Nella fase storica attuale, segnata dall’emergere di molteplici poli di potere, la geopolitica si è progressivamente estesa oltre le sue dimensioni tradizionali, che privilegiavano l’analisi delle forze materiali – eserciti, risorse naturali, infrastrutture strategiche – per includere una sfera più immateriale e meno visibile: quella delle narrazioni, delle rappresentazioni e dei simboli. In questo nuovo campo di battaglia culturale e ideologico, concetti come “Occidente”, “Eurasia”, “Sud globale” o “ordine internazionale liberale” assumono un valore operativo e non più soltanto descrittivo. Sono strumenti attraverso cui gli attori internazionali costruiscono identità, giustificano strategie, legittimano visioni del mondo.
Tali concetti agiscono come codici di significato, o meglio, come dispositivi narrativi capaci di orientare la percezione degli eventi, di tracciare confini tra “noi” e “loro”, di classificare potenze e civiltà in base a griglie morali e culturali. Ma, soprattutto, questi codici non sono statici: mutano a seconda del contesto storico e geografico in cui vengono mobilitati. La loro efficacia dipende dalla loro capacità di adattarsi subendo un processo di ‘risemantizzazione’, rispondendo alle esigenze del momento. Adottare una prospettiva comparata consente di osservare come tali codici simbolici si siano evoluti nel tempo e abbiano assunto significati differenti in contesti diversi.
Il concetto di “Occidente”, ad esempio, durante la Guerra Fredda indicava chiaramente un insieme di valori e sistemi politici associati alla democrazia liberale, al capitalismo e ai diritti individuali, in contrapposizione al blocco comunista. Dopo il 1989, e ancor più negli anni Novanta, questa narrazione ha conosciuto un’espansione quasi totalizzante, diventando sinonimo di modernità e progresso in senso universale. Tuttavia, negli ultimi vent’anni, e in particolare con l’ascesa di potenze alternative e le crisi interne che hanno colpito le democrazie liberali, l’Occidente è stato progressivamente decostruito e reinterpretato, spesso come simbolo di decadenza, arroganza o neocolonialismo. Ciò ha prodotto un effetto di risonanza nei discorsi politici di paesi non occidentali, che rifiutano quell’identità e rivendicano narrazioni autonome.
Un secondo esempio è rappresentato dal concetto di Eurasia. Inizialmente relegato alla geografia fisica, questo termine è stato risignificato come categoria geopolitica, soprattutto a partire dal discorso strategico della Russia post-sovietica. Mosca ha progressivamente presentato l’Eurasia non solo come uno spazio geografico, ma come un’area dotata di una propria coerenza culturale e politica, distinta dall’Occidente e capace di proporsi come polo alternativo. La narrazione eurasiatica è diventata uno strumento per promuovere un’identità autonoma, fondata su valori tradizionali, sovranità statale e ordine multipolare. Tuttavia, questa stessa idea di Eurasia cambia volto se osservata dalla Cina, che la interpreta prevalentemente come un corridoio economico da integrare nella Belt and Road Initiative, o dalle repubbliche dell’Asia Centrale, che oscillano tra diversi riferimenti geopolitici e culturali.

Anche il Sud globale costituisce un codice carico di ambiguità e potenziale. Nato negli anni Settanta come tentativo di superare la dicotomia Est-Ovest, esso ha cercato di dare voce ai paesi ex-coloniali, spesso marginalizzati nei processi decisionali globali. Oggi, il concetto è stato riattivato come strumento per rivendicare giustizia storica, riforma delle istituzioni multilaterali e pluralismo nei modelli di sviluppo. Ma, al di là della sua forza evocativa, il Sud globale è tutt’altro che omogeneo: le differenze tra Africa, America Latina, Asia meridionale e Medio Oriente sono profonde e spesso conflittuali. L’efficacia simbolica di questo immaginario risiede dunque nella sua capacità di aggregare aspirazioni comuni, più che in una reale coerenza strutturale.
I codici simbolici mutano non solo per logiche interne ai singoli attori, ma anche per effetto di dinamiche sistemiche. I contesti storici giocano un ruolo centrale. Grandi eventi come il crollo dell’URSS, l’11 settembre, la crisi finanziaria del 2008, la pandemia della Covid-19 o la guerra in Ucraina hanno prodotto fratture narrative che hanno reso obsolete alcune categorie e ne hanno rese possibili di nuove. Parallelamente, l’emergere di nuovi attori globali ha contribuito a ridefinire i riferimenti simbolici della geopolitica. L’ascesa della Cina ha introdotto un linguaggio alternativo, centrato su concetti come “sviluppo condiviso” o “armonia globale”, che contrastano con la retorica occidentale della democrazia liberale. La Russia, dal canto suo, ha recuperato e reinterpretato categorie come “tradizione”, “sovranità” o “Russkiy Mir (Ру́сский мир)” in chiave oppositiva. Anche il Sud globale, come accennato, sta elaborando un lessico autonomo, spesso fondato su riferimenti a giustizia, decolonizzazione e multipolarismo.
Un ruolo sempre più rilevante è svolto dalle tecnologie della comunicazione. I media digitali, i social network e la diplomazia hanno amplificato la velocità con cui le narrazioni si diffondono, si ibridano e si trasformano. La cultura popolare, attraverso film, serie televisive, videogiochi e musica, contribuisce a sedimentare – anche inconsapevolmente – immagini del mondo che poi vengono riprese, adattate o contestate nei discorsi ufficiali. Infine, la produzione simbolica è profondamente influenzata dalle dinamiche identitarie interne. Gli attori geopolitici, per proiettare una certa immagine all’esterno, devono prima consolidare una visione condivisa al proprio interno. Le narrazioni di “grandezza perduta”, di “missione storica” o di “rinascita nazionale” sono tutte forme attraverso cui si costruisce consenso interno e si rafforza la coerenza simbolica del messaggio geopolitico.
Il potere oggi si esercita non solo attraverso la forza militare o il controllo economico, ma anche – e sempre più – attraverso la capacità di dare forma al significato. Simboli, narrazioni e immaginari non sono semplici strumenti accessori della politica estera: ne sono parte costitutiva. Essi influenzano il modo in cui gli attori si percepiscono e vengono percepiti, determinano alleanze e antagonismi, e plasmano le possibilità del pensabile e del dicibile nel discorso internazionale.
Per questa ragione, una geopolitica che voglia davvero cogliere la complessità del presente non può più limitarsi all’analisi dei vettori materiali del potere. Deve farsi anche geopolitica della rappresentazione, del linguaggio, del simbolico. Solo attraverso questa integrazione sarà possibile comprendere come – e perché – certi codici emergano, si consolidino o vengano contestati. E, di conseguenza, come si costruiscano le gerarchie, le strategie e i futuri possibili del sistema internazionale.