OGGETTO: La morale del rischio
DATA: 31 Marzo 2023
SEZIONE: Finanza
FORMATO: Analisi
Ciclicamente, la scelta per governi e banche centrali fra Moral Hazard e Apocalisse si ripresenta: ovvero fra salvare gli istituti di credito dissoluti e lasciarli fallire.
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Nelle ultime settimane i problemi delle banche regionali americane Silvergate e Silicon Valley Bank, e del colosso elvetico Credit Suisse, hanno portato ad una decisa correzione dei titoli del settore bancario da entrambe le parti dell’Oceano Atlantico.

Negli Stati Uniti abbiamo assistito ad una vera e propria “bank run” ovvero ad una corsa verso gli sportelli bancari per ritirare il proprio denaro, ed improvvisamente le prospettive di una crisi finanziaria simile a quella del 2008 non sono apparse più cosi remote.

È normale quindi chiedersi, ora come allora, quali possano essere le cause di questa situazione critica e soprattutto cercare di capire come le Banche Centrali e le autorità finanziarie a livello globale avranno intenzione di muoversi al fine di scongiurare la tragica eventualità di un nuovo terremoto nel settore bancario.

Le cause che oggi hanno portato al default di alcune banche americane sono molto diverse rispetto a quelle che hanno generato la crisi del 2008. All’epoca vi erano banche che agivano seguendo prassi quanto meno discutibili, che finivano per finanziare qualsiasi soggetto avesse intenzione di acquistare un immobile, anche quelli la cui capacità di rimborsare il prestito era molto dubbia. Questi “crediti” venivano poi immessi sul mercato al fine di scaricare il rischio ed acquistati da grandi banche internazionali, fondi pensione ed altri compratori istituzionali. Una volta che l’insolvenza da probabile diventava certa si scopriva che le garanzie per questi prestiti erano state alterate in maniera fraudolenta, con valutazioni delle case clamorosamente gonfiate. Questa pratica ha finito per avvelenare i bilanci di moltissime aziende di credito, mettendone a rischio la sopravvivenza.

Oggi il problema è differente. La Silicon Valley Bank, e con lei diverse altre aziende di credito statunitensi, era specializzata nel credito alle imprese tecnologiche, un settore che ha subito una grossa crisi negli ultimi due anni, ma che non era considerato molto più a rischio di altri. A garanzia della corretta patrimonializzazione della banca, la SVB aveva messo in bilancio un gran numero di obbligazioni e titoli di stato ad elevato rating, ovvero a bassissimo rischio default, ed a lunga scadenza. L’improvvisa accelerata sui tassi di interesse decisa dalla Banca Centrale americana, che ha portato ad un rialzo mai visto negli ultimi cinquant’anni, ha fatto crollare il prezzo dei titoli in possesso della SVB, facendo dubitare della solidità della banca stessa.  

Nel 2008 si decise di risolvere la crisi finanziaria con una gigantesca immissione di liquidità sul mercato, che di fatto salvò il sistema bancario. La soluzione attirò le critiche di alcuni economisti secondo cui quella manovra avrebbe dato il via ad una crescente pressione inflazionistica, che avrebbe portato ad ulteriori turbolenze.

Ma altri si opposero per una ragione più profonda, tale pratica avrebbe potuto minare l’intero sistema economico occidentale, giustificando il Moral Hazard, un termine divenuto oggi di uso comune ma che ha origini piuttosto lontane.

Nel lontano 1928, in un periodo caratterizzato da inflazione crescente e da una elevata speculazione sul mercato azionario, favorita da un ricorso al credito facile ed economico dati i bassi tassi di interesse,  il segretario del Tesoro americano, il banchiere Andrew Mellon, fece grande pressione per alzare i tassi di interesse e provare ad invertire questo circolo vizioso. La Federal Reserve, la banca centrale americana, iniziò così una politica monetaria restrittiva con un continuo aumento dei tassi che toccò il picco ad agosto 1929. Pochi mesi dopo, nell’ottobre del 1929 la Borsa di New York subì uno dei peggiori crolli della sua storia, ma questo faceva in qualche modo parte del piano.

Mellon era convinto della necessità di “eliminare il marcio dal sistema”, le regole le avrebbe dettate il mercato. Seguendo la logica liberista il fallimento di imprese o di aziende di credito “deboli”, sarebbe stato un requisito doloroso ma necessario per la ripresa del sistema economico. La Grande Depressione che seguì fu vista quasi come una liberazione, un’operazione darwiniana dove solo i più forti sarebbero sopravvissuti. 

Per Mellon era inaccettabile pensare che in una economia capitalista vi fosse uno Stato pronto ad intervenire per salvaguardare le banche, in quanto questa rete di sicurezza avrebbe favorito comportamenti scorretti. Le aziende di credito avrebbero potuto mettere in atto speculazioni estreme e tenere comportamenti irresponsabili, ben oltre il limite del rischio consentito, consce del fatto che prima o poi lo Stato sarebbe intervenuto in loro difesa. Il proverbiale Rischio Morale (Moral Hazard).

Nel 2008 si provò a seguire, almeno in un primo momento, questa linea di non interventismo, lasciando al loro destino colossi come Bear Stearns e Lehman Bros. Quello che ne seguì fu un crollo dei mercati finanziari altrettanto memorabile rispetto a quello del ‘29 che diede il via a quella che in seguito venne definita la Grande Recessione, e che costrinse ad una rapida inversione di tendenza le autorità finanziarie.

Oggi sembra che governi e Banche Centrali vogliano evitare di seguire per l’ennesima volta questa strada. Nonostante il dominio dell’ideologia liberista e della voglia di lasciare agire il mercato, un’ennesima operazione di “pulizia” sarebbe disastrosa sia a livello politico che economico. Ed in un periodo storico già complicato, legittimare una crisi potenzialmente gigantesca non sembra una possibilità concreta. 

La soluzione alternativa diventa così quella di farsi garante dei depositi sulle banche più a rischio, salvando i risparmiatori ed evitando il contagio per l’intero sistema bancario, mai così interconnesso a livello globale.

Questo è quello che successe nel 2009 e che di fatto salvò il mondo da una catastrofe finanziaria, ed è anche quello che con ogni probabilità avverrà ora.

Inutile negare che strategie di questo tipo favoriscano davvero il Moral Hazard, ne abbiamo avuto prova in tempi piuttosto recenti anche sul nostro territorio.

Vi è però l’altra faccia della medaglia, ovvero se le banche hanno problemi seri a causa dei loro comportamenti scriteriati non appare giusto che a pagarne il prezzo siano gli ignari risparmiatori con i loro depositi. Abbiamo visto negli anni come siano stati bruciati gran parte dei denari di chi aveva investito ad esempio in titoli Lehman Brothers, una società con rating AAA ovvero il massimo dell’affidabilità fino al venerdì sera, per poi trovarsi in Chapter 11 ovvero l’anticamera del fallimento il lunedì mattina.

Senza contare che nessuna nazione al mondo sarebbe in grado di reggere il contraccolpo di una crisi di fiducia nel sistema bancario. Ed è quello che accadrebbe se le persone vedessero fallire una dopo l’altra le banche in cui sono depositati i propri risparmi.

Ciclicamente, in occasione delle difficoltà di qualche istituto di credito, si apre un dibattito dai toni anche molto aspri dove si scontrano l’idea del “laissez faire” e quella “garantista”.

Ironicamente spesso a chiedere a gran voce l’aiuto dello Stato non sono quasi mai il piccolo risparmiatore o gli ambienti politici legati alla socialdemocrazia, ma i grandi colossi che vedrebbero messi in pericolo le loro posizioni (ed i loro privilegi) sul mercato.

E così, crisi dopo crisi, il settore bancario in molti paesi occidentali si è trasformato in un meccanismo alquanto imperfetto, che è rimasto teoricamente privato, ma viene spesso protetto dallo Stato. Un sistema che è essenziale al funzionamento dell’economia di mercato ma che paradossalmente non opera secondo le sue regole.

Si è scelto di legittimare il Moral Hazard perché l’alternativa sarebbe l’Apocalisse.

Individuare soluzioni per questa situazione di stallo è davvero difficile.

L’economista Joseph Stiglitz afferma che i problemi delle banche regionali americane rappresentano un chiaro fallimento delle politiche monetarie e soprattutto delle politiche volte a regolamentare il settore, e la soluzione non può essere che una serie di norme ancora più articolate e restrittive.

Altri come l’economista inglese Michael Roberts, sostengono che indipendentemente dal livello di leggi e regolamenti, le banche troverebbero comunque il modo di perdere i soldi dei risparmiatori trovando qualche area grigia nell’impianto normativo che permetta loro di perseguire la disperata ricerca di profitti sempre più elevati. Servirebbero quindi soluzioni estreme, che riportassero il settore bancario a servizio pubblico piuttosto lasciarlo al generatore di speculazione che è diventato, promuovendo una maggiore partecipazione statale nelle aziende di credito.

Vi è infine chi continua a preferire il “mercato”, sostenendo che fallimenti e liquidazioni siano parte integrante del sistema capitalista, ed un processo necessario al suo sviluppo anche a costo di pesanti recessioni. Una sorta di “distruzione creativa” come descritta da Joseph Schumpeter negli anni Trenta, ovvero la demolizione di un capitalismo diventato non più funzionale, che apre le porte ad un capitalismo più efficiente, che rinnova se stesso favorendo nuove opportunità di profitto per chi sopravvive.

Ma se la scelta tra rischio morale e distruzione creativa appare sempre di più come una decisione esclusivamente politica, dettata da motivazioni che spesso hanno poco a che fare con l’economia in senso stretto, diventa palese che ad oggi viviamo in un mondo in cui la regolazione del sistema bancario, almeno negli Stati Uniti, ha ampiamente fallito.

L’eccessiva permissività dell’attuale quadro normativo ha permesso di avvicinarci ancora una volta al 2008, dimostrando che difficilmente questa versione del capitalismo impara qualcosa, ma anzi tende a dimenticare tutto, ricordandosi esclusivamente dell’avidità che lo nutre.

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