Il totalitarismo malthusiano di Anthony Burgess

Il romanzo 'Il seme dell'odio' di Burgess costringe il lettore del XXI secolo a confrontarsi con molti tabù e contraddizioni della modernità.
Il romanzo 'Il seme dell'odio' di Burgess costringe il lettore del XXI secolo a confrontarsi con molti tabù e contraddizioni della modernità.

A ben pensarci tutte le forme di totalitarismo sono nate da quella che viene presentata come un’emergenza temporanea. “Il seme inquieto” è una lettura sicuramente adatta al periodo che stiamo vivendo, ammesso di riuscire a procurarsi un libro scritto nel 1962 e diventato oggi curiosamente introvabile. La trama di ‘The Wanting Seed’, romanzo distopico di Anthony Burgess (autore del noto Arancia Meccanica) ruota attorno alle vicende di Tristram Foxe e della sua famiglia. La storia, avvincente e dal ritmo serrato, è ambientata in un futuro in cui il progresso sociale si scontra con un ostacolo apparentemente insormontabile: la sovrappopolazione. Il nuovo idolo supremo al quale l’uomo si inchina è quello dell’infertilità. L’omosessualità – anche simulata – è diventata la norma. La maternità è al contrario fortemente regolamentata (un figlio per coppia – vivo o morto) e subisce lo stigma sociale più duro. Il governo – una multietnica “Federazione Anglofona” – supporta l’inverno demografico riservando le posizioni di potere a omosessuali e castrati. Far figli è qualcosa di tollerato solo tra le classi più basse, non certo il comportamento che ci si aspetterebbe da un brillante professore di storia come Tristram Foxe.

È proprio questa la prima ingiustizia che il protagonista deve subire: la sua carriera viene distrutta per via di una serie di crimini imperdonabili. Non è figlio unico, né omosessuale, e, peggio ancora, è egli stesso un genitore. Una serie di coincidenze porta Tristram a scontrarsi con lo stato leviatano e finire arrestato in galera. La moglie Beatrice-Joanna fuggirà in provincia, dove, ospitata da una famiglia di cristiani clandestini, contravverrà alle leggi del Ministero dell’Infecondità dando alla luce due gemelli.

Intanto, un’improvvisa carestia mette a dura prova il debole equilibrio demografico. Il raccolto non basta più nemmeno per preparare le poltiglie che hanno da tempo sostituito il vero cibo. Allevare animali e mangiare carne è stato infatti vietato. Fame e disperazione portano ai primi casi di cannibalismo. Uscito dal carcere, Tristram scopre la nuova realtà, al limite dell’anarchia. Per sopravvivere, alcuni cittadini si sono organizzati in pericolosissimi ‘circoli culinari’, cellule che portano avanti alcune delle attività più pericolose per la sopravvivenza dell’umanità, come mangiare carne e fare sesso. Ricompare anche un rudimentale sentimento religioso, inaspettato nella società secolarizzata de ‘Il Seme Inquieto’. Intanto, i carcerati appaiono al governo come inutili bocche da sfamare. Le prigioni vengono chiuse e i galeotti liberati in massa. Mentre lo Stato cerca di sopravvivere, la società civile si riorganizza: eserciti privati, forme di agricoltura di sussistenza, messe improvvisate e mutua solidarietà, ma anche riti superstiziosi, orge e violenza.

Il leviatano trova il modo di reagire: dopo decenni di ‘pace perpetua’, torna la guerra. Una nuova emergenza che permette al Governo di riprendere in mano la situazione, attraverso coscrizione obbligatoria e legge marziale. Plotoni di uomini e donne vengono tenuti in costante stato di allerta, spostati tra le basi dell’Inghilterra e sottoposti a un insensato addestramento. Arruolatosi, Tristram capisce che qualcosa non torna. Chi è il nemico? Per cosa si combatte? Impossibile fare domande. Il dubbio è disfattismo, il disfattismo è tradimento. In gioco c’è anche stavolta la sopravvivenza, e ognuno deve fare il suo dovere. L’intuizione e le capacità di storico permettono a Tristram di superare indenne il conflitto, e di trovare la soluzione dell’enigma nel quale è intrappolato.

Uno degli aspetti più interessanti de ‘Il Seme Inquieto’ è la concezione ciclica della storia, che lungo il romanzo passa dalle fasi ‘Pelagiane’ a quelle ‘Agostiniane’, passando per la cosiddetta interfase. Il cattolico Anthony Burgess inserisce nel suo romanzo una delle eresie più antiche della cristianità. Pelagio era un vescovo britannico che negava che il peccato originale fosse stato trasmesso all’umanità. È la premessa per la fede nell’utopia progressista: senza peccato originale, l’uomo può diventare perfetto, come Dio.

Le fasi coincidono con i tre differenti ‘approcci’ con i quali il governo impone il suo dominio. La fase pelagiana è quella in cui i cittadini stessi, per conformismo e spirito di solidarietà si auto-impongono privazioni nel nome del bene comune (il paragone con i vari #iostoacasa e #andràtuttobene dei giorni nostri è fin troppo facile). Con buona pace di Pelagio, la prima fase non può durare a lungo, e nell’interfase il governo agisce attivamente con misure draconiane per imporre il razionamento dei cibi e l’infertilità. Appare l’esercito per le strade cittadine, la polizia si fa violenta e i controlli sulle nascite più stretti. Nella successiva fase “agostiniana” il totalitarismo viene accettato e razionalizzato: una volta riconosciuto il ‘peccato originale’, il dispotismo appare come l’unica soluzione possibile. Il Governo-Dio deve intervenire per la salvezza collettiva.

Il Bacio – Mstislav Dobuzhinsky (1916)

Se negli anni ‘60 il romanzo di Burgess poteva apparire come una provocazione tra il macabro e il satirico, quasi una novella ‘​modesta proposta, oggi i suoi temi appaiono incredibilmente stimolanti. In primo luogo mettono il lettore del XXI secolo davanti a molti tabù e contraddizioni della modernità: in quale direzione è rivolto il ‘progresso’? Qual è la società perfetta che stiamo cercando di costruire? Quanta della nostra libertà e dignità siamo disposti a cedere pur di realizzarla? Uniti allo smascheramento di vere e proprie eresie moderne (lo sprezzo nei confronti della maternità, il dubbio che la glorificazione dell’omosessualità abbia scopi politici, le velleità totalitarie di istituzioni sovranazionali, la precarietà della democrazia liberale), questi temi fanno del romanzo di Burgess un vero pugno nello stomaco per il benpensante mondialista. La vera perla del libro è però l’epilogo, in cui viene rivelata una morale scontata quanto fondamentale. Anche quando si obbedisce agli ordini non sempre va tutto bene.

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