Confessione

Sergio Vento

Dalla privilegiata finestra diplomatica, Sergio Vento ha osservato per oltre quarant'anni un mondo in continua oscillazione fra la stabilità e il caos. Lo abbiamo raggiunto per chiedergli a che punto siamo e quali sfide aspettano le principali potenze del nostro tempo.
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L’Occidente vive secondo i più accreditati analisti una vera e propria crisi della governance internazionale e delle leadership interne dei suoi principali stati. Dalla Francia al Regno Unito, passando per Spagna, Germania e in parte l’Italia, i più rilevanti paesi del blocco occidentale risentono oltre che degli effetti della policrisi, di una forte crisi delle proprie leadership interne che vengono fragilizzate dall’invadenza ed istantaneità dei media, e dall’assertività e dalla preponderanza del mondo finanziario. Fattori che hanno generato l’attuale situazione di “disordine mondiale”, come la chiamò brillantemente Giovanni Spadolini già nel 1994, le cui principali manifestazioni si possono vedere sia nella crisi dei partiti tradizionali che in quella delle classi dirigenti occidentali. Una crisi in cui si inseriscono prepotentemente le autocrazie, come la Cina, che non riescono a consolidare un vero e proprio blocco antagonista, ma allo stesso tempo svolgono un ruolo cruciale nelle dinamiche globali per la loro capacità di interdipendenza e interrelazione con gli stati occidentali. In quest’ottica il vertice di San Francisco del 15 novembre va inteso come un’importante cartina di tornasole delle crisi globali e di quelle che sono le principali dinamiche strategiche e di sicurezza. Un tema quello della crisi della governance internazionale che è al centro delle riflessioni e delle pubblicazioni dell’ambasciatore Sergio Vento, tra le voci più autorevoli del panorama delle relazioni internazionali. Vento ha potuto, infatti, osservare da vicino la genealogia di questo scenario di “disordine mondiale” sia come vice rappresentante permanente italiano presso l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) a Parigi, consigliere diplomatico dei presidenti del consiglio Giuliano Amato, Carlo Azeglio Ciampi, Silvio Berlusconi e Lamberto Dini che in quanto ambasciatore a Parigi, rappresentante permanente italiano presso le Nazioni Unite e ambasciatore d’Italia a Washington. Tutti ruoli che lo hanno visto distinguersi per la sua estrema competenza e per la sua ricchezza culturale e che lo rendono un interlocutore privilegiato per decifrare le principali dinamiche strategiche in atto.

-Ambasciatore Vento, come valuta lo stato del dibattito pubblico di fronte ai recenti sconvolgimenti internazionali?

Io credo che purtroppo siamo impantanati in quella che potremmo definire la “palude dello short-term”.

-Ovvero?

Una condizione in cui si è prigionieri dell’oggi, dell’istante, dell’ultima notizia ed in cui ci si concentra sull’attualità immediata, e che ha come conseguenza la perdita di una seria prospettiva sul medio e lungo periodo e di una attenta visione d’insieme sulle cose. Il termine come è noto, è mutuato dalla finanza, in cui si vive in una condizione di istantaneità e immediatezza, dove si è concentrati esclusivamente sulle repentine e puntuali fluttuazioni delle azioni, dei bond e delle materie prime a breve scadenza. Una focalizzazione sullo short-term che anche nella finanza ha prodotto la perdita del lungo e del medio periodo, con esiti tutt’altro che radiosi… Una tendenza che nel trasferimento dalla finanza all’economia reale ha portato alla perdita di una visione della dimensione economica che ha prodotto le criticità – inflazione, crescita lenta, recessione, disoccupazione, squilibri delle bilance dei pagamenti- che sappiamo bene. Immaginiamoci l’amplificazione nell’ambito della politica e delle relazioni internazionali. Il trasferimento di questa impostazione sul piano della politica e delle relazioni internazionali ha infatti generato conseguenze ben peggiori, poiché così facendo ha fatto sottovalutare per tre decenni (il periodo della cosiddetta “fine della storia”) le principali dinamiche strategiche (un termine che preferisco di più alla tanto abusata geopolitica…) e di sicurezza.

-Come mai questa puntualizzazione sulla geopolitica?

Perché spesso si abusa nell’utilizzare questo termine. L’idea di temi “geopolitici”, che nasce con alcuni tra i più interessanti pensatori, soprattutto tedeschi ed anglosassoni del primo Novecento (Ratzel, Haushofer, Mackinder, Mahan, per citarne alcuni dei più rilevanti), si è riferita soprattutto a problemi di equilibri tra potenze, politiche di potenza, dinamiche strategiche, relative ad aree geograficamente limitrofe, come ad esempio potrebbero essere i Balcani o il Medio Oriente. Il caso dello scontro tra le potenze europee nella spartizione dell’eredità dell’Impero Ottomano, ad esempio, è un tema squisitamente geopolitico. Ma quando analizziamo, invece, le dinamiche che riguardano i contrasti tra autocrazie e democrazie, tra gli Stati Uniti e la Cina, o la Russia, tali confronti non riguardano più solo il terreno della geopolitica, ma investono soprattutto le dinamiche mondiali, strategiche e di sicurezza. Sicuramente oggi assistiamo a quella che in un suo libro Robert Kaplan, già capo analista geopolitico presso il centro Stratfor di Austin, definì “The Revenge of Geography”, in risposta all’illusione (infranta) della “fine della storia” e della attenuazione del ruolo degli Stati, dei confini e della dimensione geografica. Anche se ciò non deve fare perdere di vista la preminenza dei temi strategici e di sicurezza nelle dinamiche internazionali.

-In questo quadro è fondamentale analizzare le principali dinamiche strategiche e di sicurezza di questi ultimi anni: quelle che caratterizzano il rapporto tra Stati Uniti e Cina. Si parla spesso della possibilità di una nuova guerra fredda o di un sorpasso cinese…

Sono molto scettico riguardo i catastrofismi e gli allarmismi sia sul “collasso cinese” che sul tanto annunciato “sorpasso” della Cina sugli Stati Uniti. Soprattutto sul piano strategico e militare, per la propria solidità economica e per la capacità di irradiamento dei propri sistemi di sicurezza, non vedo una imminente disfatta statunitense, né una condizione di competizione tale da portare all’azzardato paragone di una nuova Guerra Fredda tra un blocco occidentale e liberaldemocratico a trazione USA e un altro blocco altrettanto competitivo guidato da Pechino, di cui al momento non si vede traccia…

-Cosa ne pensa quindi dei rapporti tra Cina e Stati Uniti soprattutto in relazione alle recenti dichiarazioni dei principali esponenti di queste potenze?

In un suo recente articolo Jake Sullivan, attuale National Security Advisor, su Foreign Affairs, dopo aver rivendicato l’azione degli Stati Uniti nella loro funzione di “containment” nei confronti della Cina e aver rinnovato il suo sostegno all’Ucraina, ha sottolineato un aspetto molto interessante, che ci mostra in maniera sostanziale quello che sarà la bussola strategica dei rapporti tra Pechino e Washington. Nel suo articolo Sullivan, infatti, dice che in sostanza occorre trovare tra Stati Uniti e Cina un modus vivendi, una collaborazione competitiva, che sembra ribadire non tanto un “decoupling”, quanto, un “derisking”. Un “derisking” pensato ovviamente nei confini di una tutela degli interessi strategici statunitensi, per quanto riguarda soprattutto gli “anelli” più sensibili delle supply chain e le aree di interesse strategico statunitensi. Sullivan ribadisce, quindi, la necessità di una differenziazione degli investimenti continuando una linea orientata più che agli offshoring ai friendshoring e reshoring (soprattutto verso l’India e il Vietnam), che vede nella Cina un rivale strategico con cui però si possono sviluppare rapporti commerciali. Una distensione che si vede anche nell’attenuazione delle tensioni su Taiwan, (su cui lì si che insistono vere tensioni di natura geopolitica!). C’è poi un altro tema che incoraggia un riavvicinamento tra Cina e Stati Uniti, seppur in una cornice di una ovvia competizione strategica e rivalità sistemica…

-Intende il tema del debito e delle connessioni finanziarie e commerciali tra l’economia di Washington e quella di Pechino?

Esattamente. Anche se a mio avviso non si può parlare solo di “connessioni”, ma in larga misura di “interdipendenza”. La necessità di trovare una “convivenza” è dovuta soprattutto ad una interdipendenza, anche, ma non solo, finanziaria tra queste due potenze. Una rottura totale tra la Cina e gli Stati Uniti produrrebbe degli shock e delle conseguenze disastrose per i debiti pubblici e privati di questi paesi, senza precedenti. È vero che la Cina ha grandi risorse e mantiene ampi margini di autonomia, coltivando relazioni e network internazionali di cui spesso si sottovaluta la rilevanza, come i Brics. Ma allo stesso tempo c’è una profonda interdipendenza, economica e finanziaria, che lega strettamente Cina e Stati Uniti e non ne consente una rottura netta e profonda come è stato ad esempio tra gli Usa e la Russia, e che non è possibile per ambo le parti. Sul ruolo dei rispettivi debiti privati e pubblici, e sul loro collegamento, oggi si gioca una nuova partita che è la chiave principale per comprendere le ragioni di questo misurato e controllato riavvicinamento. Se durante la Guerra Fredda abbiamo assistito ad una competizione congelata per il pericolo di un conflitto nucleare e di una “Mutual Assured Destruction” (Mad), che avrebbe generato una reciproca distruzione totale assicurata, oggi invece ci troviamo di fronte ad un nuovo rischio di fondo: la MAFD. La cosiddetta MAFD, Mutual Assured Financial Destruction (come ha sottolineato Larry Summers), si fonda, infatti, sul pericolo di un collasso finanziario che potrebbe essere prodotto da una prospettiva di totale recisione dei rapporti fra essi. In questo scenario l’incontro tra Biden e Xi del 15 novembre ha avuto un significato cruciale nella definizione di un tale “equilibrio”, seppur tra avversari strategici.  In questo riequilibrio degli andamenti tra Stati Uniti e Cina, Pechino dovrà anche capire che un continuo e cronico squilibrio della bilancia commerciale (profondamente sbilanciato a proprio favore) non farà che produrre nuove tensioni e chiusure, e che è necessario correggere tali asimmetrie. Pensiamo solamente alla necessità di maggiori importazioni cinesi e investimenti dagli Stati Uniti su settori come quello energetico, quello dell’automotive e quello agroalimentare, in cui già nel 2020 alla fine dell’era Trump c’erano stati ‘degli iniziali propositi, purtroppo disattesi.

-Secondo lei come “instabilità” e “interdipendenza” si inserisce in una generale e diffusa crisi della governance internazionale?

Una governance internazionale che paradossalmente era più solida e definita in un clima ben più polarizzato e teso come quello della Guerra Fredda. Oggi essa invece è profondamente in crisi, delineando un quadro internazionale dominato da una evidente instabilità. Ciò è rilevabile da una parte nella asimmetria della percezione dei rischi e delle minacce che vede molte criticità anche nel coordinamento, salvo alcune eccezioni, della dimensione euroatlantica, da parte degli Stati Uniti e dell’Unione Europea. Ad esempio, nel settore energetico per effetto della crisi ucraina e del terrorismo per effetto delle rinnovate tensioni in Medio Oriente. Altrettanto, registrabile nella definizione di un nuovo “Non allineamento”, ricco di ambiguità, che non definisce la creazione di un altro blocco a trazione cinese, ma che accentua la tendenza verso un nuovo multipolarismo nel panorama internazionale. L’instabilità così creata si riflette nelle crisi nazionali che stanno colpendo le governance interne dei grandi paesi occidentali, come la Francia o il Regno Unito, ad esempio, o che porta all’ascesa di nuove potenze asiatiche ed africane.

-Possiamo parlare se non di uno scenario multipolare che, se non adeguatamente governato, si potrebbe tradurre in una maggiore “in-sicurezza internazionale”?

 C’è un’opera di Niall Ferguson dal titolo “The west and the rest” che potrebbe ben riassumere l’attuale scenario internazionale. Esiste, infatti, un “resto del mondo”, che non rientra nel confronto tra autocrazie e democrazie, composto da paesi come l’India, il Brasile, Sudafrica, Turchia ed altri paesi latino americani ed africani. Tali paesi sono passati dal “non allineamento” della guerra fredda (con l’eccezione della Turchia) ad un nuovo “non allineamento” rafforzato dalla loro realtà di economie emergenti alimentate dalla globalizzazione. Più recentemente il loro ruolo si ripropone in forma diversa alla luce di un processo di deglobalizzazione e alla nascita di nuovi network alternativi che non possono essere sottovalutati. Per molto tempo l’Occidente ha pensato che i paesi del “resto del mondo” potessero seguire gli automatismi dell’ordine unipolare successivo al crollo dell’Unione Sovietica. Oggi, invece, si stanno imponendo nuove sfide, che non rendono più improbabile la definizione di un possibile “ordine multipolare”, e che investono anche la dimensione valutaria, cioè il ruolo del dollaro nelle transazioni commerciali e come valuta globale di riserva.

-Come tale crisi della governance si sta manifestando in Francia? Sia sotto il profilo politico che tecnocratico-burocratico come nella ridefinizione del “sistema degli enarchi”?

In realtà la crisi della governance francese, e nello specifico del mondo del Deep State, fatto di funzionari e manager pubblici, (che vede il suo principale luogo di formazione nel sistema delle Grand Écoles), ha cause sia recenti che remote. Già ai tempi della presidenza di Nicolas Sarkozy, ci furono delle critiche all’École nationale d’administration (ENA) tanto dure quanto trasversali. Da sinistra si criticava il sistema di relazioni elitario e il profondo settarismo di quel mondo fatto di pochi preparatissimi funzionari provenienti dalle grandi Écoles. Da destra, soprattutto da quella destra liberista e liberale, che aveva in Sarkozy uno dei suoi più rilevanti interpreti (una critica che poi fu propria anche di Macron), si contestava invece che essa fosse uno dei bastioni del “dirigismo” francese, colbertista, che veniva accusato di mantenere un sistema statalista con un settore pubblico pesante e costoso. A destra si criticava inoltre il cosiddetto “pantouflage”, che corrisponde nel mondo anglofono al meccanismo delle cosiddette “revolving doors“, e che si riferisce al fenomeno per cui gli alti dirigenti pubblici francesi passavano dal mondo pubblico delle amministrazioni e dai gabinetti ministeriali, ai CDA delle grandi aziende private, come in un sistema di “porte girevoli”. Critiche e malumori che poi hanno portato alla liquidazione dell’ENA nel 2022, e al ridimensionamento di quel sistema di governance del paese, su cui si fondava anche la politica dei partiti tradizionali. L’ENA però era anche un sistema di alta formazione che, abbinando teoria ed esperienze pratiche, aveva generato una classe di funzionari molto capaci e competenti che furono membri di primo livello nei governi, nel Parlamento, nel management pubblico, tanto da annoverare molti presidenti provenienti da quel mondo: come Chirac e Macron, ad esempio.

-Quali sono a suo avviso le grandi trasformazioni che hanno mutato il potere e la società francese, oltre a quello già menzionato?

Si tratta di mutamenti che sia sul piano economico e sociale, che su quello culturale e politico hanno ridefinito di gran lunga quello che è stato per anni la società francese. Un tempo si era soliti distinguere l’Italia dalla Francia secondo la formula per cui nel nostro paese vi era una prevalenza dei corpi sociali, sul potere statale, mentre nel contesto francese vi era, il primato dello Stato sulla Società. Oggi invece sia la dimensione statale, per la crisi del sistema degli enarchi e dei poteri pubblici, che quella sociale, per il fallimento del modello dell’integrazione dei flussi migratori e per le disparità economiche, sono in profonda crisi. La Francia vive oggi una vera e propria crisi strutturale, di cui gli eventi degli scorsi mesi sono un sintomo più che evidente.

-Crede che queste tensioni “culturali” e “sociali” abbiano minato la tradizionale “compattezza” della società francese che permetteva ad essa di condensarsi dietro ad una condivisa leadership statale e politica?

Sicuramente. Se confrontiamo il modello di integrazione britannico con quello francese, possiamo vedere che il sistema della “integrazione repubblicana”, basato sulla laicità, la tolleranza e il patriottismo repubblicano si è rivelato disfunzionale. Infatti mentre il multiculturalismo britannico, molto più pragmatico e di orientamento liberale, ha saputo integrare le comunità islamiche e le minoranze etniche inserendole nell’ordine sociale attraverso istanze che non hanno creato un antagonismo diretto con queste culture, il multiculturalismo francese, invece, nella sua insistenza tutta cartesiana e geometrica ha fallito in questo fine. Un modello che se ha funzionato in una integrazione tra europei o con il mondo cristiano, non è riuscito a mitigare le tensioni con il mondo arabo e musulmano, nello specifico. Il laicismo francese ha creato degli scontri con i valori e i costumi sia degli immigrati musulmani. Soprattutto nelle nuove generazioni, che non si riconoscevano, ma anzi si sentivano emarginati dalla società di cui facevano parte. Una sensazione di discriminazione e di perdita di identità che non si è diffusa solo nelle altre confessioni religiose, ma anche sul piano delle componenti sociali più deboli, che nelle banlieue trova un terreno di scontro tra emarginati. In questa miscela di emarginazione sociale e culturale irrisolta si sono sviluppati gli elettorati dei due principali e polarizzati movimenti antisistema che sono riusciti a sostituire in quelle aree i partiti storici. L’ascesa di Marine Le Pen e di Jean-Luc Melanchon è stato, infatti, il sintomo più preciso della crisi dei partiti politici tradizionali e di quell’ordine politico che aveva caratterizzato la Francia dal dopoguerra.

-È venuto meno quindi il grande collante che univa, da destra a sinistra, i francesi dietro il vessillo dell’esprit repubblicaine?

Già nel 1995, dopo 14 anni di presidenza a guida socialista, nonostante due coabitazioni, con Mitterrand, con le sue ombre e le sue luci (con la prevalenza delle prime sulle seconde), Chirac parlava di una profonda “frattura sociale” nella società francese. Un tema, che mutuò dagli scritti di Emmanuel Todd, e che nonostante i numerosi impegni con grandi investimenti urbanistici e sociali, purtroppo non si è risolto e che negli anni successivi anzi si è aggravato. Queste grandi iniziative pubbliche non riuscirono infatti a colmare i gap sociali e reddituali, nonostante una programmazione infrastrutturale per molti paesi europei inimmaginabile e di grande spessore. Malgrado l’inclusione e la mobilitazione sociale venisse molto annunciata, le diseguaglianze sono rimaste e rimangono ancora molto pronunciate alimentando un forte sentimento di sfiducia e di esclusione. Infatti negli ultimi anni sia sul piano di reddituale (per il gap abissale tra ceti benestanti e popolari), che su quello della sicurezza sociale (per le tensioni connesse al fattore migratorio), la frattura interna della società francese si è acuita profondamente creando una forte instabilità. Una instabilità che si è rivelata soprattutto politica, tanto che Sarkozy e Hollande non furono riconfermati (ed anzi hanno visti ridimensionati notevolmente i partiti tradizionali che essi incarnavano). E che l’unico presidente riconfermato dopo Chirac è stato Macron, il cui movimento è molto sui generis e anomalo nel quadro francese.

-Possiamo dire che Macron ed En Marche, rappresentano a modo loro il partito di quel che resta del Esprit republicane e del vecchio sistema dei poteri francesi, fatto di enarchi e alti funzionari?

Si concordo con questa definizione. Alla prima elezione di Macron contribuirono la totale liquefazione delle destre classiche, e la dispersione delle sinistre. Nel 2017 ad esempio la destra moderata ed europeista si orientò verso Macron, mentre quella più conservatrice o gollista sociale si disperse tra il conservatore Fillon, poi travolto da uno scandalo familiare, e il Front National. Una tendenza che si è manifestata anche nel campo della sinistra e che si è riproposta in modo diverso nel 2022. In entrambi i casi la figura di Macron, è riuscita a coagulare gli elettori che trovavano quei partiti tradizionali superati dalle dinamiche politico sociali e sostituiti dal fenomeno dei “movimenti”.

-Dalla caduta di Cameron in poi la tradizionale governance del Regno Unito sembra sempre più instabile, soprattutto a quanto preannunciano i sondaggi...

La “sorpresa” della Brexit, ha colto impreparata la classe dirigente conservatrice, rendendo palese il macroscopico errore di valutazione fatto dall’ex primo ministro David Cameron, che aveva indetto il relativo referendum. Una crisi che da quel momento in poi ha accompagnato tutti i governi tory. A seguito della Brexit il lungo “interregno” di Theresa May fu colpito, infatti, da numerosi fattori critici e di instabilità. Pensiamo alla questione dell’Irlanda del Nord che, mettendo in secondo piano in questo caso la diatriba tra cattolici e protestanti, grazie all’Unione Europea ha visto un momento di distensione nelle sue lunghe tensioni. Delle criticità che però sono riemerse nel momento in cui la Brexit ha rinnovato le barriere che separavano l’Irlanda del Nord dalla Repubblica irlandese e che l’integrazione europea aveva invece affievolito. Tensioni che poi sono proseguite anche durante la stagione di Boris Johnson che ha puntato ad un velleitario Global Britain proprio nel massimo momento di deglobalizzazione e di maggiore autonomia di paesi come l’India o il Sudafrica. In questo scenario alle tensioni internazionali si sono susseguiti gli shock commerciali e gli effetti dell’inflazione, creando una profonda instabilità nella società britannica. La situazione ha assunto anche aspetti grotteschi con la breve apparizione a Downey Street di Liz Truss, coincisa poi con gli aumenti sempre più drastici dell’inflazione. In questo scenario gli avvicinamenti, anche commerciali, dell’UK verso gli Stati Uniti non sono stati accolti dalla presidenza Trump, prima, e da Biden, dopo, che hanno mostrato invece quanto l’idea di Global Britain della politica britannica, sia sul versante finanziario e che della politica estera, sia stata vista come quella di un competitor, minore ovviamente, ma non per questo da sottovalutare. Soprattutto in quella fase destò molti malumori una certa ambiguità britannica nei confronti dei Fratelli musulmani, dopo la parentesi delle primavere arabe, che anche oggi ha prodotto non poche criticità. Oggi anche con Suniak nonostante i buoni propositi, quell’idea di Global Britain è naufragata e i tentativi di gestione delle grandi questioni del mondo britannico non hanno soddisfatto le attese. I Conservatori non hanno saputo prevedere la Brexit, né hanno saputo gestirne gli esiti e le conseguenze, dall’inflazione agli shock esterni, portandoli ad un forte momento di crisi e di instabilità interna, suffragata dal sorpasso del Labour Party rispetto ad i tories nei sondaggi e nelle elezioni locali. Tutti segnali che evidenziano quanto anche l’anglosfera sia vittima delle conseguenze di questa crisi di governance internazionale.

-Molte critiche sono rivolte alll’Onu giudicata corresponsabile della crisi della governance globale. Cosa ne pensa?

La debolezza dell’ONU nasce nel momento stesso della sua fondazione… I 5 membri permanenti, ex grandi alleati nella Seconda Guerra Mondiale, ma permeati da una forte sfiducia reciproca, concordarono sin dall’inizio l’assegnazione del diritto di veto, come espressione di real politico e di balance of power. Ognuno aveva, infatti, le sue buone ragioni per munirsi del diritto di veto. L’URSS perché si sentiva minoritaria rispetto al blocco delle liberaldemocrazie, la Francia e la Gran Bretagna per la tutela rivelatasi effimera dei rispettivi imperi coloniali e per un certo protagonismo internazionale, gli Stati Uniti per poter contenere le spinte espansionistiche del blocco comunista e per controllare gli effetti della decolonizzazione. La paralisi delle Nazioni Unite esiste quindi sin dall’adozione del diritto di veto ed ha accompagnato tutta la storia di questa istituzione. Non è quindi l’ONU un agente che contribuisce al disordine mondiale e dell’attuale crisi della governance internazionale, ma ne è invece il principale specchio, poiché è il riflesso degli antagonismi strategici e geopolitici che esistono nel quadro internazionale, che e che vengono evidenziati dalle divisioni interne del Consiglio di sicurezza. Di fronte a questa frammentazione sono fioriti numerosi agglomerati multilaterali informali, che hanno ridimensionato l’ONU sia per le istanze strategiche che per quelle economiche e di sviluppo, l’Ifi, dal G7 al G20, con il corollario del WTO fino alle alleanze di sicurezza e difesa come la Nato e la SCO, e più recentemente al Brics+, che passeranno da Brics 5 a Brics 11 dal primo gennaio prossimo. L’ONU è stata in un certo senso relegata più al ruolo di piattaforma di discussione nell’assemblea generale e a custode di una gestione umanitaria attraverso le proprie agenzie e programmi specializzate (UNICEF, Alta commissaria dei rifugiati). Il ruolo tanto criticato dell’ONU non è quindi la causa dell’acuirsi della crisi internazionale, ma ne è forse il maggior effetto e la migliore dimostrazione. In questo senso però anche la caduta del livello medio dei leader internazionali non ha avuto pochi effetti…

-Perché secondo lei si è sviluppato questo declino delle leadership politiche nei principali paesi occidentali nello specifico?

Sotto la pressione della maggiore preponderanza del potere economico, della finanza e dei media, le leadership politiche hanno subito un processo di profonda instabilità. Tale instabilità ha accentuato la perdita di identità delle classi politiche e dirigenti, producendo una evidente caduta del loro livello qualitativo. In questo scenario di instabilità ci si concentra sull’istante e sull’attualità e si rimane imprigionati nella palude dello short-term, di cui avevamo accennato all’inizio, che crea leadership effimere, istantanee e mediatiche. Tutte leadership infiammate da mode e pregiudizi momentanei che non riescono a gestire le profonde mutazioni dello scenario internazionale, né a definire obiettivi strategici ispirati da un sano e serio realismo. E gli effetti di queste tendenze sono purtroppo tristemente visibili a tutti, purtroppo più nelle democrazie che non nelle autocrazie. Queste ultime soprattutto in quanto allergiche, come sappiamo, al pluralismo dei media e dei centri economici. Sarei tentato di dire in estrema sintesi che le democrazie subiscono l’impatto dei difetti delle loro qualità, mentre le autocrazie delle qualità dei loro difetti.

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