Malaparte & il criminale nazista

In “Kaputt” Curzio Malaparte stila un viscerale ritratto (al limite dell’irritante) di Hans Frank, il “macellaio della Polonia” che amava Chopin e il Rinascimento
In “Kaputt” Curzio Malaparte stila un viscerale ritratto (al limite dell’irritante) di Hans Frank, il “macellaio della Polonia” che amava Chopin e il Rinascimento

Paradosso: il buon giornalista deve essere un bugiardo. Montanelli la sparò grossa quando raccontò di un suo incontro personale con Hitler, e alla fantasia di Hemingway, che ai tempi nemmeno si trovava in Italia, dobbiamo il racconto di Caporetto, una favola così ben costruita da trasformarsi nel mito fondativo di una supposta incapacità bellica nazionale (ebbe gioco facile: al contrario dei tedeschi, che glorificano i generali ma perdono ogni guerra, gli italiani sono bravissimi a ricordare le singole disfatte dimenticando la vittoria finale). Quando si vuole scrivere la verità è necessario ricorrere alla fantasia.

Premessa doverosa quando la storia della Seconda guerra mondiale te la racconta uno come Curzio Malaparte. Lo scrittore tosco-germanico fu, tra le tante cose, l’archetipo vivente dell’anticonformista maledetto. Tanto per capirci fu uno che, mentre l’Italia si interrogava su quale fosse il carro del più plausibile vincitore, già marciava verso le trincee francesi al soldo della legione garibaldina. Al ritorno aderì convintamente al primo fascismo, che altrettanto convintamente abbandonò quando Mussolini perse la sua carica rivoluzionaria per farsi traghettare da Hitler verso la rovina. A fine guerra, quando farsi adottare dai rossi avrebbe pagato, Malaparte resistette alle lusinghe di Togliatti e guardò oltre, più a est dell’Unione Sovietica, affascinato dal maosimo o forse, più semplicemente, dal popolo cinese. Quanto ci si può fidare di uno così? Quanto c’è di vero, quanto dei suoi romanzi ambientati nell’Europa della seconda guerra mondiale è autentica Storia? Kaputt ti butta in mezzo al clangore dei cingoli, nel fango dell’est, nei ghiacci della Finlandia, tra gli odori, gli orrori del ghetto di Varsavia, la città proibita del ventesimo secolo. È un tour folle in compagnia di personaggi indimenticabili, a metà tra il romanzo e il diario di viaggio. La prospettiva di Malaparte non è infatti quella della recluta, coinvolta in un turbine di eventi più grande di lei, ma del cosmopolita mondano, dello scrittore famoso. Malaparte non disdegna il volgo ma la sua tribuna d’osservazione prediletta è un’altra, un posto d’onore tra re, ministri, principesse, diplomatici e gerarchi.

Uno dei ritratti più incredibili che emergono dalle pagine di Kaputt è quello del nazista Hans Frank, il temibile “macellaio della Polonia”. A Varsavia, Malaparte viene invitato a cena con le alte gerarchie del governatorato tedesco.  Il tronfio anfitrione è l’amichevole “deutsche Konigin von Polen”, il sovrano del neo-regno nazista in Polonia. La cena in compagnia di sua maestà Hans Frank prende (ma perde) vita anche nel film Karol – un uomo diventato papa, nella quale viene dipinto come uno spietato Fuhrer in scala ridotta. Qui entrano in gioco le regole del cinema, che necessitano del super-villain hollywoodiano persino in un dramma storico. Ma sulla carta Hans Frank risulta un ‘cattivo’ ben più enigmatico, di cui Malaparte intuisce l’eccentricità:

“a poco a poco, districando e considerando ad uno ad uno i sentimenti che Frank suscitava in me […] mi persuadevo che egli non era uomo da potersi sbrigare con un giudizio affrettato. Il disagio […] nasceva dall’estrema complessità della sua natura, singolare miscuglio d’intelligenza crudele, finezza e volgarità, brutale cinismo e raffinata sensibilità […] il giudizio che già da tempo mi ero formato di Frank era senza alcun dubbio negativo. Conoscevo di lui quel tanto che mi bastava per aborrirlo. Ma la mia coscienza mi negava il diritto di fermarmi a quel giudizio”.

I macabri dialoghi con il macellaio della Polonia e i suoi lacchè (“a tavola […] per il calore del vino e del cibo, o per la confidenza in se stesso che gli viene dal non sentirsi solo, o per l’inconscio bisogno di provare a se medesimo di non aver paura, il tedesco si scopre, si abbandona a parlare di fame, di fucilazioni, di stragi, con un compiacimento morboso”) fanno da cornice ai racconti di guerra di Malaparte. Tra i due si delinea un rapporto ambiguo, una sorta di cordiale inimicizia. Frank è disposto a chiudere un occhio sulle attività dello scrittore, al limite della dissidenza. Da giornalista italiano Malaparte può infatti raccontare la Polonia, spacciare pacchi e lettere impunemente spostandosi in lungo e in largo per il ‘regno’ di Frank, a patto di non farsi palesemente scoprire. I due finiranno persino a ridere della pomposa visita di Himmler: è il momento migliore per agire indisturbati, ammette Malaparte, tutti gli occhi delle SS sono puntati sul grande genocida. Lo scrittore nota poi la passione di Frank per la musica classica, fuori dal comune. Il nazista ha preparato una stanza in cui si rinchiude per rifugiarsi sui tasti del pianoforte. La moglie di Frank si confida:

“Prima di prendere una grave decisione, o quando è molto stanco o depresso, e talvolta anche nel bel mezzo di una riunione importante egli viene a chiudersi in questa cella, si siede davanti al piano e chiedere riposo o inspirazione a Schumann, a Brahms, a Chopin, a Beethoven”

È il colmo. Frank suona Chopin, la Kultur tedesca si inchina al compositore nazionale polacco. Il suo debole per l’arte è poi confermato da un episodio meno noto: quando Richard Strauss arriva ai ferri corti con il regime è proprio lui a difenderlo e a salvarlo. Il compositore si sdebiterà dedicandogli una sonata. La musica classica non è l’unica delle passioni dell’eccentrico “macellaio”. In barba alle teorie sulla razza germanica, egli è anche un estimatore del rinascimento (trasforma il castello di Wawel in una reggia italiana, organizza musei e concerti nella Varsavia occupata), oltre che un abile scacchista (a lui si deve la concessione della cittadinanza tedesca al campione sovietico Bogoljubov). I nazisti più ortodossi ne detestano il retroterra da giurista, ottusamente legalista e borghese, uno smacco per la risolutezza teutonica delle SS. Alla fine Hitler gli impedisce persino di tenere conferenze in Germania, senza però mai esautorarlo.

Hans Michael Frank, Governatore generale della Polonia dal 1939, processato a Norimberga, condannato a morte per impiccagione, effettuata il 16 ottobre 1946

Frank è comunque un violento antisemita. In Kaputt, l’unico motivo per cui sembra criticare i pogrom degli slavi è la disorganizzazione: per certe cose serve precisione scientifica, razionalizzazione, non ci si può abbandonare agli istinti. Nonostante la sua debole difesa iniziale a Norimberga, è semplicemente impossibile credere che non fosse al corrente dell’organizzazione dei lager. Eppure, dopo la guerra, durante la detenzione e in attesa della condanna, qualcosa accade. Stando alle sue parole è probabilmente il suicidio del Fuhrer, l’uomo-dio al quale avevano sacrificato una nazione, che innesca un inspiegabile moto religioso. Sixtus O’Connor, il francescano che a Norimberga ha il terribile compito di redimere l’irredimibile, riporta Frank alla sua religione d’infanzia, fino ad allora derisa nella fede dei polacchi.

Anche la fine del ‘macellaio’ ha dell’incredibile. I testimoni del processo ricordano gli ultimi momenti, poco prima dell’esecuzione. Fu il solo imputato a presentarsi sorridente davanti alla corte. Ringraziò per il trattamento ricevuto durante la prigionia, chiese perdono a Dio e venne impiccato. Un codardo? Un criminale troppo debole per vivere con convinzione la fede nazionalsocialista? Un pazzo sanguinario, insensato e incoerente fino alla fine? Un sincero pentito? Qualunque sia la verità, la sua figura – troppo diversa da tutti gli altri criminali di Norimberga – non poteva passare inosservata. Lo scrittore Jost Nolte ne è ispirato quando lavora sul suo romanzo Der Feigling. Niklas Frank, ha sostanzialmente costruito una carriera letteraria sulla condanna delle idee del padre. L’accademia ha poi studiato la vicenda di Hans Frank inquadrandola negli scontri interni al partito nazista, tra chi non ammetteva alternative al Fuhrerprinzip (per semplificare, la cerchia di Himmler e delle SS) e chi invece aveva una concezione ‘borghese’ dello stato di diritto.

È curioso notare come fu il romanzo di uno scrittore italiano a delinearne meglio e prima di tutti la terribile e incongruente personalità. Impossibile, peraltro, non pensare alla conversione sul letto di morte dello stesso Malaparte – anche questa messa in forte discussione da alcuni, visto il personaggio. Fu la beffa finale di un voltagabbana incoerente? La profezia, se la si vuole leggere, è già presente tra le pagine di Kaputt. Hans Frank e Malaparte discutono di religione a cena. Il nazista è curioso di sapere come ha fatto Mussolini a trovare un accordo con la Chiesa cattolica, a risolvere la ‘questione romana’. La spiegazione di Malaparte è lineare: il Fascismo si è preso il potere sulla vita degli italiani, la Chiesa quello sulla loro morte. Il Duce indottrina gli uomini, li manda in guerra, li fa lavorare, magari procura loro una pensione per la vecchiaia. Poi, quando il giro sulla giostra finisce, è il Papa che ne decide il destino. Hans Frank e Curzio Malaparte, il gerarca anseatico e il mal sopportato scrittore, non poterono essere più diversi tra loro. Eppure, in un modo o nell’altro, andò a finire per entrambi così.

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