Essere Keynesiani

Ad ogni crisi economica, il nome di John Maynard Keynes torna estremamente popolare. Solo che le sue teorie economiche spesso vengono citate a casaccio (se non in malafede). Mettiamo un po’ di ordine
Ad ogni crisi economica, il nome di John Maynard Keynes torna estremamente popolare. Solo che le sue teorie economiche spesso vengono citate a casaccio (se non in malafede). Mettiamo un po’ di ordine

Puntualmente in occasione di una crisi economica, il nome di John Maynard Keynes torna ad essere estremamente popolare. Chiunque si occupi di materie economiche, sia esso giornalista, opinionista o peggio ancora politico, parla o scrive, spesso a sproposito, di politiche keynesiane per affrontare il probabile dissesto. Lo scopo di questo articolo, lungi dal voler essere esaustivo sul pensiero del brillante economista di Cambridge, è quello di fissare alcuni punti cardine da sempre imprescindibili per Keynes.

Essere Keynesiani significa, oggi come allora, riconoscere il ruolo cruciale della domanda aggregata, favorire lo stimolo fiscale (attraverso la spesa pubblica ed agendo su imposte e tasse) in tempi di crisi anche a discapito di un peggioramento del debito nazionale, ed essere consapevoli che la politica monetaria non è sufficiente, ed a volte completamente inadeguata, ad affrontare una grave recessione.

La domanda aggregata

La grande depressione del 1929 servì a John Maynard Keynes per lanciare la sua grande rivoluzione economica. In una serie di articoli e raccomandazioni, culminati nella sua Teoria Generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, Keynes fu il primo a sostenere in maniera decisa come il principale problema dell’economia classica fosse il presupposto che fosse l’offerta a creare la domanda. La famosa legge di Say, tanto contestata da Keynes, prevede che in una economia di mercato se si ha un eccesso di offerta di un bene i prezzi tenderanno a scendere, e questa discesa renderà conveniente acquistare quel bene. Per la teoria classica predominante all’epoca, i bisogni dei consumatori erano sempre maggiori della capacità dei produttori di soddisfarli: qualsiasi cosa venisse prodotta sarebbe stata acquistata e consumata se si fosse trovato il giusto prezzo.

Keynes fece notare che in seguito alla Grande Depressione non vi era alcuna garanzia che i beni prodotti venissero effettivamente acquistati: rimanendo invenduti questo avrebbe causato una contrazione della produzione e in ultima analisi una crescente disoccupazione. Per mantenere la piena occupazione non ci si poteva quindi affidare ai meccanismi di autoregolazione del mercato, bensì occorreva un intervento statale al fine di ridare potere di acquisto alla popolazione attraverso politiche di spesa pubblica.

Nonostante gli attacchi decisivi di Keynes, la dottrina classica tornò in auge a partire dagli anni ’70 del secolo scorso. Semplicemente, l’importanza della domanda aggregata tornò ad essere ignorata. I maligni dicono che il ritorno del pensiero classico sia dovuto alle giustificazioni che questo offre alle ineguaglianze ed alle ingiustizie sociali prodotte dal capitalismo, ma il punto non è ideologico. Il problema è il fallimento, ai fini previsionali, di questo tipo di dottrina. Un problema che viviamo anche ai giorni nostri è l’incapacità degli economisti classici di prevedere e attuare le misure necessarie per affrontare le grandi crisi economiche. L’aspetto più grave è che la grande maggioranza degli economisti contemporanei, sembra non aver dato alcuna importanza alla mancanza di corrispondenza tra la loro teoria e i risultati da essa prodotti nel mondo reale. Alimentando così la sfiducia, quando non vera e propria diffidenza, tra la persona comune e il mondo economico.

Lo stimolo fiscale

Data la centralità della domanda aggregata nella teoria Keynesiana, diventa chiaro come per l’economista di Cambridge fosse fondamentale un adeguato stimolo fiscale. Per combattere una crisi recessiva occorre quindi un forte intervento governativo, sotto forma di aumento della spesa pubblica accompagnato da un taglio delle tasse. Queste misure, come vedremo in seguito, dovranno essere incisive ma temporanee, contrariamente a quanto molti pensino, Keynes non era un fanatico del debito pubblico ad oltranza. Era convinto che occorresse agire senza paura per mettere in atto politiche economiche coraggiose, in quanto solo queste potevano essere efficaci, anche a scapito di un peggioramento dei conti pubblici. Solo una volta rilanciata l’economia, si poteva e si doveva tornare a pensare all’equilibrio di bilancio.

Ma l’attenzione che Keynes poneva sulla politica fiscale non lo portava a trascurare la politica monetaria, che vedeva come un complemento all’aumento della spesa pubblica. Le Banche Centrali, in accordo con i Ministeri del Tesoro, dovrebbero poter fornire “aiuti” finanziari aumentando la liquidità disponibile sui mercati, se a seguito di una crisi il mercato del credito andasse a contrarsi. Questa differenza nell’importanza della politica fiscale rispetto a quella monetaria è però il fulcro della rivoluzione Keynesiana. La dottrina classica si è sempre opposta agli stimoli fiscali come arma per combattere la recessione, spingendo invece per una politica di austerità, ovvero tagliando ulteriormente la spesa pubblica e riducendo il debito di una Nazione. Per gli economisti classici uno stimolo fiscale non porterà ad una uscita dalla crisi bensì la aggraverà, in quanto privati ed imprese si aspetteranno in un prossimo futuro una maggiore tassazione che vada a compensare l’aumento del deficit, contraendo la loro fiducia e quindi agendo da freno per gli investimenti. Per i classici, o più precisamente per i neoclassici che hanno approfondito la materia, sarà sempre e solo sufficiente un intervento di politica monetaria, come ad esempio l’immissione di liquidità sui mercati da parte delle Banche Centrali, le politiche di Quantitative Easing che abbiamo visto adottare per la crisi del 2008 e che ancora oggi sono parte fondamentale nella lotta alla crisi generata dal Covid-19.

Per la Teoria Keynesiana, al contrario, lo stimolo monetario è un rafforzativo dello stimolo fiscale, che rimane centrale. La riduzione delle entrate fiscali o l’incremento della spesa pubblica andranno finanziati attraverso un aumento dell’emissione di titoli di Stato. La Banca Centrale in accordo con il Ministero del Tesoro potrà così acquistare sul mercato questo surplus di prestiti governativi e in questo modo l’espansione fiscale sarà accompagnata da una espansione monetaria, che avrà il non secondario effetto di mantenere bassi i tassi di interesse.  Se la combinazione di stimoli fiscali e monetari sarà sufficientemente corposa, la domanda aggregata tornerà a livelli ottimali favorendo la ripresa economica.

Essere Keynesiano, oggi più che mai, significa dare la priorità a combattere la recessione, piuttosto che prevenire un eccessivo rialzo del debito pubblico.

Il ritorno alla crescita e le politiche restrittive

La critica principale alle soluzioni proposte da Keynes riguarda proprio l’impatto sul debito di una Nazione. A causa della pandemia che ha richiesto misure eccezionali da parte di tutti i governi del mondo, le percentuali di indebitamento delle singole Nazioni rispetto al prodotto interno lordo sono aumentate in maniera molto significativa. Il timore che il debito diventi troppo elevato è spesso però anche il maggior ostacolo all’implementazione di stimoli fiscali adeguati al fine di combattere delle crisi così profonde. Questo perché troppo spesso si considera uno Stato al pari di un privato cittadino o di una azienda, con le stesse logiche e gli stessi limiti di indebitamento. Durante una crisi è normale che i cittadini si comportino con prudenza, taglino le spese e provino a risparmiare, e si aspettano che uno Stato si comporti allo stesso modo. Ma se per un privato o un’azienda spesso l’austerità diviene una scelta obbligata, uno Stato ha altre opzioni. Può infatti spendere più di quanto incassi con le tasse, prendere a prestito la differenza emettendo titoli di Stato e fare in modo che la Banca Centrale acquisti la differenza, comprando questi titoli ed emettendo nuova moneta.

Con il ritorno alla crescita economica dovuta allo stimolo fiscale, ritornerà la fiducia, aumenteranno consumi e investimento, e solo a quel punto l’intervento pubblico potrà diminuire gradualmente. La domanda aggregata tornerà su livelli tali da mantenere la piena occupazione riducendo il deficit di bilancio e quindi portando il debito pubblico ad una percentuale accettabile del prodotto interno lordo. In questo modo, alla successiva crisi, il debito governativo sarà, almeno idealmente, sufficientemente basso da rendere politicamente praticabile un nuovo stimolo fiscale per combattere la nuova recessione. Ecco che per la teoria keynesiana l’innalzamento del Debito attraverso la spesa pubblica in deficit non è un Dogma, bensì l’arma principale in mano agli Stati nei periodi di crisi. Ma una volta ritornati alla prosperità e alla crescita economica, occorre pensare di tornare a risanare i conti pubblici, concetto sintetizzato da Keynes con la famosa frase “The boom, not the slump, is the right time for austerity at the Treasury”.

Conclusioni

Risulta impossibile concentrare in poche righe il pensiero economico di John Maynard Keynes, ma abbiamo ritenuto utile provare a chiarire alcuni concetti, che troppo spesso vengono dimenticati anche e soprattutto da chi in qualche maniera si dipinge come keynesiano. Assistenzialismo, aumento indiscriminato della spesa pubblica, politiche monetarie espansionistiche, non fanno parte della Teoria sviluppata dall’economista di Cambridge, possono al massimo essere tatticismi temporanei al soldo di una strategia di più ampio respiro, ma mai il cuore delle politiche economiche.

Diventa così importante, soprattutto di fronte ad una crisi come quella che stiamo vivendo, imparare a distinguere chi esprime concetti e soluzioni avendo una reale comprensione del pensiero economico di Keynes, e chi invece lo usa come paravento, per dare una parvenza di scientificità a misure economiche prese un po’ a casaccio quando non in clamorosa malafede.

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