Il regno immaginario di Nayib Bukele

L’entusiasmo del presidente del Salvador per l’utilizzo del Bitcoin come moneta non ha retto il confronto con la realtà.
L’entusiasmo del presidente del Salvador per l’utilizzo del Bitcoin come moneta non ha retto il confronto con la realtà.

Era il 5 giugno del 2021 quando in un discorso alla Bitcoin Conference di Miami, il presidente Nayib Bukele annunciava ad una platea di cripto entusiasti che El Salvador sarebbe stata la prima Nazione al mondo ad utilizzare il Bitcoin come moneta legale. Un paio di mesi più tardi il Parlamento salvadoregno approvava, a larga maggioranza, la “Bitcoin Law” dando ufficialmente corso legale alla criptovaluta, che da allora può essere usata per pagare le tasse ed effettuare qualsiasi tipo di transazione. La mossa è stata accolta in maniera piuttosto tiepida dalla comunità finanziaria internazionale, ed è sembrata ai più una mossa propagandistica del Presidente Bukele per distogliere l’opinione pubblica dai gravi problemi interni.

El Salvador non è nuovo ad esperimenti di politica monetaria; già nel 2001 fece piuttosto scalpore la decisione di sostituire la moneta locale, il Colon, con il dollaro statunitense, scatenando reazioni non proprio positive tra la popolazione. L’adozione della criptovaluta è stata accolta in maniera ancor più negativa. Sebbene la Bitcoin Law non impedisca o limiti in alcun modo la circolazione del biglietto verde, che continua così a mantenere lo status di moneta ufficiale, migliaia di cittadini di El Salvador si sono ritrovati per le strade delle varie città a protestare contro questa svolta tecnologica non richiesta.

In realtà l’adozione di una criptovaluta per un paese sovrano rappresenta una novità teoricamente interessante. Nelle economie in via di sviluppo, dove larghe fasce della popolazione non hanno accesso ai servizi bancari, il pagamento digitale potrebbe rappresentare una alternativa concreta volta a favorire l’inclusione a livello finanziario. Ma dovrebbe essere quanto meno accompagnato da importanti investimenti atti a rendere fruibile la tecnologia al maggior numero di persone possibile, altrimenti è alta la possibilità che si tramuti in spreco di denaro quando non in pura e semplice speculazione. Curiosamente, l’esempio di El Salvador è stato recentemente seguito dalla Repubblica Centrafricana, che a sua volta ha dato corso legale al bitcoin, in un paese in cui meno del 4% della popolazione ha accesso a internet. Ovvio che anche in questo caso le critiche siano di gran lunga più numerose degli apprezzamenti.

Non si può dire che El Salvador abbia lesinato nelle spese (pubbliche) per questo progetto. L’adozione del Bitcoin non poteva prescindere da uno strumento che ne facilitasse l’uso. Per questo motivo il Governo di Bukele ha creato un’applicazione chiamata Chivo Wallet. Un portafoglio digitale che permette di convertire bitcoin in dollari e viceversa, senza alcun costo di transazione e di inviare o ricevere denaro in queste due valute. Il lancio dell’applicazione, unito ad una massiccia campagna pubblicitaria volta a spiegarne l’utilizzo, è stato effettivamente recepito positivamente. Dopo 4 mesi due terzi dell’intera popolazione del Salvador aveva scaricato l’app grazie anche ad una serie di incentivi. Chiunque scaricasse l’app riceveva un bonus di 30 dollari, una cifra significativa per un paese che ha un PIL pro capite pari a poco più di 4.000 dollari l’anno, più una serie di sconti sui rifornimenti di carburante.

Questi soldi non potevano però essere ritirati se non prima di essere stati trasferiti ad un altro wallet, in tal modo si è cercato di favorire la circolazione e l’uso dell’applicazione per effettuare pagamenti. E qui sono iniziate le difficoltà.Alcuni cittadini hanno avuto problemi con frodi informatiche e furti di identità che li hanno privati dei loro bonus in Bitcoin prima che venissero utilizzati. Moltissimi hanno riscontrato difficoltà tecniche sia nell’utilizzo dell’app, sia con la rete di Bancomat appositamente installati dal governo, che spesso non consentivano di effettuare transazioni. Dopo oltre otto mesi dal suo lancio, il giudizio sull’acclamatissimo esperimento di El Salvador di rendere il bitcoin una moneta a corso legale, per quanto parziale non può essere positivo.

Un recente studio mostra come nel primo trimestre del 2022 non vi sia stato sostanzialmente nessun nuovo utilizzatore del Chivo Wallet, e che in generale meno del 20% della popolazione lo ha utilizzato almeno una volta dopo aver esaurito il bonus iniziale. La stragrande maggioranza dei salvadoregni non ha mai utilizzato uno dei costosissimi Chivo Bancomat installati in tutto il paese. Meno del 5% della popolazione ha utilizzato i bitcoin per pagare le tasse. L’uso del contante, come quello delle carte di credito e di debito, è rimasto sostanzialmente invariato dal lancio dell’applicazione. Oltre l’ottanta per cento delle aziende locali non consente pagamenti in criptovaluta, malgrado la contestatissima Bitcoin Law ne imponga obbligatoriamente l’accettazione.

La mancata diffusione della criptovaluta è però solo uno degli aspetti da considerare quando si analizza l’esperimento, vi è anche la non indifferente questione del denaro utilizzato per sostenerlo. Il Fondo Monetario Internazionale, critico fin dall’inizio, ha stabilito che il costo per l’implementazione del programma, ovvero il bonus di 30 dollari per ogni cittadino, lo sviluppo dell’applicazione e la creazione della rete di appositi bancomat, è costata alla nazione una somma pari all’1% del Pil nazionale. Per questi (ed altri) motivi, il FMI ha bloccato il previsto prestito da 1,3 miliardi di dollari, facendo capire che non vi saranno altre erogazioni di denaro fino a quando il bitcoin avrà lo status di moneta legale. E questo senza contare l’acquisto con soldi pubblici, fortemente voluto dal presidente Bukele, di 1.801 Bitcoin diventati poi 2.301 in seguito ad un ulteriore acquisizione sul mercato. Ad oggi questa operazione, in seguito alla fluttuazione negativa della criptovaluta, ha fatto perdere circa 30 milioni di dollari (sui cento investiti), al non floridissimo paese centro americano.

È opinione diffusa che El Salvador non sia in grado di sostenere questo tipo di spese. I titoli di Stato sono scambiati al 40% del loro valore originario, in quanto gli investitori iniziano a dubitare che la nazione sia in grado di ripagare i prossimi debiti in scadenza. Nonostante le rassicurazioni di Bukele che continua ad affermare che il rischio di un default sia pari a zero, le agenzie di rating non sono affatto ottimiste. Fitch ha recentemente abbassato il giudizio a CCC, descrivendo i bond salvadoregni come “junk” letteralmente spazzatura, aumentando in maniera esponenziale il costo del debito, ovvero i tassi di interesse che la banca centrale del Salvador è costretta a pagare per attirare investitori.

Nonostante tutto questo l’esperimento continua ad essere portato avanti con entusiasmo dal Presidente Bukele, che ha annunciato il piano per la costruzione di una avveniristica “Bitcoin City”. Costruita sul pendio del vulcano Conchagua, con l’idea di utilizzare l’energia geotermica per l’attività di “mining”, questa città sarebbe la prima al mondo a basare la sua intera economia sul Bitcoin. Nel progetto mostrato lo scorso novembre la città appare modernissima, ecosostenibile e soprattutto libera da (quasi) ogni forma di tassazione. I soldi per la sua costruzione arriverebbero dall’emissione di un “Volcano Bond” in bitcoin per un controvalore pari ad un miliardo di dollari. L’emissione di questi bond però è stata prima rimandata più volte, e recentemente sospesa a tempo indeterminato dal ministro delle Finanze Alejandro Zelaya, che ha incolpato la situazione internazionale di incertezza e la guerra in Ucraina per la mancanza di interesse riscontrato dagli investitori in questa operazione. E così nel sud del paese, dove dovrebbe sorgere la scintillante città del Bitcoin, il panorama è ancora costellato di strade malandate e campi incolti.

Il corso degli eventi ha mostrato l’evidente disparità tra le roboanti promesse del Presidente Bukele di una rivoluzione finanziaria supportata dalla tecnologia, e la realtà di una piccola nazione martoriata dalla violenza e dalla povertà. L’estrema volatilità del Bitcoin rende completamente inadatta la criptovaluta ad essere utilizzata come moneta legale. Il giorno dell’annuncio di Bukele il suo valore è diminuito del 15% in una sola ora. E la maggior parte dei salvadoregni, il venti per cento dei quali vive con meno di 150 dollari al mese, non può assolutamente permettersi questo tipo di “scommesse” sui pochi denari faticosamente guadagnati. Logico che a questo punto sorgano parecchi dubbi, non solo sulla riuscita dell’esperimento, ma anche sulla moralità di un’azione volta a forzare l’uso dei Bitcoin in una realtà come quella del Salvador. Sembra che la nazione centro americana sia stata trasformata in una sorta di enorme slot machine, dove vi potranno essere uno o più “vincitori” ma, esattamente come in un casinò, vi è il rischio concreto per la maggioranza delle persone, di perdere molti soldi.

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