In fuga dal futuro

Rincuorati dalle grandi avanzate dello scorso anno, gli ucraini guardano al domani con relativo ottimismo. La sorte del Paese, però, rimane incerta anche in caso di vittoria.
Rincuorati dalle grandi avanzate dello scorso anno, gli ucraini guardano al domani con relativo ottimismo. La sorte del Paese, però, rimane incerta anche in caso di vittoria.

Edifici in fiamme, le facciate deturpate dalle esplosioni. Intere strade trasformate in voragini o rese inagibili da valanghe di macerie. E poi l’occasionale cadavere, talvolta coperto, talvolta no, comunque sempre miserevole nelle pose tra il tragico ed il grottesco tipiche dei morti che morti non avrebbero voluto essere. Per l’Ucraina il 2023 comincia così, sotto una pioggia di fuoco: da ottobre dozzine di missili, droni suicidi e altri ordigni si abbattono ogni giorno sul Paese assediato, in quella che va configurandosi come la più imponente campagna aerea dai tempi del Vietnam. L’obiettivo, ha ammesso con disturbante candore il Cremlino, sono le infrastrutture elettriche e la rete ferroviaria; si può scampare ai raid, ma non al gelo artico che in inverno avvolge quella martoriata parte di mondo e che, per una popolazione allo stremo, si sta rivelando un nemico più insidioso degli invasori russi.

Sono trascorsi appena pochi mesi dall’offensiva su Kharkiv, che ha restituito agli ucraini oltre tremila chilometri quadrati di territorio precedentemente occupato, e dall’insperata liberazione di Kherson, abbandonata di colpo dalle truppe di Mosca in fuga da un possibile accerchiamento. Il contrasto tra le immagini gioiose di allora e le scene di desolazione che campeggiano oggi sulle prime pagine dei giornali testimonia una circostanza a tratti paradossale: se in prima linea il quadro strategico appare — nonostante i feroci combattimenti a Bakhmut e la caduta dello snodo chiave di Soledar — ancora positivo, nelle retrovie la situazione è sempre più difficile. Gli aiuti occidentali, consistenti seppur sporadici, possono se non altro provvedere ai bisogni materiali immediati; ma la devastazione sistematica di città e villaggi, finora unico vero risultato concreto di quasi un anno di guerra, e la relativa questione della ricostruzione, cominciano a gettare un’ombra sinistra sul futuro dell’Ucraina.

Stando all’ufficio presidenziale sarebbero pari ad almeno un trilione di dollari i danni causati dal conflitto; anche volendo credere alla stima più conservatrice del Fondo Monetario Internazionale, cinquecento miliardi, la somma rimane enorme. A questa cifra monstre si debbono poi aggiungere i debiti contratti per sostenere lo sforzo bellico — un terzo del bilancio pubblico è  ormai destinato alla Difesa — e tenere in piedi l’apparato statale, per un deficit raddoppiato rispetto al 2021 a fronte di un PIL diminuito del 30,8%. Non deve dunque sorprendere che il governo si stia preparando a riavviare il prelievo fiscale, interrotto lo scorso febbraio; tuttavia, con otto milioni di cittadini sfollati all’estero, una buona parte delle forze produttive disponibili impegnate al fronte e le rimanenti largamente impossibilitate a lavorare, gli introiti si preannunciano magri. Già in estate il Primo Ministro Denys Shmyhal avvertiva che entro breve il Tesoro non avrebbe più potuto corrispondere stipendi e pensioni, e non vi sono segnali di un miglioramento.

In sostanza, Kiev non è in grado di pagare. E non lo è neppure la Russia: ammesso che si voglia e si riesca a batterla sul suo territorio (respingere l’invasione non sarebbe sufficiente), i numeri sopra riportati corrispondono ad oltre la metà dell’output economico nazionale su base annua. Il tracollo militare e politico della Federazione si presenta a un tempo come la conditio sine qua non e un ostacolo pressoché insormontabile per qualsiasi eventuale programma di riparazioni, implementare il quale richiederebbe comunque anni; non è fattibile, tanto più che una Russia post-Putin avrebbe verosimilmente bisogno in primo luogo di corposi aiuti internazionali. Sfumata così la prospettiva di una seconda Versailles, c’è chi suggerisce di mettere a mercato gli asset finora sequestrati ad una pletora di personalità vicine al regime di Mosca— circa 350 miliardi di dollari tra liquidità, immobili, auto ed imbarcazioni di lusso e altri beni — e devolvere il ricavato alle autorità ucraine.

All’inizio di dicembre il Congresso statunitense ha approvato con un’ampia maggioranza un provvedimento in tal senso, ed è quantomeno plausibile che l’Europarlamento ne segua l’esempio. Un’iniziativa di questo tipo, però, non può che avere un successo limitato; toccherebbe quindi proprio a Washington e Bruxelles fornire, portafoglio alla mano, quanto necessario a rimettere in sesto l’Ucraina una volta terminato il conflitto. Mentre si può dare per scontato che gli USA di Biden, già principali creditori del Paese, siano disposti a finanziarlo anche nel dopoguerra, lo stesso non è vero per l’Unione Europea: l’inflazione galoppante e la recessione in arrivo potrebbero infatti di nullificare le numerose promesse fatte dai vertici comunitari sul tema. L’UE dovrà con tutta probabilità contentarsi di giocare il ruolo, interamente politico, di garante di Kiev, e accompagnarla in questa veste lungo il processo d’integrazione nella compagine stellata. Quella di un’Europa a ventotto è una prospettiva allettante tanto per la Commissione, mai ripresasi appieno dal trauma della Brexit, quanto per gli ucraini, tentati dalla cornucopia del mercato unico; meno per gli altri Stati membri, “frugali” in testa. 

Accogliere l’Ucraina nell’Unione significherebbe doversi fare carico dei suoi conti in dissesto, nonché della sua difesa (il Trattato Fondativo UE contiene una clausola di mutua assistenza militare) da un vicino destinato a restare turbolento anche e soprattutto qualora dovesse uscire sconfitto dalla sanguinosa avventura ad Ovest: troppo per un blocco diviso tra i valzer franco-tedeschi e l’oltranzismo del suo fianco orientale. Beninteso, a minacciare le aspirazioni europee dell’ex gioiello della corona sovietico non ci sono soltanto le titubanze dei suoi partner stranieri. Bisogna capire come conciliare le riforme economiche in senso liberista che sono tra i principali prerequisiti per l’ingresso con le necessità della ricostruzione, ed evitare che gli ingentissimi fondi riservati a quest’ultima finiscano nelle tasche della miriade di oligarchi che spadroneggia fin dalla dissoluzione dell’URSS.

La corruzione endemica del sistema politico ed amministrativo è senza dubbio l’incognita più preoccupante rispetto all’avvenire dell’Ucraina. Sembrava esserne cosciente pure Zelensky, eletto perlopiù grazie alla ferrea posizione assunta sul malaffare; ma, complici le molteplici crisi susseguitesi dal 2019 e l’ambiguità dello stesso Presidente, da sempre sotto l’ala del controverso magnate Igor Kholomoysky e coinvolto in via diretta nello scandalo dei Panama Papers, i tentativi di ripulire il settore pubblico sono finora stati infruttuosi. In un simile contesto esiste il rischio credibile che, assenti seri strumenti di supervisione, la stabilizzazione postbellica del Paese venga minata dagli interessi paralleli di reti clientelari vecchie e nuove, le cui attività illecite sarebbero prevedibilmente difficili da contrastare: ne conseguirebbe uno scenario di precarietà generalizzata, paragonabile a quello verificatosi in Afghanistan nell’ultima fase dell’intervento occidentale.

Ecco allora che, alla pari di quel pezzo di Asia Centrale tornato dopo vent’anni nelle mani dei tagliagole, anche l’Ucraina potrebbe diventare terreno fertile per l’estremismo. L’effettiva affidabilità di alcuni elementi ideologizzati delle forze armate rappresenta in particolare un interrogativo dalla risposta affatto scontata, anche alla luce delle crescenti pressioni per un negoziato che, questo il diffuso timore, vedrebbe Kiev costretta a rinunciare alle sue pur legittime pretese sulla Crimea ed il Donbas. Non è dato sapere con certezza in che modo reparti quali il famigerato Reggimento Azov — e la società ucraina nel suo insieme — reagirebbero ad un’intesa che lasciasse la nazione menomata, sebbene la pronta disponibilità di armi non lasci ben sperare. Quel che è sicuro è che la vittoria sul campo, comunque la si voglia intendere e qualsiasi connotato le si voglia attribuire, non basterà da sola ad allontanare certi spettri novecenteschi che vanno profilandosi sullo sfondo delle rovine.

È impossibile, se si guarda al buco demografico lasciato dalla guerra (i caduti sarebbero almeno 70mila, più 20mila civili), alla svalutazione monetaria fuori controllo (secondo la Banca Centrale ucraina la grivnia avrebbe perso il 25% del suo potere d’acquisto; analisi indipendenti fissano la cifra ad oltre il 65%) e al fragile equilibrio di potere, non pensare alla Repubblica di Weimar. Lungi da noi suggerire che l’Ucraina sia irreversibilmente avviata a ricalcare la tragica parabola della Germania; ciò nondimeno, l’ipotesi di ritrovarsi con una polveriera nel mezzo del Vecchio Continente è ad oggi più realistica di quanto molti siano disposti ad ammettere. Qui sta il punto: delineare la pace richiede per forza di cose la volontà e la capacità di confrontarsi con le problematiche che le sono connaturate. 

Immaginare come sarà l’Ucraina di domani è un esercizio tanto complesso quanto indispensabile. Sottrarvisi — magari in favore della solita retorica di comodo, che sovente tradisce le reali ragioni del nostro interesse per l’ennesima carneficina — significa mettere a repentaglio la sicurezza dell’intera Europa. E arrendersi all’idea che la sorte di un popolo coraggioso sia segnata.

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