Intervista

Marzio G. Mian: «Normalizzare i rapporti con i russi non è ancora possibile, ma in Italia c’è voglia di cambiare»

«Io viaggio con poche certezze. Forse una: quella di portare a casa la pelle»
Marzio G. Mian: «Normalizzare i rapporti con i russi non è ancora possibile, ma in Italia c’è voglia di cambiare»
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Quasi in contemporanea alla rivolta di Evgenij Prigožin e alla sua decisione di muovere le truppe verso Mosca, c’era chi, fortunatamente a qualche meridiano di distanza, procedeva in direzione opposta. Entrato in Russia legalmente, ma costretto, date le contingenze, a lavorare illegalmente, Marzio G. Mian – assieme al fotografo Alessandro Cosmelli e a due autoctoni la cui identità non verrà mai rivelata – aveva in quel periodo cominciato un viaggio per capire la realtà russa. Partendo dal Rialto del Valdaj, ha attraversato per seimila chilometri tutto il Paese, bagnandosi alla fonte del fiume Volga e costeggiandolo sino alla sua foce, situata vicino la città di Astrakhan. Come già fatto per gli Stati Uniti e l’Italia, Mian ha utilizzato il grande fiume come specchio della civiltà che lungo le sue anse vi ha trovato dimora. Un esperimento più utile ancora, considerando i filtri che le autorità, tanto russe quanto occidentali, sempre più pongono fra comunità il cui desiderio primario rimane, tutt’ora, solamente quello di conoscersi. Pubblicato dapprima come reportage (candidato al Premio Pulitzer) e in seguito diventato un libro edito da Feltrinelli nel 2024, Volga blues è forse uno dei lavori antropologici più completi sullo spirito russo. Abbiamo raggiunto Marzio G. Mian per fargli qualche domanda mentre in Italia aumenta la pressione verso una “normalizzazione” dei rapporti con Mosca.

– Quale fu il senso del suo viaggio?

Quello di fare il mio mestiere, prima di tutto. Nel senso che ho fatto quello che gli altri non facevano, e cioè provare a raccontare cosa significhi essere russi oggi, al tempo di Putin, al tempo della guerra in Ucraina. Capire in sostanza cosa succeda nella pancia del Paese più grande al mondo. Questo purtroppo non veniva, e non viene, raccontato. Ovviamente anche per questioni relative al regime che impedisce alla stampa internazionale, così come a quella nazionale, di raccontare. Rimane difatti uno dei Paesi più pericolosi per i giornalisti.

Dall’altra parte, in Europa, in Italia, c’è un approccio propagandistico che impone ai grandi media di non entrare nel merito e di utilizzare stereotipi, schemi e formule, difficilmente verificabili. Tutto legittimo se fossimo in guerra con la Russia, ma siccome non lo siamo, non è giustificabile. Si è scatenata anche una sorta di russofobia, un clima maccartista rispetto non tanto al regime Putin, contro cui essere ostili è più che legittimo, quasi doveroso, ma verso un’intera civiltà. 

A ciò va affiancato l’altro elemento che è intrinsecamente legato agli altri, cioè l’impossibilità di criticare la NATO, ragione per cui essa è ormai diventata un’entità quasi più che sovranazionale: sovrannaturale. Se pensiamo che non tantissimi anni fa si facevano manifestazioni contro, spesso strumentali poiché nei fatti erano contro gli Stati Uniti, però erano considerate legittime. Anche dopo l’attacco illegale su Belgrado ci fu dibattito, ci fu scontro. Oggi non è più possibile. 

Quindi ho provato a fare il mio mestiere, ovviamente prendendomi tanti rischi.

– Lei ha più volte detto che Russia e Stati Uniti sono molto simili. Può spiegarci meglio questo punto?

Ci sono delle similitudini e molti elementi che associano le due realtà, anche dal punto di vista della missione storica. Trump, nel suo secondo discorso di insediamento, ha rispolverato un’espressione che non circolava da un po’: ha parlato infatti di “eccezionalismo americano”. Mi ricordo Madeleine Albright, in un’intervista che le feci ai primi anni 2000, quando mi parlò degli Stati Uniti come “Paese indispensabile”. L’attualità ci riporta al destino manifesto, al Paese che ha una missione per conto di Dio. Dall’altra parte c’è la Russia che storicamente si ritiene santa, depositaria di un ruolo missionario e messianico, di salvezza dell’umanità. Ci sono anche altri elementi: la violenza intrinseca nelle dinamiche del potere, ovviamente facendo tutte le distinzioni nel caso, perché sappiamo che in Russia è molto difficile morire nel proprio letto quando si dissente apertamente, mentre in America perdura ancora un’idea di democrazia. Ma le similitudini riguardano ci sono anche da un punto di vista prettamente geografico, guardando ai paesaggi, alla loro grandezza, agli enormi spazi.

Poi ci sono le differenze. In Russia storicamente hanno un approccio alla storia decisamente fatalista, e acquiescente rispetto al potere. Non sono certo ottimisti i russi. Questa, invece, è una caratteristica che sappiamo essere radicata, presente, determinante nella storia e nella quotidianità americana. 

Roma, Febbraio 2026. XXXII Martedì di Dissipatio

– Oggi in Italia sempre più voci spingono verso una normalizzazione dei rapporti coi russi. Cosa ne pensa lei? Cosa pensa quando sente l’inno russo suonare alle Paralimpiadi, o quando legge dell’apertura di un padiglione russo alla Biennale di Venezia?

Non so se “normalizzazione” sia il termine giusto, anche perché oggi non la vedo possibile. Da parte russa c’è un grande bisogno di legittimità, che gli Stati Uniti e Trump le stanno riconsegnando. Penso che la spinta verso un cambio di rotta nelle relazioni diplomatiche con Mosca esista anche in altri paesi europei. Lo scenario prospettato dalla leadership europea di una guerra inevitabile è naturalmente infondato. Perché la Russia non sta neanche vincendo in Ucraina, di certo non faranno abbeverare i cavalli in Piazza Navona da qui a breve…

Però c’è una grande preoccupazione ed uno scoraggiamento che come sappiamo dallo studio della storia può tramutarsi in un incendio, e Putin lo sa. Quindi c’è voglia di chiudere la partita. Detto questo, l’Italia è un caso a sé nella storia dei rapporti diplomatici. Possiamo citare il rapporto con l’Unione Sovietica, sebbene non sia utile fare parallelismi storici. Ancora oggi perdurano rapporti sottotraccia politici di vario tipo, più o meno opachi. Però sia a destra che in parte a sinistra c’è voglia di cambiare. E questo nonostante la fermezza e la posizione decisamente filoucraina del Presidente del Consiglio.

La notizia dell’apertura di un padiglione alla Biennale di Venezia ci è giunta come un fulmine a ciel sereno. Ma basterebbe ricordare la prima alla Scala dello scorso dicembre, quando fu scelta la Lady Macbeth di Šostakovič: un’operazione anche più sofisticata rispetto a quella veneziana. Comunque delle aperture ci sono, e ci saranno.

– Tradizione e cristianità sono la nuova ideologia russa. Appunto, ideologia: nessuno ci crede ma tutti si comportano seguendone i dettami. Una continuità con l’ultimo periodo sovietico, non trova?

È un grande errore secondo me quello di sovrapporre. I russi lo fanno quando fa comodo, si associano alla grandezza dell’Unione Sovietica, ad esempio tramite la figura di Stalin che viene riproposta con grande enfasi, come fosse un campione della storia russa, come colui che rappresenta la capacità di sofferenza e di resurrezione, la personificazione dello spirito di Stalingrado. Io sostengo che la vera religione in Russia non sia tanto quella cristiana ortodossa, ma che sia la Russia stessa. La Russia è una religione per i russi, è una fede, un credo, per cui io non mi sento appoggiare questa analogia.

Detto ciò, è utile studiare la loro ideologia, contraddistinta da un anti-occidentalismo espresso come rifiuto della nostra cultura, in quanto vista oggi come decadente, pericolosa, potenzialmente contaminante. La questione primaria è che non accettano che l’Europa si erga a modello nel momento in cui è essa stessa in crisi dal punto di vista della democrazia, dei valori, dell’idea di sé. Nel momento in cui gli europei criminalizzano il loro passato, rifiutano le loro radici, quando abbattono le statue, come puoi pensare di porti sul piedistallo ad indicare la via da seguire?

– Fra 6 mesi o 20 anni, quando Vladimir Putin lascerà il potere, quale periodo dovrà affrontare la Russia? È immaginabile a suo avviso che il sistema possa continuare a reggersi?

In Russia non cercano la democrazia. Per capire i motivi, oltre che lo studio della storia, è utile averla visitata. In una terra così sterminata e così poco abitata, l’opinione democratica non è contemplata, il vero timore è di avere un ventre molle, uno zar debole. La continuità con Putin ci sarà, magari il suo successore sarà meno repressivo, però avrà comunque alcune sue caratteristiche. Sicuramente vorrà mostrarsi forte poiché qualora non lo fosse ciò costituirebbe un potenziale preludio al crollo dello Stato. E dunque allo smembramento del Paese.

– Quali certezze, per così dire, “occidentali” ha abbandonato lungo il suo viaggio?

Io viaggio con poche certezze. Forse una: quella di portare a casa la pelle. In questo viaggio, che ho fatto insieme ad Alessandro Cosmelli, grande amico e grande fotografo, ci siamo interrogati molto. Su di noi, sul nostro mondo, sulla natura della nostra democrazia, sulla nostra libertà. E naturalmente anche sul cortocircuito dei media occidentali, che hanno creato un precedente gravissimo per il nostro mestiere, così come per la nostra cultura democratica. 

– Cosa distingue l’uomo russo di San Pietroburgo da quello di Astrakhan?

Abbiamo attraversato paesaggi completamente diversi: dalla taiga quasi pre-artica fino alla steppa bruciata dal sole. Terre abitate da popoli diversi. Pensa al Tatarstan, che è in sostanza l’Islam alleato di Putin. Pensa ai ciuvasci, per fare un altro esempio. Sono popoli diversi, però alla fine con sentimenti abbastanza comuni. Quelli di un mondo omogeneo pur nella sua grande, immensa, diversità. 

Magari può essere più difficile leggere i tatari, poiché sono in rapporti più complessi rispetto al potere centrale. Ma per mantenere gli equilibri ciò è normale, sono dinamiche interne comuni ad ogni grande impero. Nella parte del basso Volga vi è più difficoltà a poter dialogare, più circospezione, perché si entra in altri mondi con tradizioni diverse, anche dal punto di vista della socialità.

– Ha già pensato al suo prossimo viaggio? O per meglio dire il suo prossimo fiume? Magari, dato il periodo storico, l’Eufrate?

Sono appena stato adesso in Guatemala e Honduras per il mio prossimo libro, un reportage composito dove, oltre all’America centrale, visiterò diversi luoghi del mondo. Io utilizzo i fiumi, di cui mi considero un esperto, come chiave di racconto, ma solo per territori che conosco. Sono un giornalista, devo affidarmi a ciò che conosco. Non posso avventurarmi in territori scoprendoli come fossi un Tocqueville di serie B.

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