Contactless

La transizione da un mondo di valute fisiche a unicamente digitali è già cominciata.
La transizione da un mondo di valute fisiche a unicamente digitali è già cominciata.

Il 15 novembre la Federal Reserve di New York ha annunciato l’inizio di un progetto pilota volto a testare l’utilizzo di dollari digitali negli scambi tra alcune delle più grandi banche americane. Colossi del calibro di U.S. Bank, MasterCard, Wells Fargo per dodici settimane simuleranno transazioni in valuta digitale provando la fattibilità tecnologica, le implicazioni legali e le opportunità economiche di questa trasformazione epocale del sistema bancario. Le CBDC − Central Bank Digital Currency − sono monete digitali in tutto e per tutto uguali a quelle fisiche: hanno lo stesso valore, sono soggette alle stesse oscillazioni macroeconomiche (svalutazione, tassi d’interesse) e possono essere create solo dalla Banca Centrale del Paese. L’unico aspetto che le differenzia dalle loro corrispettive concrete è la materia di cui sono fatte, non carta verde o metalli preziosi, ma bit e chiavi crittografiche. Che il denaro abbia una sorta di ossessione per l’astrazione lo si può facilmente intuire dalla sua evoluzione millenaria: un’inarrestabile marcia verso l’intangibile, che strappa a poco a poco tutti gli strati del suo corpo inodore. Dagli armenti latini, alle prime cambiali, passando per le monete sempre più povere d’oro, nella bilancia che misura il denaro il piatto dell’ideale ha assunto inesorabilmente più peso rispetto a quello del materiale, generando la più paradossale delle dinamiche: il primo, sempre più gravido, quasi a toccare il suolo; il secondo, sempre più leggero, fino a scomparire tra le nuvole. Come se l’anelito all’immateriale ne mostrasse il significato più autentico − l’effimero, il vacuo, l’inconsistente.

L’ultimo passaggio però, l’approdo al digitale, segna un salto di qualità nella virtualizzazione. I soldi perdono qualsiasi attributo fisico e diventano codice binario, pura informazione. Si chiude il cerchio, il valore essenzialmente sociale del denaro si riconcilia con la nuova forma appena raggiunta, sofisticata comunicazione. 

A prima vista non sembra un cambiamento sconvolgente. Siamo entrati da tempo nel mondo dell’economia digitale, i portafogli sono sempre meno gonfi di banconote, ma pieni di carte prepagate. Sebbene paghiamo quasi tutto in modalità contactless o con pochi click, il denaro sottostante queste transazioni è ancora fatto di carta contante e monete. Il trasferimento è digitale ma il bene è reale. Con le CBDC, invece, sono i soldi a digitalizzarsi, e ad aprire un nuovo capitolo della storia economica. Le Banche Centrali non dovranno più solo “stampare moneta”, ma anche creare quelle digitali e conservarle in registri distribuiti e sicuri. Le persone potranno scambiarsi contante virtuale senza dover aprire un conto in banca, semplicemente inviando il denaro tramite app dal proprio portafoglio digitale a quello del ricevente. Questa rivoluzione porta con sé una serie di problematiche. La prima è di natura tecnologica: quale infrastruttura architetturale scegliere per questo grande passo? E quali attori ingaggiare? Di sicuro le Banche Centrali giocheranno un ruolo di primo piano, ma potrebbero, a seconda dei pattern scelti, delegare alcune funzioni.

Nel modello “Direct issuance” la Banca Centrale gestisce tutto il processo di creazione, accredito e trasferimento tra privati delle CBDC, escludendo di fatto gli istituti bancari privati. Questo modello è concettualmente il più semplice, ma prevede notevoli difficoltà di implementazione. La Banca Centrale dovrebbe riuscire a coordinare in autonomia centinaia di milioni di trasferimenti al giorno, tenere traccia di tutti i saldi dei portafogli digitali e monitorare le frodi e i possibili furti. Il modello “Two-tiered issuance”, invece, coinvolge anche le banche private nella gestione dei portafogli e delle transazioni. La Banca Centrale rimane l’unica istituzione autorizzata a creare le CBCD, ma poi affida alle banche commerciali l’onere di controllare il rispetto dei protocolli di sicurezza e l’amministrazione delle transazioni private. In questo caso l’impatto e la spesa tecnologica a carico dello Stato diminuirebbe drasticamente e il coinvolgimento di grandi attori privati porterebbe con sé l’afflusso di enormi capitali finanziari e tecnologici. La seconda problematica è di natura etico-politica. L’utilizzo della moneta digitale e di registri distribuiti che contengono i dati di tutte le transazioni lede la privacy degli individui? A livello tecnico, anche in un modello di “Direct issuance” dove la Banca Centrale è l’unico depositario di tutta la gestione dei trasferimenti, è possibile garantire l’anonimato dei singoli cittadini. Scenari diversi, però, in cui il tracciamento dei pagamenti venga memorizzato e si possa facilmente creare uno storico di tutti gli acquisti effettuati non sono difficili da immaginare. A quel punto la Banca Centrale potrebbe decidere di bloccare i pagamenti per alcune fasce della popolazione o, ancor più grave, sequestrare direttamente i CBDC. Si potrebbero indirizzare i pagamenti solo su specifici beni o soggetti, penalizzandone altri o escludendo dal mercato quelli ostili al governo di turno. Il contante, che è sempre stato un bene rifugio, con la trasformazione digitale potrebbe perdere il suo valore e diventare uno strumento di controllo sociale iperpervasivo

Nonostante l’esistenza di tali problematiche, sono decine gli Stati che negli ultimi anni hanno lanciato dei test pilota per sperimentare questa nuova tecnologia. La Cina è sicuramente quello che si trova in uno stadio più avanzato. Nell’autunno del 2020 è iniziato il progetto per l’utilizzo dell’E-Yuan, la valuta cinese digitale, con una base iniziale di 75.000 utenti. Dopo appena due anni già il 15% della popolazione compra e vende attraverso gli E-Yuan, con un numero di transazioni che supera i duecento milioni, per un valore di oltre novanta miliardi. Durante le Olimpiadi invernali di febbraio l’E-Yuan, insieme agli Yuan fisici e alle carte di credito, è stata una delle tre modalità di pagamento ufficialmente accettate a Pechino. In un futuro non troppo lontano, la digitalizzazione della valuta cinese e la sua vertiginosa ascesa potrebbero scalzare il dollaro come valuta di riserva mondiale.

Anche l’India si sta muovendo nella stessa direzione e, poche settimane fa, ha annunciato il lancio di un progetto pilota per l’utilizzo della Rupia digitale. L’impatto di questa tecnologia nel Paese con la più alta crescita demografica al mondo − destinato a superare la Cina per numero di abitanti in pochi decenni − è sicuramente da monitorare. Vaste fette della popolazione che vivono in aree rurali hanno difficoltà a integrarsi nel circuito bancario e finanziario. La digitalizzazione della Rupia potrebbe risolvere questi ostacoli e fare da volano per la crescita economica e tecnologica. In Occidente, invece, l’approccio alle valute virtuali è più cauto. In Europa, dove vige la legislazione più ferrea sulla protezione dei dati e la privacy digitale, si è ancora in una fase di analisi delle prospettive e non sembra ci si muovi decisi in questa direzione. Le dinamiche intra ed extra Stati, basti pensare alle infinite polemiche sul recente provvedimento per l’innalzamento del contante in Italia, non facilitano un processo già di per sé complesso. L’esperimento della Fed negli USA apre alla digitalizzazione del dollaro. Il biglietto verde rimane ancora la valuta mondiale di riferimento, ma i recenti flirt tra la Cina e gli Stati del golfo per un possibile pagamento del petrolio in Yuan non fanno di certo dormire sonni tranquilli agli americani. La digitalizzazione del dollaro potrebbe rimandare il giorno della sua abdicazione e alimentare con un nuovo canale la richiesta mondiale di biglietti verdi. Chiunque potrebbe versare e ricevere dollari in tutto il mondo in modo istantaneo e senza tassi di cambio, rafforzando, almeno per il momento, i bastioni che difendono l’egemonia economica a stelle e strisce.

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