflitto possano condurre alla vittoria. L’invasione russa viola il diritto internazionale, ma comprenderne le cause non significa giustificarla. Significa interrogarsi sul rapporto tra diritto e potenza e sulle conseguenze dell’allargamento dell’ordine occidentale dopo la fine della Guerra fredda. Alla fine, la questione decisiva non sarà soltanto come vincere la guerra, ma quale ordine europeo costruire dopo di essa.
VIVI NASCOSTO. ENTRA NEL NUCLEO OPERATIVO
Per leggere via mail il Dispaccio in formato PDF
Per ricevere a casa i libri in formato cartaceo della collana editoriale Dissipatio
Per partecipare di persona (o in streaming) agli incontri 'i martedì di Dissipatio'

C’è del metodo nella follia del disordine globale. O almeno dovrebbe essercene nell’analizzarlo. Per non disperderci, limitiamoci alla guerra russo-ucraina. Non perché esaurisca il problema dell’attuale (e, temiamo, duraturo) disordine mondiale, ma perché ne concentra quasi tutte le illusioni: la fede nella tecnologia, la confusione tra diritto e potenza, l’idea che spiegare equivalga a giustificare; e soprattutto, la convinzione che una guerra possa essere combattuta senza interrogarsi sui concreti interessi in gioco, senza collegare (né tantomeno subordinare) l’azione militare a una strategia politica coerente. In breve, senza misurare a fondo le effettive prospettive di successo e, più in generale, gli effetti di lungo periodo delle proprie scelte sugli equilibri geopolitici[1]. E poiché il lettore non deve confidare nell’autorità di chi scrive, ma nella consistenza dell’argomento, andiamo agli argomenti. Partendo dal più vicino per arrivare al più lontano.

I. La Russia non deve vincere

Cominciamo dalla tesi sulla quale abbiamo investito quattro anni di strategia: poiché la Russia, attaccando l’Ucraina, ha violato il diritto internazionale non possiamo permetterle di uscirne vittoriosa. Occorrono più missili, non più diplomazia. Prolungando la guerra, Mosca sarà costretta alla resa. Rifornire l’Ucraina di continue (e crescenti) dosi di burro e cannoni produrrà la sconfitta strategica della Russia sul campo. La diplomazia verrà dopo, a sanzionare il ripristino dello status quo ante e con esso il principio che l’ordine basato su regole non può essere sfidato.

Il problema è che, come qualche diplomatico e generale non solo americano ebbe l’imprudenza di dire in tempi non sospetti[2], la Russia questa guerra difficilmente la perderà. Potrà essere economicamente dissanguata e costretta a pagare un prezzo enorme per ogni chilometro conquistato. Potrà subire sconfitte, perdere uomini, mezzi, navi, raffinerie. Tutto vero. Ma subire perdite, anche enormi, non significa perdere una guerra. Una collezione di successi tattici non produce necessariamente una vittoria strategica. La domanda che dovremmo porci è dunque se l’Ucraina disponga, o possa ragionevolmente disporre, dei mezzi necessari a imporre alla Russia la rinuncia ai suoi obiettivi essenziali.

Qui la risposta diventa meno piacevole. Perché la guerra non è un videogioco, come sembra invece credere chi ritiene di aver decifrato il senso degli eventi sfogliando il catalogo dei formidabili droni prodotti in massa (e in casa) dagli ucraini. Illudendosi, ancora una volta, che una nuova arma – questa volta il drone – possa magicamente alterare la traiettoria e l’esito finale del conflitto. La fallacia dell’argomento risiede nel fatto che l’innovazione tecnologica non ha abolito i fondamentali dell’arte della guerra. I droni hanno trasformato il campo di battaglia, moltiplicato la capacità di osservazione e di distruzione, reso costosissime le concentrazioni di forze. Non hanno però cancellato la geografia, la demografia, l’industria, la capacità di mobilitazione.

Un drone da poche migliaia di dollari può distruggere un carro da milioni. Ma non può fabbricare gli uomini che scarseggino, occupare una provincia, produrre munizioni, sostituire una generazione perduta o trasformare venti milioni di abitanti in centoquaranta. Alla fine, restano gli uomini, i mezzi, le munizioni, la profondità strategica, la capacità di assorbire perdite. Dacché in una guerra d’attrito non conta soltanto quanto si perde. Conta chi può permettersi di perdere più a lungo. La Russia dispone di una popolazione maggiore, di maggiori risorse, di una base industriale più ampia e di una profondità territoriale che l’Ucraina semplicemente non possiede. In sintesi: Mosca può sostenere perdite enormi – e infatti le sostiene – senza che ciò implichi per ciò stesso la sua sconfitta strategica. È dunque vero che l’escalation ucraina stia infliggendo alla Russia costi impressionanti. Ma tutt’altra cosa è possedere i mezzi necessari per imporle la capitolazione – o più realisticamente la rinuncia ai suoi obiettivi strategici (in negativo, l’imposizione della neutralità a Kiev; in positivo, la riaffermazione di una sfera di influenza sul suo “estero vicino”, bližnee zarubež’e).

A questo si aggiunge qualcosa che le statistiche non misurano: la Russia ha da tempo trasformato la guerra in una questione esistenziale: non soltanto per il controllo di territori ai propri confini che per secoli hanno fatto parte del suo impero, ma per la propria sovranità strategica e per il ripristino (leggi riconoscimento) del proprio status di grande potenza.

Si possono giudicare questi obiettivi paranoici, imperialisti, antistorici. Non cambia il problema. Nelle relazioni internazionali conta ciò che gli Stati (e i loro popoli) percepiscono come vitale. Più in alto della realtà o delle intenzioni di chi agisce, diremmo parafrasando Heidegger, contano le percezioni di chi quelle azioni le subisce. Quando una grande potenza ritiene che siano in gioco la propria sicurezza, sovranità e posizione nel sistema internazionale, la quantità di dolore che è disposta a sopportare cresce enormemente. Come insegna (tra i tanti) Gilpin, una grande potenza che ritiene di combattere per un interesse esistenziale accetterà costi che non accetterebbe per un interesse marginale[3].

La conclusione è che se l’Occidente non intende entrare direttamente in guerra con la Russia – e c’è da augurarsi che nessuno voglia cimentarsi nuovamente nell’impresa che riuscì così bene a Napoleone e Hitler – prolungare indefinitamente il conflitto non garantisce la sconfitta russa. Garantisce invece qualcosa di assai più certo: l’ulteriore distruzione dell’Ucraina. Nell’immediato, dunque, la domanda non è quanto ancora possiamo far pagare a Mosca; è quanto siamo ancora disposti a dissanguare Kiev nel tentativo di sconfiggere la Russia.

Nel medio e lungo termine, invece, si pone il problema di come intenderemo trattare con la Russia quando questa avrà dimostrato di non poter essere sconfitta nella guerra d’Ucraina. Se la risposta è, come vorrebbe un certo bellicismo da salotto, in cui riaffiora il sapore di un’antica ebbrezza futurista per la guerra, spingere l’escalation fino sull’orlo del conflitto nucleare, allora occorrerà almeno domandarsi quale fosse – o sia diventato – l’obiettivo della strategia occidentale in questa guerra: difendere l’integrità dell’Ucraina o perseguire, attraverso il conflitto d’Ucraina, il ridimensionamento strategico della Russia.

Nel secondo caso il paradosso sarebbe notevole: nel tentativo di dimostrare l’infondatezza della percezione russa della minaccia occidentale, si finirebbe per confermarla: soffiare sul fuoco del conflitto fratricida tra due popoli slavi non avrebbe tanto lo scopo di difendere l’Ucraina, ma di indebolire e ridimensionare la Russia come grande potenza[4]. In tal caso la strategia del caos avrebbe senz’altro del metodo, ma anche un difetto: potrebbe condurre con estrema facilità ad un’ecatombe nucleare. Un prezzo singolarmente alto per una strategia concepita per salvare l’Ucraina, frantumata nel frattempo sull’incudine della strategia che avrebbe dovuto preservarla. E un esito contradditorio per una politica che avrebbe dovuto rafforzare l’Europa. L’irrazionalità comincia quando salvare la strategia diventa più importante che salvarne l’oggetto: portata al suo estremo, finirebbe per negare se stessa.

II. Putin non vuole negoziare

A questo punto anticipiamo la replica: inutile invocare il compromesso e la diplomazia, Putin non vuole negoziare. Curiosa obiezione. Nel 2022 la ragione per non fermare il conflitto era precisamente che negoziare sarebbe stato “prematuro”, un “regalo a Putin”. L’Ucraina aveva resistito; la Russia si era dimostrata assai meno irresistibile del previsto; le armi occidentali potevano modificare il rapporto di forza. Valeva dunque la pena continuare a combattere per infliggere a Mosca una punizione esemplare al suo tentativo di ribellione all’ordine basato su regole: imponendole i termini della resa, facendole ingoiare manu militari quello che aveva cercato vanamente di rifiutare – l’inglobamento del mondo post-sovietico nell’ordine unipolare. La questione era di princìpio. Si doveva evitare di cristallizzare mediante accordo ciò che il campo di battaglia prometteva di annullare.

Oggi la Russia pretende (come base negoziale) condizioni molto più dure di quelle dichiarate nei primi mesi del 2022. Ma qui la memoria dei nostri politici tende curiosamente ad accorciarsi. All’epoca la convinzione dominante era diametralmente opposta a quella sostenuta oggi. A Istanbul i negoziati, se non si risolsero in un accordo vero e proprio, arrivarono comunque a produrne una bozza. La proposero gli stessi ucraini il 29 marzo. D’accordo, c’erano ancora molte questioni irrisolte, dalle garanzie di sicurezza alla sorte futura dei territori contesi (anzitutto la Crimea); e da lì a poco Bucha avrebbe modificato il clima politico. Ma la favola secondo cui non esistesse alcuna alternativa alla prosecuzione della guerra non regge. Esisteva uno spazio negoziale. La Farnesina lo colse e redasse anche una proposta italiana (ora dimenticata, sicuramente congelata). Gli inglesi e gli americani la rifiutarono. E Boris Johnson – secondo quanto raccontano gli stessi ucraini e confermano fonti interne alla presidenza ucraina – si precipitò a Kiev a fermare la penna di Zelensky[5]. L’orizzonte politico atlantico era quello della sconfitta strategica russa. Arrivò la controffensiva: Kharkiv, Kherson, le armi occidentali, le sanzioni, le profezie sull’imminente collasso dell’economia russa, inclusa quella che voleva l’industria militare russa in frantumi (celebre la diagnosi di Ursula von der Leyen, secondo cui Mosca era ormai costretta a cannibalizzare lavatrici e lavastoviglie per procurarsi i semiconduttori necessari alle proprie armi). Si narra che, in un pomeriggio d’autunno, i vertici militari e dell’intelligence ucraini spiegassero con apodittica certezza agli ambasciatori occidentali a Kiev che i russi potevano permettersi soltanto un altro paio di attacchi. Poi avrebbero finito i missili. La previsione non rimase confinata nelle stanze riservate: fu lo stesso Kyrylo Budanov, allora capo dell’intelligence militare ucraina (GUR), a sostenerla pubblicamente. Le scorte russe, spiegò nel dicembre 2022, erano ormai al “minimo critico”: ancora pochi attacchi massicci e sarebbero arrivate a zero[6].

Così nell’ottobre del 2022 Zelensky fissò nero su bianco l’impossibilità di negoziare con Putin. All’epoca bisognava continuare a combattere perché ciò avrebbe migliorato la posizione negoziale di Kiev. Oggi bisogna continuare a combattere perché la posizione negoziale dell’Ucraina è peggiorata. La “strategia” possiede così una qualità rara: qualunque risultato produca ne dimostra la correttezza.

È perfettamente legittimo scegliere il campo di battaglia come arbitro. Ma le scelte hanno conseguenze, anche quando chi le compie combatte contro un aggressore. Se mi gioco la casa perché sono convinto di avere una mano migliore, non posso dopo aver perso pretendere che il banco mi restituisca le fiches sostenendo che, in fondo, non volevo davvero giocarle. La politica internazionale è più tragica del casinò precisamente perché le fiches sono territori, città, vite umane. Ma il principio è lo stesso: la posizione negoziale di oggi incorpora il risultato delle decisioni di ieri.

Nel 2022 l’Ucraina controllava più territorio, aveva più uomini, meno distruzione e prospettive militari migliori. Persino il generale Mark Milley, allora presidente dei Capi di Stato Maggiore riuniti degli Stati Uniti, il più alto ufficiale militare americano, avvertì che una vittoria militare ucraina non era realisticamente a portata di mano e invitò a cogliere la finestra negoziale aperta dai successi sul campo. Si preferì rischiare la sorte, nella speranza che il rapporto di forza migliorasse. È peggiorato. Presentare oggi quel deterioramento come prova della necessità di perseverare indefinitamente nella medesima strategia è un curioso capolavoro di ragionamento circolare: dobbiamo continuare perché siamo in una posizione peggiore; siamo in una posizione peggiore perché abbiamo continuato. Ahimè, però, raddoppiare la puntata non modifica il risultato della mano precedente, peggiora le perdite. Anche le nostre.

Pre-registrati su bayramcosmopolitica.it

III. La minaccia russa

Arriviamo così all’argomento più potente: la Russia costituisce una minaccia per l’Europa. Prendiamolo per vero. E quindi? Una minaccia non è una spiegazione. Né di per sé articola una strategia. È semmai l’inizio di una domanda. Perché questa guerra è scoppiata? Perché proprio in Ucraina? Perché la Russia ha considerato questo spazio sufficientemente importante da accettare costi enormi, isolamento occidentale, centinaia di migliaia di perdite e il rischio di uno scontro con la NATO? Rispondere semplicemente “perché Putin è imperialista” è rassicurante. Dispensa dall’analisi scivolando in risposte di pancia (à la guerre!), risparmiando dalla fatica del concetto: nella notte del pensiero, del resto, tutte le vacche sono nere (Hegel). È in fondo il vizio di certi intellettuali (e politici) intuito da Nietzsche: intorbidire le acque perché sembrino profonde. Ma il fondo, nel caso ucraino, è perfettamente visibile.

Per capire come ci siamo arrivati occorre tornare al 1991. Con il crollo dell’Unione Sovietica scomparve non soltanto uno dei due contendenti della Guerra fredda, ma l’equilibrio bipolare che per quasi mezzo secolo aveva disciplinato la competizione tra le superpotenze. Rimase un solo polo. Era il “momento unipolare” americano. E sembrò poter durare.

Per qualche anno parve addirittura che la geopolitica fosse diventata un residuo del passato. Era arrivata la “fine della storia”: la democrazia liberale avanzava, la globalizzazione prometteva di sostituire la competizione strategica con l’interdipendenza. Dal “balance of power” alla “global governance”: non più un ordine fondato sull’equilibrio tra potenze, ma un sistema di regole e istituzioni tendenzialmente universali. Come osserva Brendan Simms, fu una parentesi storica: tra il 1989 e la fine del secolo la rivalità tra grandi potenze, che aveva scandito per secoli la politica internazionale, arretrò temporaneamente davanti alla globalizzazione[7].

Fu dentro questa parentesi unipolare che l’architettura strategica occidentale si estese progressivamente verso est. La NATO si allargò. Quello che a Washington e nelle capitali europee appariva come il naturale ampliamento di un ordine ormai universale, a Mosca appariva come l’avanzata dell’alleanza militare vincitrice della Guerra fredda verso uno spazio considerato storicamente essenziale alla propria sicurezza. La Russia protestò. L’Occidente rispose, con argomenti giuridicamente impeccabili, che gli Stati sovrani erano liberi di scegliere le proprie alleanze. Mosca replicò, secondo una logica geopolitica altrettanto prevedibile, che l’ingresso di Georgia e Ucraina nell’architettura militare occidentale avrebbe oltrepassato una linea rossa (per delucidazioni, bussare alla porta dell’ex direttore della CIA William J. Burns[8]).

Il problema è che la storia non era finita. Era finito, temporaneamente, l’equilibrio di potenza. Molti confusero le due cose. Nell’illusione unipolare, ciò che per l’Occidente era espansione dell’ordine non poteva apparire come espansione della potenza, perché ordine e potenza occidentale avevano finito per coincidere. Per chi quell’ordine lo subiva dall’esterno, naturalmente, la percezione era opposta: ciò che il vincitore chiamava ordine appariva al vinto universalizzazione della potenza altrui, ovvero un progetto egemonico.

Ora, spiegare non significa giustificare. Significa comprendere. L’invasione russa dell’Ucraina viola il diritto internazionale, siamo d’accordo. Ma il diritto internazionale qualifica un atto. Non ne spiega necessariamente la causa. Gli Stati Uniti non considererebbero una questione puramente giuridica l’installazione di un’alleanza militare cinese lungo il Rio Grande, in Messico. Pechino non considererebbe una questione puramente giuridica l’ingresso di Taiwan in un’alleanza militare americana. Nessuna grande potenza nella storia ha ritenuto irrilevante ciò che accade militarmente ai propri confini. Nessuna potrebbe ritenere che le scelte strategiche dei vicini non la riguardino. Pretendere che la Russia fosse la prima a farlo era una scommessa, secondo gli stessi diplomatici americani, azzardata. Prepararsi alle conseguenze del suo rifiuto sarebbe stato prudente.

Il diritto di uno Stato a scegliere le proprie alleanze può confliggere con l’interesse di una grande potenza a impedire determinate configurazioni strategiche. Il primo interesse appartiene alla sfera normativa del diritto; il secondo a quella concreta della potenza. Il problema della politica internazionale è organizzarne la coesistenza. E il diritto internazionale – altro tema sul quale la conoscenza difetta – non precede la politica degli Stati come un ordine esterno e sovraordinato: nasce dalla prassi e dal consenso degli stessi Stati (i soggetti della comunità internazionale anarchica), che vi hanno dato vita e riflette il grado di legittimità che essi riconoscono all’ordine di cui quel diritto è espressione. Ne discende che il diritto internazionale, purtroppo, non abolisce la potenza né l’uso della violenza: tenta di disciplinarli[9].

Quando gli interessi vitali di due potenze entrano in collisione, esistono, in ultima analisi, due modi per risolvere il conflitto. Il compromesso oppure la forza. Non abbiamo trovato un compromesso. Abbiamo avuto la guerra. Continuare ora a invocare la prosecuzione indefinita del conflitto – l’inutile strage del XXI secolo – per ripristinare il diritto violato rischia di capovolgere la funzione stessa del diritto internazionale: un ordinamento nato dall’interesse di contenere la violenza finirebbe per legittimarne il ricorso illimitato. Naufragio sia del diritto che della ragione.

IV. Vincere la pace

Ma il problema ucraino è ormai soltanto una parte di una questione molto più grande. Che ordine europeo vogliamo costruire quando questa guerra finirà? Perché tutte le guerre finiscono. La questione è soltanto quanti uomini saranno morti, quante città saranno state distrutte e quali confini saranno rimasti quando torneremo finalmente a sederci attorno a un tavolo. L’Europa non può prosperare a lungo senza stabilità. E la stabilità non coincide con la vittoria del bene sul male. Richiede qualcosa di molto meno soddisfacente moralmente e molto più difficile politicamente: un ordine che le principali potenze considerino sufficientemente legittimo da non tentare continuamente di rovesciarlo. È la lezione fondamentale dell’Ottocento europeo.

Nel 1815 i vincitori di Napoleone avrebbero potuto umiliare definitivamente la Francia. Non lo fecero. La reintegrarono nel concerto europeo perché compresero che un ordine costruito contro una grande potenza sarebbe stato necessariamente un ordine precario. L’ordine europeo che seguì non fu giusto secondo i nostri criteri. Non fu liberale. Non fu nemmeno pacifico in senso assoluto: non eliminò guerre, rivoluzioni o rivalità. Fece qualcosa di più modesto. Evitò per un secolo una nuova guerra generale europea. Il suo segreto non era l’amicizia, era l’equilibrio temperato dalla legittimità. Durò, con tutte le sue imperfezioni, sorprendentemente a lungo. L’opposto accadde quando la pace fu concepita principalmente come strumento di punizione e quando intere potenze furono lasciate fuori dall’ordine o determinate a revisionarlo (vedi pace di Versailles). La Russia del XXI secolo non è la Francia di Luigi XVIII e Putin non è Taillerand. Le analogie storiche non possono che fornire tracce, ma possono forse aiutarci a ricordare princìpi che la tecnologia non ha cancellato. Uno di questi è quello che il maestro Kissinger, da tutti lodato e da nessuno seguito, ha lasciato come eredità spirituale: nonesiste un ordine europeo stabile se una delle maggiori potenze militari del continente considera quell’ordine una minaccia esistenziale alla propria sicurezza.

È questo il problema che ci attende con la Russia. Possiamo desiderare che scompaia. Non scomparirà. Possiamo desiderare che cessi di essere una potenza militare. Non dipende solo dai nostri desideri. Possiamo sperare in una Russia democratica e liberale. Qualuno lo riterrebbe augurabile, ma non è una strategia. La Russia resterà dove la geografia l’ha collocata molto prima di Pietro il Grande: accanto all’Europa. Insomma, possiamo desiderare una Russia diversa. E possiamo dissuaderla e impedirle di imporre con la forza la propria volontà ai vicini. Tutto questo può essere necessario. Ma alla fine dovremo comunque decidere se vogliamo costruire un sistema europeo con la Russia o mantenere indefinitamente uno stato di conflittualità permanente contro la Russia.  La seconda soluzione non si chiama ordine: si chiama equilibrio armato. Dunque frontiere militarizzate, riarmo permanente, instabilità, crisi ricorrenti, rischio nucleare e una Russia strutturalmente spinta verso la Cina. Significa soprattutto trasformare l’Ucraina nella faglia permanente sulla quale due sistemi continueranno a sfregarsi.

Forse è inevitabile. Se così fosse, sarebbe allora opportuno riconoscere che persino un ordine fondato sulla deterrenza, e non sulla stabilità condivisa, comprenderebbe sempre e comunque la Russia. Perché non esiste ordine continentale che possa espellere dalla propria architettura una delle maggiori potenze del continente. Per questo, mentre droni, algoritmi e satelliti ci convincono che stiamo combattendo la prima guerra del futuro, potrebbe essere utile riaprire qualche libro sull’Ottocento. Non per nostalgia. Perché Metternich sapeva qualcosa che l’Europa contemporanea sembra aver dimenticato: vincere una guerra e costruire un ordine sono due mestieri completamente diversi. E dei due, il secondo è di gran lunga il più difficile.


[1] H. Kissinger, Ordine Mondiale, Mondadori, p 359.

[2] J. Florio, «Pensieri mossi dall’ambizione. L’Occidente e la guerra in Ucraina», Limes, n. 2/2023, La Polonia imperiale.

[3] Il senso del disimpegno americano sta tutto qui. Cfr. R. Gilpin, War and Change in World Politics, Cambridge, Cambridge University Press, 1981.

[4] Quella che il senatore Lindsey Graham descrisse con singolare candore come una guerra che gli ucraini, purché riforniti di armi e denaro, avrebbero combattuto fino all’ultimo uomo (“they will fight to the last person to the last person”).

[5] Iryna Balachuk e Roman Romaniuk, «Можливі переговори Зеленського і Путіна стали на паузу після приїзду Джонсона – джерела» [I possibili negoziati tra Zelensky e Putin entrarono in pausa dopo l’arrivo di Johnson – fonti], Українська правда (Ukrainska Pravda), 5 maggio 2022; si veda anche Roman Romaniuk, «Від “капітуляції” Зеленського до капітуляції Путіна. Як ідуть переговори з Росією» [Dalla “capitolazione” di Zelensky alla capitolazione di Putin. Come procedono i negoziati con la Russia], Українська правда (Ukrainska Pravda), 5 maggio 2022. Cfr. inoltre le successive dichiarazioni di Davyd Arakhamiia, capo della delegazione negoziale ucraina, secondo cui, dopo Istanbul, Johnson giunse a Kyiv sostenendo che non si dovesse firmare con i russi e che si dovesse continuare a combattere; Ukrainska Pravda, 24 novembre 2023.

[6] Direzione principale dell’intelligence del Ministero della Difesa ucraino (GUR), «U rosiian zalyshylos raket na dekilka masshtabnykh atak – i vony vyidut v nul’» [Ai russi restano missili per pochi attacchi su larga scala, poi arriveranno a zero], 6 dicembre 2022. Link: https://gur.gov.ua/content/u-rosiian-zalyshylos-raket-na-dekilka-masshtabnykh-atak-i-vony-vyidut-v-nul.html.

[7] Brendan Simms, The Return of the Great Powers, New York, Basic Books, 2026.

[8] William J. Burns, The Back Channel: A Memoir of American Diplomacy and the Case for Its Renewal, New York, Random House, 2019, pp. 232–235, spec. p. 233; Id., «Nyet Means Nyet: Russia’s NATO Enlargement Redlines», confidential diplomatic cable, U.S. Embassy Moscow, 1 February 2008, no. 08MOSCOW265. Nel telegramma, inviato quando Burns era ambasciatore degli Stati Uniti a Mosca, si sottolineava come l’eventuale adesione di Ucraina e Georgia alla NATO fosse percepita trasversalmente in Russia come una minaccia strategica e potesse produrre conseguenze «unpredictable and uncontrolled» per gli interessi di sicurezza russi.

[9] H. Bull, The Anarchical Society: A Study of Order in World Politics, London, Macmillan, 1977.

I più letti

Per approfondire

L'exit strategy passa dalla Sublime Porta

Il Sultano non è meno pragmatico di Emmanuel Macron e Naftali Bennett, ma ha qualcosa che loro non hanno e che non possono dare allo Zar: le famigerate garanzie di sicurezza

La spia e il compagno Dostoevskij

Storia sommaria di Shokan, l’avventuriero amico di Dostoevskij che fu protagonista all’epoca del Grande Gioco. Riuscì a inoltrarsi, con avido talento, in Turkestan…

Di che pace moriremo

Il conflitto cessa solo attraverso indefinibili armistizi e tregue armate. Parlare di pace è fare politica, e nel caso ucraino ciò equivarrebbe alla fine dell'ordine internazionale.

A Nord di Putin

Viaggio in Čukotka, l’estremo oriente russo. Tra centrali nucleari trasportabili, miniere d’oro, e la lenta agonia dei mandriani di renne. Dialogo con Marzio G. Mian

«L'impunità di Israele di fronte alla violenza delle sue azioni non trova alcuna giustificazione all’interno del diritto internazionale». Gli errori della narrazione ufficiale secondo Mattia Giampaolo

«All’origine di tutto vi è un peccato, si potrebbe definire, idealistico: quello di trattare i due attori come soggetti perfettamente simmetrici»

Gruppo MAGOG