Quel Golem di Meyrink

Satira e occultismo in Gustav Meyrink
Satira e occultismo in Gustav Meyrink

La casa editrice “il Palindromo” di Palermo, nella collana “I tre sedili deserti” diretta da Giuseppe Aguanno, sta riproponendo al pubblico, in nuove edizioni accattivanti, alcuni classici della letteratura fantastica, fantascientifica e “magica”, con saggi e presentazioni di illustri esperti in materia. Uno degli autori più amati dal pubblico, in questo campo, è l’austriaco Gustav Meyrink (1868-1932), la cui opera letteraria si pone all’incrocio tra esoterismo, religione e cultura popolare. Questo eccentrico personaggio, dalla vena satirica, comunemente ricordato per il suo romanzo best-seller Der Golem (1915), ha ricevuto un’attenzione limitata da parte della comunità accademica negli ultimi decenni; eppure, i suoi saggi, romanzi e racconti mostrano uno speciale apprezzamento della spiritualità nella nostra era “scientifica” e industriale degna di ulteriore considerazione, e questi argomenti, sebbene poco notati, sono il punto focale della sua narrativa. È di queste ultime settimane la ripubblicazione, da parte dell’editrice palermitana, della raccolta di storie intitolata La morte viola – una serie di scritti del Meyrink usciti all’inizio del XX secolo – con una prefazione di Andrea Scarabelli e un lungo saggio conclusivo di Gianfranco de Turris.

Occultista “praticante”, venerato per la sua esperienza nel mondo dell’esoterismo, Gustav Meyrink riconosce nel revival occultistico di inizio XX secolo una reazione alle preoccupazioni generate dalla crisi della modernità, nonché un elemento integrante della cultura popolare europea. Diffidente verso ciò che percepisce come “banalizzazione” della spiritualità, la sua narrativa detesta i ciarlatani e gli impostori dell’esoterismo, avvolgendo i loro rituali in immagini demoniache e mostruose. Desidera inviare ai suoi lettori un messaggio di attenzione, avvertendoli di non cadere vittime di insegnamenti errati e guide spirituali fraudolente – in un periodo in cui questi rischi aumentavano rapidamente a causa della crescente popolarità dell’occultismo. Eppure, nonostante le ovvie critiche nei confronti di maghetti sprovveduti, le opere del Meyrink promuovono anche i benefici dell’esoterismo seriamente praticato nell’era moderna.

Gustav Meyrink nacque a a Vienna nel 1868, ma è durante gli anni praghesi, mentre operava come banchiere, che l’occulto iniziò ad assumere quel ruolo centrale che in seguito avrebbe avuto nella sua vita. Nessun autore di lingua tedesca del XX secolo ha attratto una tale moltitudine di leggende e curiosità, a volte autentiche, altre esagerate. Ed egli stesso incoraggiò questa tendenza, con la sua vita e con i suoi scritti. Una delle componenti della notorietà di Meyrink durante il suo soggiorno a Praga furono le voci che lo presentavano come un alchimista solitario in cerca dell’oro filosofale. Comprava e leggeva centinaia di libri sullo spiritismo e su argomenti simili, e alla fine costruì una vasta biblioteca. Nel 1901 inviò il suo primo tentativo letterario alla rivista Simplicissimus e fu un grande successo per uno scrittore sconosciuto; ottenne dunque una collaborazione stabile, che durò fino al 1908. In questo periodo pubblicò ben trentotto racconti – molti dei quali raccolti nel libro sopra citato. Fondamentale questa sua collaborazione con la nota rivista, poiché ne derivò la popolarità che guadagnò con le sue storie bizzarre, un’importante vetrina per la futura carriera di scrittore. L’evidente posizione di outsider del Meyrink tra gli scrittori contemporanei ne rende piuttosto difficile una classificazione letteraria; disinteressato all’estetica d’avanguardia, tanto quanto lo era delle vicende politiche del suo tempo, non ebbe alcun coinvolgimento diretto negli eventi e nei movimenti dell’arte a lui coevi.

I personaggi che appaiono spesso nelle sue storie sono qualificabili come “scienziati” – medici, professori, esperti di chimica o biologia – posti sempre a confronto con fenomeni razionalmente inesplicabili, con situazioni in cui il loro pragmatismo sembra ridicolizzato, e la sicurezza e la pretesa di assoluta infallibilità lasciano spazio ad uno stupore ingenuo. Soprattutto, sono i medici che prende in giro. Ne Il soldato bollente, prima storia pubblicata sul Simplicissimus e primo racconto inserito ne La morte viola, narra la strana vicenda del soldato Wenzel Zavadil, la cui temperatura corporea aumenta vertiginosamente a tal punto che gli oggetti accanto a lui iniziano a carbonizzarsi; i pavimenti e le scale mostravano i suoi passi marchiati – “come se il diavolo avesse camminato lì”. Questa situazione è accompagnata da conseguenze comiche. Tali fantastiche circostanze non turbano affatto il medico, che propone subito spiegazioni a portata di mano. La scienza medica moderna aveva goduto di un grande successo negli anni in cui venne pubblicato il racconto e sembrava trovare soluzioni per ogni malanno.

L’autore accusa il degrado e la semplificazione che la scienza moderna assume nei riguardi dell’uomo, ignorandone lo stato mentale e spirituale, soffermandosi solo sui sintomi fisici, tralasciando le complessità del mondo interiore. Tuttavia, non sono solo i medici l’obbiettivo dell’irrisione: la sua satira pungente era rivolta contro tutti i rappresentanti della scienza ufficiale, i burocrati, gli amanti dei teoremi geometrici e dei diagrammi confusi, delle statistiche – superbi e tronfi in virtù di (presunte) doti di infallibilità. Sosteneva che, come non possiamo comprendere il significato di un libro se semplicemente lo teniamo in mano e ne giriamo le pagine, senza leggerlo, allo stesso modo non trarremo profitto dal corso del nostro destino se non ne cogliamo il significato. Gli eventi si susseguono come le pagine di un libro che la morte sfoglia; sappiamo solo che appaiono e scompaiono, e con l’ultima, il libro finisce. Non abbiamo nemmeno coscienza che, in realtà, continua ad essere aperto, ancora e ancora, finché non impariamo finalmente a leggere. E finché non sappiamo leggere, la vita è per noi un gioco senza valore, in cui si mescolano gioia e dolore. Quando però, da ultimo, cominceremo a capirne il linguaggio vivo, allora il nostro spirito aprirà gli occhi, comincerà a leggere e respirerà con noi.

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