Tra le righe di questo agile volumetto – Stato forte ed economia ordinata (Il Mulino, 2023) – vergato dal diplomatico ed ex dottorando alla Normale di Pisa, Lorenzo Mesini, scorre un pezzo di storia tedesca destinato a far sentire il suo eco fino ai giorni nostri: sotto la lente da entomologo dell’autore viene sapientemente dissezionato, infatti, il progetto teorico-politico dell’Ordoliberalismus con i suoi strascichi ineludibili per il tempo presente. Se, infatti, è vero, come scrisse nella celebre prefazione ai suoi “Lineamenti di filosofia del diritto” del 1820 Hegel che la riflessione è incistata nella storicità di cui è in ultima analisi un prodotto (non avrebbe senso cioè disquisire dei temi culturali che riguardavano la coscienza rinascimentale dacché non siamo più uomini del Rinascimento e invece occorre volgere lo sguardo indagatore al momento presente), allora prendere consapevolezza dei fondamenti epistemici e politologici dell’economia sociale di mercato a trazione tedesca è il compito delle odierne generazioni di politici, se vogliono riguadagnare visione e capacità analitica.
L’autore, demistificando una vulgata di comodo e monovalente che vede nell’ordoliberalismo tanto un genere di economia neoliberal distruttiva votata alla mercificazione integrale dell’essere umano quanto un modo di produzione economico vincente (rispettivamente la lettura “critica” e “apologetica” del fenomeno, come scrive nell’introduzione), intende riportarlo al contesto storico-sociale di riferimento sfruttando i contributi della storia economica e della contemporaneistica, senza innocentismi o demonizzazioni.
La ricostruzione del neoliberismo in salsa tedesca prende le mosse dal lascito disastroso della Grande Guerra per la Germania in termini di alta conflittualità sociale tra le classi, rovinoso crollo economico e difficoltà di integrazione economica col mercato internazionale per il trapasso del gold standard. La sua ideologia liberale muove i primi passi nel solco dell’esperienza guglielmina e weimeriana, manifesta un carattere poliedrico capitalizzando influssi disparati tra cui la scuola storico-economica delle università tedesche precedente il trionfo dell’economia neoclassica che vantava una scientificizzazione dei suoi risultati, viene alla luce ribadendo il ruolo dello Stato forte nei confronti dei cartelli industriali (in particolare nel lavoro di Rüstov e Böhm) e mediando tra lo spauracchio dell’economia pianificata socialista e il laissez-faire deflazionistico liberista (Eucken, ad esempio, raccomandava il monetarismo ferreo, la difesa della stabilità dei prezzi e dei tassi di cambio, il surplus commerciale per ripagare al più presto i debiti di guerra).
Retroagisce poi al fermento anticapitalista di quel torno di anni e in alcuni suoi esponenti critici del parlamentarismo allaccia legami ambigui col nascente nazismo, vedesi le sintonie teoriche sul ruolo della dittatura per la conservazione di uno stato in crisi tra Rüstov e Schmitt e il flirt dell’esponente ordoliberalista Müller-Armack con il NSDAP per salvare il capitalismo dalla rivoluzione come aveva già diagnosticato facesse il fascismo Polanyi, agendo da guardia bianca del Capitale. Negli anni del Reich hitleriano il filone neoliberale con caratteristiche tedesche da una parte scelse l’esilio (Röpke e Rüstov) partecipando al Colloquio Walter Lippmann del 1938 dedicandosi ad un ripensamento del liberalismo, dall’altra la strada del compromesso con il regime, si fonda la scuola di Friburgo nel 1933, un simposio ordoliberale che nel 1937 pubblica un manifesto programmatico dove si caldeggia uno studio sistemico economico-sociale in funzione di una “costituzione economica” in grado di guidare l’attività legislativa a partire dai principi economici, sognando di pilotare dall’interno il potere nazista. F. Böhm pubblica studi volti a difendere le ragioni di un’economia mista lasciando intatta la concorrenza e nel contempo lasciando dei margini d’intervento allo Stato, alcuni tra gli ordoliberalisti come gli economisti dei paesi emergenti del dopoguerra auspicavano, difatti, convergenze tra il dirigismo politico (alla Deng) e il mantenimento della competizione fra imprese nazionali tutelando la stabilità della valuta senza liberalizzare allo zenit (Mesini cita le memorie del cancelliere H. Schmidt che traccia una simmetria tra la Cina denghista e la Germania di quegli anni).
Un libro seminale di Eucken del ’39 contribuisce a definire gli assiomi della bibbia ordoliberale, sviluppando una filosofia dell’economia in cui l’autonomia del politico schmittiana cede il passo all’autonomia della scienza economica, svolgendo una ricostruzione storica dei diversi sistemi economici a partire dalla diade mercato autoregolato/pianificazione nella convinzione che il mercato e lo spazio economico non possano funzionare spontaneamente richiedendo una messa in ordine politico-istituzionale. Ricompattatosi il fronte ordoliberalista con la ricostruzione della Germania del secondo dopoguerra, le idee variegate degli alfieri del neoliberismo in salsa tedesca che ribadivano la preminenza del mercato contro gli approcci socialdemocratici statalistici trovarono espressione nel partito della CDU mentre la scuola di Friburgo era in ascesa, sugellando la propria centralità nel dibattito intellettuale con la pubblicazione della rivista “Ordo” a partire dal 1948. La ripresa economica di Berlino Ovest canonizzò sul piano ideologico la scuola ordoliberale, facendo dei suoi testi chiave il breviario per l’élite del paese e addebitandogli il miracolo economico tedesco sul piano della narrativa generale.
La teoria ordoliberale che aveva cercato invano di strappare consensi ai gerarchi nazisti si trovava nel momento giusto e al posto giusto per egemonizzare incontrastata l’industria culturale della Germania occidentale, la diffusione delle opere di Eucken permise il trionfo delle sue idee neomercantilistiche, l’esigenza di autonomizzazione della politica economica dai partiti e dalle lobbies, la necessità di impiantare un sistema virtuoso di incentivi ai privati per assicurare un’osmosi mercato-società, la lotta contro i monopoli, unendo efficientamento il mercato lavorativo alla presenza di determinate tutele sociali. Anche Müller-Armack continuò a contribuire al sedimentarsi del paradigma di ricerca ordoliberalista, si riposizionò dopo la sua passata tresca col regime nazionalsocialista addebitando alla tragedia della secolarizzazione l’affiorare dell’incubo totalitario e facendosi alfiere di una politica economica dell’equilibrio per scacciare il fantasma della lotta di classe autodistruttiva e del liberoscambismo anarcoide: la sua ricetta consisteva nella difesa delle radici cristiane, nella tutela del mercato dalle tentazioni stataliste e nella promozione della responsabilizzazione del cittadino spingendo sull’acceleratore della crescita economica. Di diverso segno l’ordoliberalismo promosso da Röpke, che già negli ultimi anni della guerra dal suo esilio in Svizzera aveva scritto una fortunata trilogia di studi dedicata al problema di un rinnovamento del liberalismo in linea con i tempi: politica antimonopolista di Stato (richiamando Constant e Tocqueville), reinserimento del mercato in una cornice valoriale atta a non farlo tracimare verso degenerazioni ultra-liberiste, difesa della piccola e media impresa, decentramento economico e amministrativo mutuato dal modello elvetico (si mostrava critico ad uno stato unitario caldeggiando un confederalismo) in opposizione alle politiche più stataliste di altri ordoliberali. Proprio a partire dal bisogno di rinsaldare l’etica sociale attraverso delle precise politiche il suo sodale Rüstov ai tempi della conferenza Lippmann aveva coniato il concetto di Vitalpolitik non tanto per imprigionare l’individuo in una biopolitica costrittiva foucaultianamente quanto per dare sostanza etica alle coordinate dell’economia sociale di mercato che gli ordoliberali stavano approntando. Come nota in conclusione Mesini, la stabilità del marco e le virtù del modello tedesco al di là degli sfavillii della retorica furono il frutto dal sistema di Bretton Woods, che avvantaggiò le esportazioni sottovalutando la valuta locale e accumulando fondi mentre gli States finanziavano il proprio debito, alzando i tassi di interesse per assicurare la stabilità dei prezzi (prima dell’ondata inflazionista seguita alla guerra in Corea e in Vietnam). La vittoria neoliberale si tradusse in leggi sulla concorrenza, nella promozione dell’indipendenza della banca centrale per evitare che lievitasse l’inflazione (contro le idee di Adenauer che erano filo-keynesiane e volevano una banca dipendente dal potere politico), nell’adozione di consiglieri economici e nella costituzione di un’autorità antitrust; nel mentre il trattato di Roma e la nascita della CEE furono l’occasione di un confronto tra gli ordoliberali che da un lato si mostravano favorevoli in chiave filotedesca ad una maggiore integrazione economica europea, dall’altro temevano il dirigismo francese poco compatibile con l’economia sociale di mercato teutonica.
Dopo una parentesi keynesiana (dal 1967 tanto nella SPD che nella CDU) che entrò in crisi per il tracollo del fordismo, lo shock petrolifero e l’emergere della stagflazione, l’ordoliberalismo guadagnò linfa con l’adozione di politiche monetariste da parte della Bundesbank, affossando gli investimenti interni e riducendo l’aumento dei salari. Con l’adozione della moneta unica, la riunificazione e la nascita di una banca centrale europea, l’ordoliberalismo poté modellare a pieno titolo istituzioni chiave della UE, mentre la Germania diventava preminente nell’Eurozona incrementando il proprio surplus commerciale e sfruttando politicamente la posizione creditoria (vedesi la Grecia) cresceva parimenti il divario tra le economie più sviluppate e meno sviluppate legittimando una politica egemonica che risulta scomoda agli altri stati europei. In un’epoca storica caratterizzata da una forte delegittimizzazione delle istituzioni europee incapaci di rispondere alle sfide della guerra russo-ucraina e dei dazi trumpiani, comprendere sine ira ac studio i perché del modello economico specificatamente tedesco che ha esercitato a lungo un ruolo di primo piano (si arrivò a parlare di Kerneuropa a guida germanica) costringe ad un bagno di realtà che può risultare benefico per ripensare il nostro modello economico in funzione di sovranismi democratici della piena occupazione come scrisse Alessandro Somma in un saggio del 2018.