Alle porte dell'ignoto

Pubblicato per i tipi di GOG, “Oltre il Reale” è una raccolta di saggi sopra cinque giganti della letteratura del fantastico.
Pubblicato per i tipi di GOG, “Oltre il Reale” è una raccolta di saggi sopra cinque giganti della letteratura del fantastico.

Per molti lettori la narrativa costituisce un’evasione disperatamente necessaria a sopportare le difficoltà e l’asprezza della vita quotidiana. Questa condizione ed esigenza vale ancor di più per gli amanti del genere fantasy. Affrancati dalle leggi scientifiche e sociali, limitati soltanto dalla propria immaginazione, gli autori del fantastico esplorano altri mondi, dove strane creature aliene vivono tra noi, i draghi combattono nel cielo e inquietanti personaggi cercano di mantenere la pace tra i pianeti.

La dimensione del fantastico è sempre esistita: fin dall’antichità gli esseri umani hanno plasmato le proprie convinzioni e motivato le loro azioni col ricorso a miti, saghe, leggende. Nella modernità questa spinta propulsiva non si è affatto esaurita; ancora oggi, il fantastico invade l’immaginario collettivo. Liberi dall’incantesimo delle abitudini, anche solo per un attimo, rispondiamo ai richiami di universi favolosi – anche se troppo spesso l’effetto si riduce nel placare le ferite esistenziali, piuttosto che dare nuova linfa e motivazioni al nostro agire quotidiano. Ma c’è dell’altro. Poiché gli aspetti benèfici e salutari dell’accostamento all’ignoto sono stati catturati e formalizzati dai rituali religiosi convenzionali, la letteratura fantastica ha assunto anche il compito di recuperare la parte più oscura e malefica dei misteri cosmici, espellendo tutti i sostegni della sofisticazione materialistica e le vanità di un idealismo umanitario ingenuamente insipido ed ottimista.

Seguendo queste coordinate, cinque cultori del fantastico, secondo diverse declinazioni, hanno dato vita ad un volume intitolato “Oltre il reale” – edito da GOG a cura di Lorenzo Pennacchi, con postfazione di Adriano Monti-Buzzetti – che presenta cinque pilastri della letteratura contemporanea del fantastico, vissuti tra il finire dell’Ottocento e buona parte del Novecento.

Oltre il reale, GOG edizioni

Il primo saggio, a firma di Andrea Scarabelli, introduce la figura di Howard Phillips Lovecraft (1890-1937), nato a Providence, nel Rhode Island, fautore di uno strano realismo. La sua visione inquietante implica una certa disumanità del cosmo – l’impossibilità di conseguire una visione complessiva delle cose e del nostro ruolo in essa, anche perché un tale disegno potrebbe non esistere affatto. Il risultato finale dell’indagine scientifica potrebbe rivelare che l’universo è un guazzabuglio senza regole:

Io credo in tutto e in niente – poiché ovunque è il caos – è sempre stato e sempre sarà.

H. P. Lovecraft

Tutti i suoi racconti si basano sulla premessa fondamentale che gli interessi e i sentimenti umani non hanno alcuna validità o significato nella vastità dell’universo. Per raggiungerne l’essenza, bisogna dimenticare amenità come il bene e il male, l’amore e l’odio, il giusto e l’iniquo – attributi del reale creati da una razza tutto sommato trascurabile e temporanea, chiamata umanità. Solo il panorama terrestre può contenere qualità umane, ma quando attraversiamo la linea dell’ignoto, dimensione sconfinata e orribile, dobbiamo ricordarci di lasciare sulla soglia la nostra imperfezione e incompiutezza. Risaltando la radicale contingenza del mondo umano, la letteratura di Lovecraft è un’alternativa rinfrescante alle stanche filosofie antropocentriche, in cui molti trovano rassicurazione intellettuale. Sebbene egli abbia teorizzato che il mito esista per proteggere la mente umana dal terrore della realtà, vi è un paradosso nella sua scrittura, poiché le sue creazioni sembrano giungere ad un esito opposto: l’esterno, l’ignoto, l’universo ultraterreno sembrano molto più spaventosi del mondo in cui abitano gli esseri umani!

H. P. Lovecraft

Con Francesco La Manno entriamo a piccoli passi nel terrore cosmico del poeta, artista e romanziere californiano Clark Ashton Smith (1893-1961), su uno sfondo che richiama angosce remote e paralizzanti: giungle di fiori iridescenti e velenosi sulle lune di Saturno, templi malvagi e grotteschi ad Atlantide e Lemuria, mondi più antichi dimenticati, umide distese di funghi mortali avvistati in paesi spettrali oltre l’orlo della Terra. Le sue storie brevi trattano con forza di immaginazione di altre galassie, terre e dimensioni, nonché di strane regioni ed eoni; dell’iperborea primordiale e del continente perduto Zothique e della favolosa terra di Averoigne (che ha l’atmosfera della Francia medievale, con le sue foreste oscure e taverne isolate).

Stravaganti racconti intrisi di realismo presentano una perfetta fedeltà alla natura, anche quando imboccano una direzione sovrannaturale oppure si gettano nel regno della fantasia, con un’atmosfera abilmente adattata alla visualizzazione di un mondo delicatamente esotico al di là dello spazio e del tempo, in cui quasi tutto può accadere. Clark Ashton Smith recupera elementi della tradizione primordiale, vivificandola con uno stile aulico e poetico. Rivivono i vecchi miti della licantropia, del vampirismo, della metamorfosi, tornano in auge mondi e storie dimenticate. Inoltre, l’aspetto “decadente” della narrazione è messo in risalto dalla predilezione per la perdizione e l’oblio rispetto a qualsiasi tediosa realtà del suo tempo, gretta e banale, incapace di fornire una vera motivazione per vivere onorevolmente. Gli eroi smithiani preferiscono cimentarsi nei perigliosi antri della spiritualità, anche laddove questa li conduca in luoghi infernali e corrotti, piuttosto che continuare a crogiolarsi nella monotona vita materiale.

Il curatore Lorenzo Pennacchi è autore del saggio sopra un aspetto poco esaminato dell’opera di John Ronald Reuel Tolkien (1892-1973), quello “ecologico”. Tolkien pensò che l’industrializzazione e le macchine servissero solo ad allontanare gli uomini e a suddividerli rigidamente in “classi”, cui conseguiva inevitabilmente un conflitto corrispondente alla scala di quella frammentazione. Così, nella natura trovò rifugio dai mali della tecnica. Quando si prendono in considerazione alcuni fatti vissuti direttamente, come la distruzione meccanica senza precedenti nella forma della prima guerra mondiale, causa di morte su scala fin allora inconcepibile, la perdita dell’innocenza che deriva dall’essere strappati dalla propria casa e dai luoghi d’infanzia, la separazione permanente dai propri amici e familiari, si comprende in parte la direzione intrapresa dal suo genio letterario.

Le prospettive ecologiche presentate da Tolkien sono molteplici: dinnanzi all’oscurità di un progresso sfrenato e di un uso irresponsabile della tecnica si stagliano divinità, popoli e singoli individui con le loro creazioni, consuetudini e gesta in difesa della natura. La creazione e la difesa di essa coincidono col “bene”, laddove la sua distruzione è opera del male. Altro aspetto rilevante di questa narrativa è dato dal fatto che la bellezza e il valore della natura sono indipendenti da qualsiasi scopo pratico o utilitaristico che potrebbe avere per gli uomini o per gli altri esseri dell’universo tolkieniano. Ogni cosa ha un proprio valore e contribuisce al valore delle altre. Più che ricercare nelle opere tolkieniane dei dettami pratici da applicare al nostro mondo, l’invito è di assaporarne lo spirito di fondo che le caratterizza: cooperazione, armonia, bellezza, azione e speranza sono tutti valori centrali che possono svolgere un ruolo fondamentale anche all’interno della nostra società.

Fra i creatori della paura cosmica elevata al massimo livello artistico, pochi o nessuno possono sperare di eguagliare il versatile Arthur Machen (1863-1947); autore in cui gli elementi dell’orrore nascosto e della paura meditabonda raggiungono una sostanza quasi incomparabile e un’acutezza realistica. Marco Maculotti illustra l’eredità celtica dell’autore, legata ai ricordi giovanili delle selvagge colline a cupola, delle foreste arcaiche e delle rovine romane della campagna del Gwent. Da qui, sviluppò un’impalcatura fantastica di rara bellezza e intensità, a sfondo storico. Assorbì i misteri medievali di boschi oscuri e antiche usanze, accrescendo l’idea per cui sotto i tumuli e le rocce delle selvagge colline gallesi risiedesse quella razza primitiva le cui vestigia diedero origine alle nostre leggende popolari di fate ed elfi, i cui atti sono ancora oggi responsabili di alcune inspiegabili sparizioni e altri strani cambiamenti.

Ne consegue che l’opera macheniana presenta un legame profondo, sovrannaturale e talvolta mistico con il demone del territorio e l’interiorità dei suoi personaggi: il paesaggio frantuma in modo netto l’ego del protagonista attraverso il contatto con l’antico retaggio, così come accade con il surreale e il sovrannaturale. Più volte nel suo lavoro, Machen esplora l’idea che “l’altro mondo” non è molto lontano dal nostro. Che sia il mondo del Santo Graal o il regno degli dèi pagani, che sono ancora potenti e presenti, o la terra delle fate, si tratta in ogni caso di una potente fonte di mistero e incanto.

Arthur Machen

Per concludere, Roberto Cecchetti ci mostra un Gustav Meyrink (1868-1932) come narratore della continuità fra sogno e realtà, scrittore-sperimentatore dell’arte di cogliere nel reale le propaggini della mente e di ravvisare negli avvenimenti interiori equivalenti analogici di accadimenti esterni, vivissimi e reali. L’opera di Meyrink è così attuale in quanto espressione di una ricerca non solamente teorica, ma anche “pratica”, a differenza di gran parte della filosofia occidentale, dibattuta tra le aule universitarie e le sterili dissertazioni accademiche. Per Meyrink la narrazione fantastica è il viatico che disvela le forze da dirigere verso la liberazione; coincide con il superamento dei condizionamenti naturali, il magico svincolarsi dai lacci del destino e delle stelle. A tanto può aspirare l’uomo il cui Io si renda virile, eroico, in grado di risalire a ritroso i condizionamenti che pone la natura.

In tale ambito, i sogni risultano così rilevanti in quanto esprimono il desiderio nascosto nel nostro inconscio; un desiderio cui la coscienza deve accostarsi, di modo che possa gettare ponti capaci di comunicare con il mondo delle immagini radicate nel profondo, da raggiungere attraverso il sacrificio delle nostre identificazioni, delle nostre certezze, della nostra persona. L’opera di Meyrink non è un semplice ed inconcludente esercizio del fantasticare, ma una costante tensione verso la trascendenza, verso ciò che supera l’umano, almeno nella sua forma consueta. Come luogo di possibilità infinite, il fantastico, così inteso, non è altro che il momento seminale da cui si generano visioni inedite del mondo in una sorta di opposizione fra dato naturale-necessitante e libertà spirituale.

La letteratura fantastica dimostra che abitiamo in una placida isola di ignoranza, dormienti nel mare dell’infinito, e non intendiamo spingerci lontano. Le scienze positive, ognuna delle quali tende alla propria direzione, ci hanno finora danneggiato nel limitarci al contatto con sfere ultra-umane; ma un giorno, riunendo di nuovo le conoscenze dissociate, si apriranno prospettive sconfinate, tali da risvegliare il terrore per la realtà disvelata e per la nostra posizione in essa. La rivelazione indurrà alla follia, ma sapremo resistere alla tentazione di fuggire di nuovo alla luce immortale, per non assopirci nella pace e nella sicurezza di un’altra età oscura?

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