Dai tappeti volanti alle bombe

Dialogo con Paolo Branca, grande studioso di letteratura araba. “Siamo passati dalle lampade magiche agli attentati come se in mezzo non fosse successo nulla…”
Dialogo con Paolo Branca, grande studioso di letteratura araba. “Siamo passati dalle lampade magiche agli attentati come se in mezzo non fosse successo nulla…”

“In verità, il tuo Signore è in agguato”, recita la Sura 89 del Corano, di tremendo splendore, consegnando al Potente attributi felini, feroci. Harold Bloom, che amava sorprendere e aveva una intelligenza gnostica, riteneva il Corano “un poema perfetto in se stesso, un miracolo naturale”, e lo leggeva “dal punto di vista estetico”, di fianco a William Blake e a Walt Whitman, “in altri momenti mi ricorda Dante, che avrebbe trovato blasfema questa associazione”. Di certo, il Corano, testo che va abitato con abitudine e recitato con dedizione, come i testi poetici fondamentali, più che compreso (“è stato fin dalle origini e rimane tuttora qualcosa che va soprattutto ascoltato e gustato piuttosto che letto e compreso”, così Paolo Branca), è il cuore della letteratura araba di ieri e di oggi, il sommo modello, la fonte ineffabile, il grande codice. Se del Corano sappiamo qualcosa di vago e indefinito, la letteratura araba nel suo complesso è una nebulosa, con qualche luce, pur diafana (le opere di Kahlil Gibran, di Adonis, di Mahmud Darwish, di Gilbert Sinoué, ad esempio; un repertorio di quanto tradotto in Italia si legge qui). Eppure, al di là del proprio nutrimento intellettuale, come possiamo capire l’Islam e i paesi arabi se ne ignoriamo la quintessenza, cioè il gesto letterario, che in quei luoghi ha anche un potente valore ‘politico’? Nelle nostre librerie, per dire, è difficile trovare i romanzi di un classico assoluto come Nagib Mahfuz (1911-2006), Nobel per la letteratura nel 1988, che con Vicolo del Mortaio “è diventato per il Cairo ciò che sono stati Dickens per Londra e Zola per Parigi”. Proprio quel romanzo di Mahfuz è stato tradotto in italiano da Paolo Branca, che insegna Lingue e letteratura araba all’Università Cattolica di Milano, ed è tra i più insigni arabisti del nostro paese (sul Corano e su I musulmani ha firmato, tra l’altro, due saggi per Il Mulino). Come Abab ‘arabī, Branca ha firmato un profilo sulla “letteratura araba dagli inizi ai nostri giorni” (Edizioni Ares, 2021) affascinante, un manuale preliminare e necessario, che ricorda, in altro campo, la Storia della filosofia islamica di Henry Corbin. Si comprende così, ad esempio, perché “l’arte del dire in forma poetica” abbia un ruolo preminente nella cultura araba – e nella sua forma mentale –, si prende dimestichezza con figure capitali come Ibn Khaldùn e Jamal al-Din al-Afghani, conosciamo – la sezione è firmata da Paolo Gonzaga – qualcosa sulla Letteratura dell’islam politico. Tra Shahrazād e lo shahīd la differenza è nella voragine di ciò che ignoriamo; dalle notti arabe alla notte torbida della guerra per fede c’è una storia letteraria vastissima, che va conosciuta.

Comincio citando un suo concetto generale, che mi sorprende. Scrive che è “la poesia ad avere il posto d’onore nella produzione araba sia antica che moderna”: come mai? Ci sono delle ragioni particolari che giustificano questa propensione per la poesia?

Certamente. La lingua araba è estremamente ‘musicale’ tanto che molti carmi antichi e moderni sono diventati o diventano ancora canzoni. L’unità forma-contenuto è dovuta probabilmente al carattere arcaico di una lingua ‘compatta’, con prestiti assai minori di quelli latini, greci e germanici in italiano. Insomma, le tre lettere radicali di base (tipiche delle lingue semitiche) introducono già in un campo semantico anche se non conosci il singolo termine che ti trovi ad ascoltare.

Si può dire che il Corano sia ‘il grande codice’ della letteratura araba? In quale modo? E poi: lo è ancora?

Lo è persino per alcuni cristiani che non possono paragonare la prosa piuttosto ‘piatta’ dei testi evangelici in prosa con quella che nel Corano non è poesia, ma prosa rimata con assonanze e ridondanze particolarissime.

Che valore ha, oggi, nei paesi arabi, la poesia, la letteratura? Che ruolo ha, in genere, il poeta? Intendo, in profondità, capire se la letteratura abbia anche un valore ‘politico’ nei paesi arabi.

Fin dall’antichità pre-islamica ricevere gli strali di un poeta nemico era più dannoso di una sconfitta in battaglia. Anche oggi, ad esempio, i poeti palestinesi sono considerati più utili alla causa del loro popolo rispetto ai combattenti e alcuni di loro sono stati eliminati dal Mossad proprio per il carisma dei loro versi. Ciò non toglie che esistano anche letterati allineati ai vari regimi o troppo poco coraggiosi per esporsi coi loro scritti.

Un ragazzo comincia ad approcciare la letteratura araba: da dove inizia? Che consigli può dare?

Pur non disdegnando il fascino de Le Mille e una notte, consiglierei autori contemporanei come Mahfuz e al-Aswani, per non rimanere prigionieri di stereotipi orientalisti tipo tappeti volanti e lampade magiche da cui siam passati a bombe e attentati come se ‘in mezzo’ non fosse successo nulla.

Mi sembra, scorrendo il suo libro, che la letteratura araba, dalla storia prodigiosa, sia molto poco tradotta in Italia, pur custodendo tesori. Che cosa bisognerebbe tradurre, assolutamente, a suo avviso? Tradurre mi pare sia l’esercizio più ovvio e concreto per conoscere ciò che ci appare, di solito, come l’altro.

Purtroppo l’editoria segue le mode: troppi testi su donne oppresse o terroristi, Corani a volontà ma con scarsi apparati critici e scandalose assenze come la Muqaddima (Prolegomeni alla storia) di Ibn Khaldun, anticipatore arabo di Machiavelli e Vico.

I rapporti tra Occidente e Islam: come possiamo giudicarli, oggi? Mi indichi delle direzioni di analisi. 

L’Islam ha avuto il suo Rinascimento nei primi secoli, a contatto con altre prodigiose eredità quali quella persiana, greca, indiana… poi ha imboccato la via della decadenza proprio mentre noi iniziavamo con l’Umanesimo a uscire dal Medioevo. Alcuni testi antichi come Kalila e Dimna (favole indiane sugli animali tradotte dal persiano antico in arabo un secolo dopo Maometto) raccontano sul potere e la giustizia cose che oggi porterebbero dritti in prigione. Il problema della mancanza di rispetto dei diritti umani nei paesi non occidentali ha poco a che fare con le loro religioni (non ne conosco che autorizzino furti od omicidi senza motivo) ma con il loro sviluppo antropologico, sociale ed economico. Senza una forte classe media non esiste democrazia, semplicemente poiché essa dipende dal bilanciamento delle forze in campo, altrimenti è una mera commedia del consenso basato su appartenenze tribali o, peggio, scambio di favori. La letteratura araba moderna, denunciando in forma indiretta forme di corruzione e di sopraffazione di ogni tipo (anche perché molti autori hanno sperimentato l’ospitalità delle patrie galere) a partire dalle discriminazioni di genere, è un tesoro inesauribile per chi voglia comprendere le vere cause di tanti problemi senza farsi scudo o ipocritamente proteggersi con banalità ormai totalmente inaccettabili.

Una domanda personale: da dove nasce la sua fascinazione per la lingua e la letteratura araba?

Veramente ho scelto la lingua ‘orientale’ più occidentale illudendomi che servisse di più anche per lavorare. Non sono finito in un’azienda petrolifera né valorizzato da servizi di intelligence o ministeri degli esteri. Ma le migrazioni mi consentono di parlare arabo per strada praticamente ogni giorno. Non sarò ricco, ma non mi pare di essere inutile, inshallah!

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