Europa, storia di un’ideologia

Secondo Lucien Febvre l’Europa era un ideale privo di fede, incapace di suscitare un vero e proprio interesse collettivo.
Secondo Lucien Febvre l’Europa era un ideale privo di fede, incapace di suscitare un vero e proprio interesse collettivo.

Tra il 1944 e il 1945 Lucien Febvre, storico, accademico e  fondatore della celebre rivista Annales insieme a Marc Bloch, dopo il periodo di pausa forzato dovuto al conflitto bellico, tenne il suo corso di lezioni del nuovo accademico al Collège de France dal titolo “Europa“. Il tema scelto dal celebre professore di Storia moderna  non era causale. Nella Francia che si stava liberando dalle truppe naziste il termine “Europa” era ancora un tabù, lontana era l’Europa concepita dalla triade De Gasperi, Schuman, Adenauer, ma tra gli intellettuali francesi si sussurrava, a bassa voce, la prospettiva della creazione di una sorta di federazione tra stati europei con lo scopo principale di non provocare un nuovo conflitto distruttivo come quello che si stava vivendo. Tramite XXVIII lezioni Febvre volle ripercorrere un’indagine in che cosa consisteva il termine  Europa, partendo da due domande  fondamentali: cosa è l’Europa? Come è nata l’Europa?

L’indagine di tipo induttivo che venne ripercorsa non si basava su una costruzione empirica d’Europa, ma su un’analisi sincronica e diacronica di tempo in cui si svolsero fatti storici. Non un’Europa secondo una sua dimensione spaziale di natura antropica e secondo una formazione politica ben definita e costituita. Essa  andava studiata solamente secondo una prospettiva ideologica di entità che si è andata creando nel Medioevo, costituita da frammenti di entità storiche precedentemente disgregate. Ovvio che quell’entità raggruppava persone che a loro volta appartenevano a civiltà stanziate in determinati territori, che però non potevano essere rinchiusi all’interno di confini geografici precostituiti: 

«Essa si costituì con le grandi correnti che non cessano di attraversare , e che ha percorso da lunghissimo tempo: correnti politiche, economiche, intellettuali, scientifiche, artistiche: correnti spirituali e religiose».

La stessa nozione di Europa era, per il professor Febvre, generata da un’astrazione: «è nata (L’Europa) anzitutto da un ragionamento astratto», senza nessuna esperienza empirica. Lo stesso nome “Europa” non comparve mai, neanche come definizione geografica, nella primissima letteratura classica. La prima volta che tale termine si incontrò  lo si trovò nel filosofo presocratico Ecateo da Mileto che, nei frammenti ritrovati del suo libro, aveva dedicato un intero libro all’Europa, uno all’Asia e un altro alla Libia, quest’ultima identificata come la regione da cui proviene il vento libeccio, l’odierna Libia. Dopo Ecateo, i suoi successori diedero delle nozioni sempre più vicine ad una realtà geografica. Ma la nozione geografica doveva far posto alla nozione di Europa fondata essenzialmente sul carattere  antropico, per dirla con le parole di Febvre: «fondata su di una civiltà», ovvero un concentrato di nazioni, stati, che venivano riuniti in una sola dimensione culturale.

Quello sviluppo che si ha avuto nell’antichità classica irradiò un’unità più vasta apportando un nuovo fondamento culturale che ebbe come base di partenza la cultura ellenica. In quel contesto il Mediterraneo era un co-protagonista insieme all’uomo. Proprio lo stesso Mediterraneo fu lo strumento maggiore per l’espansione militare e culturale dell’impero romano, civiltà che aveva assimilato in tutto e per tutto la cultura greca. Un dominio culturale che ricopriva non solo i paesi mediterranei costieri, ma anche quelli continentali sottoposti all’occupazione militare delle legioni romane: «tutto il mondo romano si fonda sulla patria romana». Impero romano equivaleva a pax romana, capace di proteggere il mondo civile contro i barbari. Un punto di rilevanza strategica era il Maghreb, posto a metà strada tra il Mediterreno e il Sahara. Quest’ultimo spazio per i Romani era stato irraggiungibile, dato che le invasioni non erano mai giunte al suo interno. Con la caduta dell’Impero romano le cose si ribaltarono. Il Mediterraneo divenne un luogo insicuro di navigazione a causa delle scorrerie piratesche e del declino delle flotte marittime; al contrario il Sahel, grazie all’utilizzo del cammello, diventa più facilmente accessibile per essere scoperto verso sud. Il fronte del Maghreb si andava a saldare con le tribù del Sahel e si scindeva radicalmente dall’Europa, o meglio da tutti i costumi dell’occidente. 

Secondo Febvre, in quel determinato contesto storico nasceva l’Europa, riprendendo la tesi della nascita dell’Europa dal suo amico e collega Bloch, ucciso dal nazisti pochi mesi prima dell’inizio delle Lezioni a Lione dai nazisti, che nel 1928 tenne una relazione al congresso internazionale di Scienze Storiche Oslo, intitolata  “Pour une histoire  comparée des sociétés européennes”, in cui sosteneva che il mondo europeo era stato una «creazione dell’età del medioevo», nato dalla rottura dei rapporti economico-sociali e culturali della civiltà romana:

«Allora nacque l’Europa nel senso umano della parola… e da allora questo modo europeo non ha mai smesso di essere da persone comuni».

Sul finire del V secolo era avvenuta una secessione economico-culturale tra Oriente e Occidente, durante la quale i popoli e le tribù germaniche cominciarono ad insediarsi nei settori occidentali: Gallia del nord, Gallia Orientale gli Alani e i Visigoti in Italia. I risultati di quella  separazione furono lo sviluppo di nuove entità linguistiche, nate dal miscuglio tra il latino e multipli idiomi germanici. Ma con la lingua mutavano anche tutte le civiltà, nuove popolazione che avevano costumi, letteratura epica e architettura tutti loro. Una nuova società che si andava fondando su un miscuglio di costumi e di razze: «abitudini conservate per strati sviluppatisi e poi fortemente mescolate». Questi uomini si appropriavano anche di una religione come quella cristiana, che divenne mezzo per il consenso di massa ai suoi fini politici:

«L’Europa promana nella storia come un uomo forte. Un spinta di organizzazione, una spinta da civiltà». 

L’Europa come crescita di una civiltà che Febvre paragonava ad una pianta che cresceva nel terreno e man mano che diventava sempre più grande doveva avere un terreno circostante sempre più vasto.  Quel terreno era stato dapprima la civiltà e la cultura romana, a cui si era aggiunta la religione facendo entrare in gioco la Chiesa di Roma, che prima del IX secolo era una chiesa ecumenica a tutti gli effetti, che comprendeva tutti i territori che prima aveva fatto parte dell’Impero romano. L’Europa andava configurandosi come una definizione storica in cui vi erano uomini che professavano una sola religione, che avevano un medesimo sostrato culturale. Si fondò così l’ideologia d’Europa, in cui la formazione storica era una somma tra politica e cultura. 

Una politica di stampo cattolico che si fondò tramite l’istituzione della rete di vescovadi e monasteri, che andavano a localizzarsi secondo una concezione territoriale strategica; il primo esempio di questo è il monastero di Cluny, governato da abati che avevano segnato la storia del crisitanesimo medievale, definita da Febvre una «monarchia monastica» un vero e proprio Stato nello Stato, che con gli altri monasteri sparsi tra la Vistola, Oder. Ma lì si inserì anche il principe della cristianità, il papa, che si poneva al dì sopra degli imperatori, dove la somma del ruolo politico e quello religioso gli davano  la forza di utilizzare l’arma più letale, quello della scomunica.  In quella  fase storica nasceva il conflitto tra le due ideologie: la laicità dell’imperatore contro  quella dello spiritualismo cristinao del papa. Conflitto che diede lo sviluppo alla crociate, che sembrano guerre di religione  solamente sulla carta, ma in realtà  erano delle vere e proprie guerre di conquista:

«La crociata è infatti una bella occasione per mercanti di ogni tipo e di ogni calibro, la Criticata per dirla in una sola parola, è un bell’affare, che la fede procura alla cupidigia».

Lì si formò una nuova ideologia di Europa di dominio e potenza, secondo lo storico francese, la  costituzione «della Repubblica cristiana d’Europa», in cui i diversi principi si coalizzavano contro gli infedeli, musulmani, ottomani. E proprio in quel campo che si vede il mito della «dominazione universale», definito «uno dei miti più orrendi e sanguinosi che abbia mai generato il cervello umano». Un limite geografico o un confine per definire ciò che era europeo o meno non poteva esistere. Un’Europa concepita come ideologia poteva benissimo raggruppare anche il mondo slavo che poteva iniziare dalla Polonia, passando per Boemia e che continuava con l’Ucraina:

«E con una Russia, per prolungarsi oggi, per continuare anconcora con altre Russia, Russia siberiana, Russia d’Asia… ma dove si ferma, questa civiltà? Dostoevskij è un europeo; e così Tolstoj, Gorki; o in un’altro ambito, Bakunin e Kropotkin». 

La Russia aveva il compito primario di prolungare le idee cristiane verso Oriente. Il popolo russo era composto da una commistione di due elementi: quello slavo e quello scandinavo, i variaghi che nel IX secolo fondarono le marche di Kiev e Novgorod, discendenti dei Normanni, che crearono il ducato di Normandia e poi il Regno d’Inghilterra. La Russia a sua volta era nata dalle idee e dalle credenze della cultura greca e romana. Non era un caso che tra il 988/ 989 il principe di Kiev Vladimiro sposò Anna, una principessa bizantina. Kiev, capitale del regno, la prima città russa, diventò una metropoli, un surrogato di Costantinopoli. Da Kiev e da sud la religione, la letteratura e le arti si allargarono verso nord est, fino alla costituzione di Mosca, il cui nome appariva negli annali per la prima volta nel 1147. Ma tutto questo allargamento di civiltà, di idee, era ignorato dagli occidentali, considerati a tutti gli effetti figli di un cattolicesimo minore:

«E l’ignoranza è durata fino al giorno in cui l’Europa ha dovuto prendere atto che i surri esistevano. Quando? nel momento in cui l’Europa medesima si distoglie dai suoi compiti orientali, dalla sua difesa verso est, per gettarsi anima e corpo verso ovest, dalla parte dell’Atlantico».

L’Europa come abbozzo di una realtà politica ebbe il suo germe solamente tramite l’opera di un pensatore come Montesquieu, in cui la vera nozione che caratterizza l’Europa era la somma di culture nordiche e mediterranee:

«L’europa ha raggiunto un grado così elevato di potenza da non trovar riscontro nella storia, se si considerano l’immensità delle spese, la grandezza degli impegni, il numero delle truppe e la continuità del loro mutamento».  

Esprit de Lois

Un’Europa, però,  con i piedi d’argilla, padrona dei commerci e delle ricchezze, ma anche  schiava del suo militarismo. L’Europa era un concetto a metà tra nazione e genere umano. Montesquieu lo descriveva in chiare lettere nel famoso brano dei Cahiers:

«Se sapessi qualcosa che mi  fosse utile e che fosse pregiudizievole per la mia famiglia, la rifiuterei dal mio spirito. Se sapessi qualcosa di utile per la mia famiglia e che non fosse utile alla mia patria, cercherei di dimenticarla. Se sapessi qualcosa che fosse utile alla mia patria e che fosse di pregiudizio per l’Europa, o che fosse utile all’Europa e di pregiudizio per il genere umano, la condannerei come un crimine».

Concetto di Europa che era il medesimo di Voltaire, dove intendeva esservi racchiusi  una comunità di costumi, distinti da quelli orientali, come scrive nel libretto, intitolato Saggio sui Costumi:

«Tutto differisce tra (gli orientali) e noi: religione, ordinamento, costumi, cibo… la maggiore somiglianza che noi abbiamo con loro è quello spirito guerriero, sanguinario, distruttore, che ha sempre spopolato la terra».

L’Europa di Montesquieu e Rousseau era «un’Europa per gente colta», per uomini dotati di un’intelligenza aristocratica; la loro dote al posto del sangue blu, una nuova classe sociale che ha in dote il fattore intelligenza, talento e fortuna. Un’Europa in cui i valori comuni erano la stessa lingua parlata, il francese, gli stessi libri letti, le stesse idee, lo stesso stile architettonico per la costruzione di palazzi sull’esempio di Versailles. Il risultato fu che nel XVIII secolo L’Europa era dappertutto, ricopriva le nazioni. Con la Rivoluzione francese ci fu uno spartiacque tra le nozioni di “Europa” e “Nazione“. Quest’ultimo concetto prendeva il posto dell’Europa: «La Francia in armi non grida “Europa, Europa”, ma a Valmy “Viva la nazione, viva  la Francia”». 

Nelle numerose riviste che erano nate durante il periodo rivoluzionario tra il 1789 e il 1790, come L’arme du peuple di Marat e La voix du Peuple di Camille Desmoulins, tanto per fare degli esempi,  non si parlava per niente di Europa come era stata concepita da Montesquieu e Voltaire, ma l’Europa rappresentava un comitato di nazioni ostili alla Francia della ragione:

«C’è la Francia, che serba per sé la  ragione, e di fronte ad essa, ostile, i re e i potentati d’Europa che essa fosse al tribunale della ragione».

Il Misticismo di stampo europeo si infrangeva contro il misticismo nazionale, anche se i sovrani degli stati europei parlavano la stessa lingua e leggevano gli stessi libri, cominciarono a combattere l’uno contro l’altro. Con Napoleone l’Europa diventava solamente «un’etichetta geografica». «Un bell’impero», scriveva da Sant’Elena Napoleone, ripensando agli anni felix dell’impero: «Avevo 83 milioni di esseri umani da governare, più della metà della popolazione d’Europa».

Una volta finito il turbinio di Napoleone, i diplomatici si rimisero a costruire l’Europa sulla base dell’equilibrio di una finta bilancia, composta da cinque potenze: Francia, Inghilterra, Austria, Prussia e Russia, che tra di loro si scrutavano guardinghe e impiantavano staterelli-cuscinetto tra di loro. In una sola parola, la Santa Alleanza. Ma più che alleanza era una pace armata. In questo bilanciamento di principi i popoli delle superpotenze erano formati per la maggior parte da cittadini ignoranti, la cui preoccupazione era rivolta alla soddisfazione dei bisogni primari, del pane quotidiano, che avrebbero potuto ottenere solo con un periodo continuo di pace. Sopra di loro l’aristocrazia: la nobiltà e il clero. Tra queste due, una classe interlocutrice, la borghesia. La restaurazione rimetteva  al centro l’importanza del re, il ruolo della corte, i ministri, i prefetti; ma al posto dei sudditi si trovava la cultura politica della nazione. Proprio in quel contesto nasceva il nazionalismo, un neologismo utilizzato per la prima volta nel 1823 nella voce: “nazionalità” nel Dictionnaire universel de la langue francaise di Boiste:

«Nazionalità, carattere nazionale, spirito, onore, unione, fratellanza nazionale, patriottismo da tutti condiviso…».

Iniziava , quindi, una nuova fase: l’Europa della nazionalità, fautrice di scontri e guerra che occuperanno tutto il caso storico europeo:

«Europa delle nazionalità, giacché la nazionalità è la costituzione dei popoli che non hanno ancora raggiunto lo stadio della nazione».

Nazionalismo nato a tavolino secondo la teoria politica sviluppata da Napoleone, denominata da Febvre «politica della nazionalità», una politica individualista di stampo dittatoriale di uno uomo solo. Tale affermazione l’aveva dedotta da un discorso che tenne Napoleone nel 1813 rivolgendosi a Beugnot, un politico francese:

«Fino a che questa (la spada) penderà al mio fianco (e possa essa pendere ancora lungo tempo!), non avreste nessuna delle libertà dietro le quali andate spasimando, ma anche quella, M.Beugeot, di fare qualche bel discorso alla vostra maniera».

I prodotti delle nazioni e della nazionalità erano dei prodotti esplosivi, pericolosi, e la nazionalità si andava riempiendo di due elementi distruttivi: la razza e la narrazione del passato fallace, che faceva soccombere il presente. L’Europa era diventata un contenitore di nazioni armate, con il suo esercito nazionale e la coscrizione obbligatoria, che scivolò nella Grande guerra e senza soluzione di continuità nella Germania di Hitler. Con le truppe tedesche ormai in fase di distruzione, Febvre, nell’ultima lezione, si pose una serie di domande che non avevano risposte:

«Domani si ricomincia? E saranno gli stessi a ricominciare? O Saranno gli altri? e come fai si che tutto questo non ricominci?»

Fino al 1945 la nozione di Europa era stata un sostantivo vuoto, a cui si aggiungeva l’aggettivo di «feticcio». Un’Europa che se un domani venisse realizzata, ed eravamo nel 1945, si sarebbe realizzata solamente con la concordia tra gli Stati oppure con l’utilizzo della forza: «Che cosa ci guadagnano? A che cosa servirebbe questa unione imposta? Alla guerra».

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