La battaglia per la riforma fiscale dell’Europa

Agli osservatori più attenti non sfuggirà l’improvviso cambio di rotta di Francesco Giavazzi, consigliere di Mario Draghi, sulle politiche economiche.
Agli osservatori più attenti non sfuggirà l’improvviso cambio di rotta di Francesco Giavazzi, consigliere di Mario Draghi, sulle politiche economiche.

Nei primi mesi del 2022, rispettivamente il 24 gennaio ed il 23 aprile, si terranno le consultazioni per eleggere il Presidente della Repubblica Italiana e le elezioni per il Presidente della Repubblica Francese. Ma questo non sarà probabilmente il terreno di scontro più duro in cui vedremo impegnati Mario Draghi ed Emmanuel Macron. Il “casus belli” è la lettera, pubblicata il 23 dicembre scorso dal Financial Times, a firma congiunta dal Presidente del Consiglio italiano, e dal Presidente Francese, dal titolo piuttosto eloquente The EU’s fiscal rules must be reformed. L’articolo, ampiamente ripreso da tutte le testate nazionali ed internazionali, non lascia spazio a dubbi, mettendo in chiaro le bellicose intenzioni di Italia e Francia sulla necessità di riformare le regole fiscali europee, il famoso Patto di Stabilità attualmente sospeso a causa della pandemia. Ad una prima lettura il testo appare sin troppo prudente rispetto alle premesse del titolo, ma ad una analisi più attenta emergono sfumature e piani di lettura che rendono tutt’altro che trascurabili alcuni passaggi e soprattutto si ha la sensazione che vi siano diversi messaggi precisi ma apparentemente nascosti. 

La generica, ed invero piuttosto discutibile, parte iniziale celebra la velocità e l’efficacia delle azioni messe in atto dall’Unione Europea per combattere la pandemia. Sembra ci si sia dimenticati, immaginiamo volutamente, dello scontro piuttosto aspro protrattosi per lunghe settimane con i famosi paesi “frugali”, che di fatto ha rallentato in maniera consistente l’iter per l’approvazione del piano denominato Next Generation EU, ma è comprensibile che sia prevalsa la volontà di non arrivare subito allo scontro frontale con altri paesi membri. Ed è forse per quest’ultimo motivo, che Macron e Draghi esprimono fin dall’inizio la chiara volontà di ridurre l’indebitamento, una sorta di mano tesa verso i paesi virtuosi, precisando però che questo obiettivo non potrà essere raggiunto percorrendo la strada dell’aumento dell’imposizione fiscale, e nemmeno quella dei tagli alla spesa. Evitando di spiegare nel dettaglio la strategia da adottare per raggiungere questo scopo, diventa così importante quello che non viene scritto esplicitamente, ovvero la richiesta alla Presidente della Banca Centrale Europea, Christine Lagarde, di proseguire con una politica monetaria espansiva.

Sono in molti a pensare che lo spettro dell’inflazione giustifichi un ripensamento delle politiche della BCE. È noto come la stessa Lagarde abbia più volte manifestato l’intenzione di procedere ad una riduzione, seppur graduale, del programma di acquisti PEPP (Pandemic Emergency Purchase Programme) per sostenere i titoli di debito dei paesi dell’UE, oltre alla volontà di diminuire l’erogazione di prestiti a lunga scadenza concessi dalla BCE alle banche europee. Una stretta creditizia che, rischierebbe di mettere in crisi il sistema bancario ed in ultima analisi i mercati finanziari, da qui la richiesta, quasi subliminale, da parte di Draghi e Macron di proseguire con le politiche monetarie attuali, mantenendo bassi i tassi di interesse e continuando a immettere liquidità sul mercato. Vengono poi citate nell’articolo le onnipresenti “riforme strutturali”, un termine che viene ripetuto come un mantra da decenni, come mezzo per ottenere una crescita economica stabile. Ma in questo caso la genericità del riferimento sembra non aver ottenuto l’effetto “politico” desiderato, finendo per spaventare sia i “falchi” fanatici del rigore, che temono interventi pubblici con l’esposizione a nuovi e più ampi deficit di bilancio, sia le “colombe” che immaginano invece un massiccio ricorso alle privatizzazioni ed un ritorno alle politiche di austerità. Ma il tema fondamentale del testo redatto congiuntamente, rimane la riforma del Trattato di Maastricht ed il seguente Patto di Stabilità e Crescita. Ricordiamo che le regole previste da questi trattati, ovvero l’obiettivo di un deficit pubblico inferiore al 3% del Pil Nazionale e di un debito pubblico inferiore al 60% del Pil, sono attualmente sospese, nonché disattese da una gran parte dei paesi membri, a causa della pandemia. Ma è previsto che vengano ripristinate a partire dal 2023. Nell’articolo pubblicato dal Financial Times si afferma:

“Così come non abbiamo permesso che le regole ostacolassero la nostra risposta alla pandemia, allo stesso modo non dovranno impedirci di intraprendere tutti gli investimenti necessari”

Facendo chiaramente intendere la necessità di una modifica degli accordi presi a Maastricht ormai trenta anni fa.

Una dichiarazione di intenti forte ma che ancora una volta non contiene una proposta precisa, almeno non esplicitamente. Non è necessario scavare troppo in profondità, per capire come in realtà un piano sia già pronto. Esiste un documento ufficiale, che appare tra l’altro in vari link collegati alla lettera, intitolato Rivedere il quadro fiscale europeo i cui principali autori sono Francesco Giavazzi, consigliere di Mario Draghi per le politiche economiche, e Charles Henri Weymullermembro del Dipartimento di Macroeconomia della Presidenza della Repubblica Francese. Questo saggio parte da un presupposto incontrovertibile, ovvero che la situazione politica ed il quadro macroeconomico, siano completamente diversi da quelli di tre decenni fa, epoca in cui fu concepito e siglato il Trattato di Maastricht. Oggi è chiaro come si sia davanti ad una svolta, ad un cambio di paradigma. Appare evidente, anche ai monetaristi più intransigenti, come la politica monetaria, ovvero il controllo dei tassi di interesse e della quantità di moneta in circolazione, non sia più sufficiente da sola a combattere le recessioni, ma sia necessaria un’azione congiunta con la politica fiscale, che consiste nell’insieme di decisioni che determinano le entrate e le uscite di uno Stato e quindi il bilancio pubblico. 

Ma questa non può essere imbrigliata in regole troppo rigide come quelle attualmente in essere seppur sospese. Vengono quindi proposti due strumenti che possano andare, se non ad aggirare, almeno a rendere più flessibile l’attuale impianto, un’Agenzia Europea per il Debito e l’introduzione di nuove regole fiscali ispirata alla Golden Rule. L’Agenzia del Debito, ente preferibilmente di nuova costituzione anche se si individua l’ESM (European Stability Mechanism) come organismo adatto allo scopo, dovrebbe farsi carico nel tempo di parte del debito dei singoli stati, più precisamente quello sostenuto per affrontare la pandemia, che viene attualmente detenuto dalla Banca Centrale Europea. L’Agenzia potrebbe emettere debito a tassi inferiori rispetto a quelli dei titoli di stato dei paesi dell’Eurozona, che pagherebbero gli interessi all’agenzia in base ad una serie di parametri che andrebbero ad includere il tasso di crescita ed il PIl del singolo paese, oltre alla quantità di debito detenuto. Un meccanismo che porterebbe ad un indubbio risparmio sulla spesa per interessi per Paesi come l’Italia, a scapito dei paesi più virtuosi. Questi ultimi verosimilmente non vedranno di buon occhio questa iniziativa, nonostante la promessa di alcuni vantaggi, come la costituzione di un fondo per interventi d’emergenza grazie alla liquidità accumulata dall’Agenzia con i contributi delle Nazioni, che servirebbe per far fronte ad interventi mirati senza ulteriori esborsi. L’espressione Golden Rule, in tema di finanza pubblica, si riferisce ad un particolare principio in base al quale l’indebitamento pubblico è ammesso solo per le spese destinate allo sviluppo delle infrastrutture e agli investimenti in capitale umano. La tesi proposta da Giavazzi e da Weymuller è quella di non calcolare questo tipo di spesa ai fini del deficit, o meglio trovare dei meccanismi per cui questo tipo di debito sia considerato “buono” e quindi meritevole di un trattamento più favorevole. È ipotizzabile, a titolo esemplificativo, la possibilità per gli Stati membri, di ridurre questa tipologia di debito in un tempo molto più lento rispetto al normale debito pubblico. In sostanza in questo documento si trovano parte delle risposte alle domande che sorgono leggendo l’articolo redatto da Draghi e Macron. Si prospetta una riduzione del debito, ma si punta sulla flessibilità e sulla possibilità di sospendere, di nuovo, qualsiasi regola per fare fronte a crisi improvvise come quella scatenata a causa del Covid. 

Certamente agli osservatori più attenti non sfuggirà l’improvviso cambio di rotta di Giavazzi, fiero sostenitore delle politiche di austerità conseguenti alla crisi del 2008, così come l’assenza di un qualsiasi accenno alla lotta contro la concorrenza fiscale all’interno dell’Unione Europea, una delle criticità più importanti dell’eurozona che purtroppo sembra passare sempre in secondo piano. Appare molto plausibile che il fine dell’articolo pubblicato dal Financial Times sia quello di consolidare l’alleanza tra Parigi e Roma, lanciando un messaggio a Berlino. L’obiettivo della missiva, naturale sviluppo del Trattato firmato recentemente da Draghi e Macron al Quirinale, diventa così il nuovo Cancelliere tedesco Olaf Scholz. Da sempre poco propenso alla possibilità di riformare i Trattati europei, Scholz ha più volte ribadito come le regole attuali si siano dimostrate sufficientemente flessibili, lasciando intendere che una loro riforma non debba essere considerata una priorità. La posizione tedesca è stata ben definita anche dal Ministro delle Finanze, Christian Lindner, considerato un sostenitore dell’applicazione ferrea delle normative vigenti, e dal nuovo presidente della Bundesbank, Joachim Nagel che condivide la linea del rigore. Senza contare che la Germania potrà sempre contare sul sostegno dei cosiddetti paesi “frugali”, Austria in testa, che già hanno mostrato la loro diffidenza verso qualsiasi allontanamento dai parametri stabiliti a Maastricht. 

Gli schieramenti si stanno così delineando in vista delle consultazioni che la Commissione Europea ha iniziato al fine di elaborare una proposta condivisa per rivedere il Patto di Stabilità. Un accordo è ben lontano dall’essere trovato, ed in gioco non ci sono solo le regole di bilancio, ma il prestigio e la leadership all’interno dell’Unione Europea. Macron, fortemente intenzionato ad avere un ruolo fondamentale in questa partita in funzione del semestre di presidenza francese dell’UE, ha già dichiarato che la riforma delle regole fiscali sarà un suo obiettivo primario. Con questa mossa il Presidente in carica ha di fatto dato inizio alla sua campagna elettorale per le elezioni presidenziali di aprile. Una prima forte risposta ai candidati concorrenti, che lo accusano di aver dato fondo alle casse statali e di aver fatto salire il debito pubblico in maniera incontrollata. La volontà del Presidente francese è quella di tenere un summit dei leader europei il prossimo 10 marzo, appositamente convocato per lavorare sulla riforma del Trattato di Maastricht, e sembra proprio che la lettera di intenti stilata con il Presidente del Consiglio Italiano sia stato solo il primo passo per affrontare quella che si preannuncia come una durissima battaglia.

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