OGGETTO: Nolan sfida Netflix
DATA: 31 Agosto 2020
SEZIONE: inEvidenza
Christopher Nolan sforna Tenet, un emozionante spy-thriller dal budget stellare per riportare il pubblico nelle sale. Basterà?
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Premessa: se Inception vi sembrava tortuoso, allora Tenet sarà un vero rompicapo. Con la consueta maestria Nolan ci conduce per centocinquanta minuti di pura adrenalina sapientemente alternata a momenti di quiete apparente, nei meandri di una trama di spionaggio complessa e frammentata. Due ore e mezza che filano via veloci, senza intoppi, a patto che non abbiate la sfortuna di trovarvi in una di quelle sale dove si accendono le luci per l’intervallo, obbligandovi a uscire dall’immersione cinematografica e a ricordarvi del distanziamento sociale; perché la grande abilità del talentuoso regista londinese coincide con il più vecchio trucco del Cinema: far immedesimare lo spettatore, facendogli letteralmente dimenticare d’essere seduto sul seggiolino. E Nolan è – insieme a Tarantino – il regista hollywoodiano più conservatore: esclusivamente pellicola da 70mm “girata” alla vecchia maniera, senza troppi effetti speciali da post-produzione, per dei film che riescono a trasudare realtà anche quando leggiamo sul muro “Occupy Gotham City”. È l’unico regista – non a caso europeo – che sembra abbia lo scopo di ridare lustro, se non proprio riscrivere, la mitopoiesi del grande Cinema americano con un taglio d’autore, partendo da cervellotici soggetti propri e mantenendo il controllo assoluto su ogni aspetto della produzione.

Tenet è fondamentalmente una summa delle grandi tematiche ricorrenti nella sua cinematografia: storia d’azione e di spionaggio, ma anche indagine e contemporaneamente pellicola di fantascienza. Un film così semplicemente complesso da essere, a tratti, sovrabbondante, quando dallo schermo fuoriesce una mole d’informazioni impossibili da decifrare, come suggerisce lo stesso enigmatico palindromo “tenet” – irrisolto mistero medioevale del cosiddetto quadrato di Sator -, che qui diventa il codice di riconoscimento di un’oscura organizzazione che deve sventare la futura Terza Guerra Mondiale. La concezione del tempo, seconda grande ossessione del Cinema nolaniano, è il fulcro della sceneggiatura; dove il tempo fasullo di Memento, quello sospeso di Inception e quello relativo di Interstellar, si fondono per diventare addirittura tempo reversibile; come il film stesso che procede eppure si svolge anche all’indietro, ma senza flashback né struttura circolare.

La fine coincide con l’inizio ma è un altro autentico inizio, lontanissimo da quello che capitava a Leonard Shelby e ai suoi difetti di memoria; eppure è anche conclusiva. Questa volta non ci sono margini di errore, regna l’estrema lucidità. L’incipit è veloce, violento e grezzo, paragonabile solo all’apparizione di Bane nell’ultimo capitolo della trilogia di Batman e ci scaraventa immediatamente nell’inferno di un teatro preso d’assalto da spietati terroristi. Ci troviamo in Ucraina ma la mente e la dinamica riportano subito la mente al teatro Drubovka di Mosca, tra terroristi, forze speciali e il gas che rende gli spettatori incoscienti della cruenta battaglia che infuria intorno. Una platea addormentata e anestetizzata come noi spettatori inconsapevoli della guerra imminente, seduti dentro una sala mezza vuota con le mascherine a coprirci il volto, come anche i protagonisti a un certo punto saranno costretti a indossare per sopravvivere. L’ennesimo cortocircuito. È il futuro stesso a farci guerra con fantascientifiche manovre a tenaglia, con algoritmi “fine di mondo” e paradossi temporali ma, in realtà, è lo stesso Nolan a essere sceso in guerra.

Tenet è la sua risposta a Netflix e agli altri canali di streaming on demand perché, secondo le parole dello stesso regista, l’obiettivo era di creare un film “progettato per l’esperienza del pubblico, l’esperienza sul grande schermo”. Coadiuvato dal superbo Hoyte Van Hoytema – lo stesso d.o.p. di Dunkirk – e da una imponente colonna sonora, Nolan pare aver creato più che un classico film strutturato nei canonici tre atti, un sorta di miniserie autoconclusiva in cinque atti, un vero ottovolante d’emozioni. Girato in tre diversi continenti e sette diverse nazioni – tra cui la splendida costiera amalfitana -, con un cast di tutto rispetto (tra cui Robert Pattinson, Michael Cane e Kenneth Branagh), è sostanzialmente un raffinato film d’azione che si auto-riassume nella massima “don’t think about it. Feel it.”, più volte ripetuta a uno stupefatto Protagonista (John David Washington) che viene, non a caso, definito esclusivamente attraverso il suo ruolo nella vicenda. 

La sfida del regista inglese per attirare il pubblico nei cinema grazie a un film dal budget colossale – 205 milioni di dollari – parte già azzoppata dal Covid. Il film è uscito (per ora) solamente nelle sale europee a capienza ridotta e ha subito la minaccia di boicottaggio da parte cinese se non si fosse accorciata la durata di mezz’ora per recenti disposizioni sanitarie (sic!). Anche solo per questo, allora, varrebbe la pena di andare a vederlo integralmente, senza pause e senza paura.

            

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