C’è sicuramente un pregiudizio positivo degli italiani (ma forse di tutte le nazioni mediterranee) nei confronti dei popoli nordici. Lo si percepisce dal tenore degli articoli che occasionalmente vengono pubblicati sui grandi quotidiani: racconti di giornate lavorative da 5 ore (quando non addirittura 4), perfetta parità di genere raggiunta, uno Stato che si prende davvero cura dei propri cittadini dalla culla alla tomba. Ad ascoltare la vulgata popolare sembra che il paradiso si trovi nei dintorni del sessantesimo parallelo nord. Nelle storie che sovente trovano spazio sulla nostra stampa, tuttavia, c’è poca verità: ed è questo un fatto che tanto gli italiani quanto i nordici sarebbe sorpresi nell’udire. Ma posti di fronte alla realtà di un incantesimo ormai spezzatosi (posto che sia mai stato in essere), il dito si alza ad indicare qualche vicino rumoroso, o l’Unione Europea, colpevole di offrire pasti gratis ad libitum a quei PIGS dei meridionali. Il punto centrale è che i tempi di Olof Palme, Urho Kekkonen e Gro Brundtland sono passati da un pezzo, e sarebbe pertanto il caso di lasciarsi alle spalle l’immagine idealizzata che dalle nostre parti ha sempre accompagnato la narrazione delle società nordiche.
Il caso finlandese è di gran lunga il più interessante per diversi motivi. Su tutti per il confine che condivide con la Russia, in passato considerato una leva geopolitica da sfruttare con cautela, mentre oggi, al contrario, visto come causa di ogni male. La guerra fredda è finita, per i Paesi di mezzo fra Est e Ovest non è più possibile giocare di sponda, anche e specialmente poiché non è ancora chiaro quale sia l’alternativa orientale. Così nel frattempo Helsinki cerca di prendersi il palcoscenico interpretando il ruolo del cane pazzo (che poco le calza) al servizio dell’ideale occidentale di libertà. Se Mosca è una tigre di carta (e la performance in Ucraina è lì a provarlo) allora è questo il momento di mostrare i denti allo storico nemico: i bullizzati che vorrebbero diventare bulli e bullizzare a loro volta, con il sostegno atlantico, finalmente messo nero su bianco. Ma al di là della volontà di potenza di un Paese che storicamente ha sempre cercato di pensare al proprio orto, le tensioni con la Russia hanno fatto emergere le contraddizioni di un modello che modello non è mai stato. Ha rivelato verità emerse tanto velocemente da far credere che fossero sempre state presenti, nascoste dietro uno spesso strato di tipica gentilezza nordica. Quel mannerism che cela disuguaglianze tanto radicate nel non detto che neanche una crisi politica mondiale è capace di evidenziare chiaramente. Per questo è bene guardare con più attenzione alla Finlandia, il Paese più felice del mondo, ovvero la prova provata che per lungo tempo narrazione e realtà si sono mischiate fino a rendere indistinguibile l’una dall’altra.
Helsinki è in stagnazione da quasi vent’anni, ovvero dall’inizio della crisi del debito europeo. Dal 2008 registra conti in disavanzo, con un rapporto debito/PIL passato dal 30% a quasi il 90%. Nel frattempo la disoccupazione aumenta e si attesta al 9,8% a settembre 2025, seconda solo alla Spagna nell’Unione Europea. La Nokia Republic ha perso la sua industria tecnologica di riferimento – mangiata viva da Apple e da un progresso che forte arriva da Oriente – ed ha così ripiegato su una totale atomizzazione, cioè su un proliferare di start up individuali, che non danno lavoro a nessuno se non al proprio fondatore (a oltre a essere nella maggioranza dei casi fallimentari). Contemporaneamente, mentre il mondo adottava in massa il touch screen made in Cupertino abbandonando quella per anni è stata l’azienda più ricca del continente europeo, la Russia decideva di lanciare il guanto di sfida all’Occidente. Nel 2014 Euromaidan e l’occupazione della Crimea rendono Mosca un alleato via via sempre più sgradito, fino alla deflagrazione dei rapporti nel 2022 con l’inizio delle operazioni militari a tutto campo.
In quelle storiche settimane la Finlandia è guidata da Sanna Marin. Giovanissima socialdemocratica (da dicembre 2019 a gennaio 2020 è stata la leader più giovane del mondo, prima che l’austriaco Sebastian Kurz la superasse), cresciuta da due madri in condizioni di ristrettezze economiche, diventa celebre nel Paese in seguito ad una riunione del consiglio comunale (che ha presieduto fino al 2018) della città di Tampere chiamata a votare per l’approvazione della costruzione di una tramvia cittadina. A rivedere la registrazione sembra di assistere ad uno sketch dei Monty Python, mentre Marin dà prova di essere, anche grazie ad un montaggio attento, l’unica adulta nella stanza, dovendo contenere gli interventi assurdi dei consiglieri contrari alla mozione.
Nei tre anni del suo mandato, terminato nel giugno 2023, Marin ha premuto su due politiche che perdurano ancora oggi: il ricorso al debito per sostenere la spesa pubblica e la chiusura totale nei confronti di Mosca. Non c’era forse spazio di manovra per muoversi diversamente, ma le posizioni socialdemocratiche della Presidente hanno influito molto nel ritenere la spesa di welfare non negoziabile. In più, come evidenziato da un report redatto dalla Corte dei conti finlandese, il suo esecutivo ha accumulato un deficit di circa 40 miliardi di euro, una cifra decisamente superiore a quella destinata ai “ristori” durante il periodo pandemico. In altre parole, Marin ha sfruttato la possibilità di abbandonare le regole di bilancio europee (che Helsinki ha sempre seguito pedissequamente) per stanziare un debito eccessivo con la scusa del Covid (il report parla apertamente di un “eccesso di spesa”), servito a mantenere l’amministrazione pubblica e a rinforzare il settore della difesa: aree cui è stato destinato il 30% del nuovo debito contratto nel 2020, il 60% nel 2021, fino a crollare a zero nel 2024.
Non è senz’altro colpa di Sanna Marin se la domanda estera è stata fatta a brandelli da una pandemia e da un conflitto avviato dal proprio scomodo confinante. Ciononostante l’analisi in retrospettiva del suo governo ha finalmente reso evidente, in primis agli stessi finlandesi, che il modello scandinavo (regione cui la Finlandia appartiene per legami culturali) non era più sostenibile senza fare affidamento al debito. Un Paese fortemente dipendente dalle esportazioni non può che soffrire in un contesto sovranazionale che tende alla chiusura, specie se zavorrato da una tradizione di spesa pubblica che non può più essere sostenuta da una declinante produzione interna.

Così il governo di Petteri Orpo – liberalconservatore – oggi in carica, coadiuvato dalla leader del partito Veri Finlandesi Riikka Purra (incarnazione finlandese del sovranismo di destra) nel ruolo di ministro delle finanze, hanno dato una sferzata al piano di smantellamento di alcuni benefici economici per le classi più disagiate, arrivando a tagli che sfiorano i dieci miliardi. In ordine sparso: riduzione degli assegni di disoccupazione (−20% dopo 2 mesi, −25% dopo 8); raddoppio del requisito minimo di lavoro per l’indennità (da 6 a 12 mesi); sovvenzioni abitativa ora soggette al patrimonio, così come l’indennità prevista per gli studenti universitari, originariamente pensate per tutti, a prescindere dalla fascio di reddito; diversi benefici (come l’indennità malattia, maternità, riabilitazione) vedranno aumenti congelati fino almeno al 2027, riducendo così il potere d’acquisto dei più vulnerabili a causa dell’inflazione; aumento di ticket per le visite sanitarie, deducibilità dei farmaci e tasse sulla pensione. Una serie di misure di austerity che, se da una parte serviranno a portare il bilancio in avanzo, dall’altra assottiglieranno le fasce medio-basse, portando chi non ne aveva bisogno a richiedere un sostegno economico dallo Stato. Dunque, meno spesa potrebbe equivalere a più spesa, paradossalmente.
Il tutto sulle spalle dei finlandesi e dei loro vanti nazionali: l’istruzione e la sanità. Seppur ancora ad alti livelli sono lontani i tempi in cui Helsinki poteva fregiarsi dei primissimi posti nelle classifiche PISA. La perdita di eccellenza del sistema scolastico finlandese viene attribuita, oltre che ai tagli, ad una serie di errori strutturali: l’abbandono dei tradizionali piani di sviluppo pluriennali (con l’ultimo risalente al 2011–2016), sostituiti da progetti politici a breve termine soggetti a cambi di governo. La scuola, originariamente concepita come spazio di crescita personale e cultura, è diventata un luogo funzionale alla ricerca di lavoro, con minor attenzione all’eccellenza individuale. Inoltre, la moltiplicazione di percorsi didattici, pensati per premiare le differenze individuali, ha finito al contrario per segregare gli studenti secondo genere ed estrazione sociale, esacerbando le differenze di classe. La crisi della sanità è un altro dei grandi dibattiti nel Paese, in particolare sulle difficoltà dei pronto soccorso. Un’indagine condotta presso tutti i 20 distretti ospedalieri del Paese, dalla Lapponia a Uusimaa, ha rivelato un dato unanime: rispetto agli anni precedenti, le code e il sovraffollamento nei dipartimenti di emergenza sono aumentati sensibilmente. I resoconti dei pazienti che necessitano di cure urgenti, costretti ad attendere per ore o addirittura giorni, contribuiscono a dipingere un quadro sempre più allarmante. Le autorità sanitarie sottolineano che le cure dei pazienti vengono tuttora garantite, ma solo “a malapena”. Susanna Wilén, responsabile dei servizi ospedalieri di Siun sote, nel distretto della Carelia del Nord, ha dichiarato che la situazione nei pronto soccorso è ormai critica e che non è più possibile assicurare a tutti cure di qualità. Una domanda centrale per risolvere la crisi riguarda la possibilità di dialogo fra settore pubblico e privato. Il ministro responsabile, Aki Lindén, si è tuttavia mostrato più volte contrario ad un simile scenario. I problemi rimangono così ancora senza soluzione all’orizzonte.
Infine la questione di cui nessuno vuole parlare: la posizione nei confronti della Russia. Dietro l’impostura forte e decisa del nuovo Presidente della Repubblica Alexander Stubb – uomo di partito dalla vocazione atlantica, con un’impressionante formazione accademica che l’ha visto conseguire diplomi negli Stati Uniti, in Inghilterra, in Francia e in Belgio – si nasconde un desiderio più popolare di scendere a patti con i propri autoritari vicini. Pur con una pragmatica comprensione tipicamente nordica dei motivi ideologici dietro una guerra centrata più sui valori che non sui territori, il crollo dell’afflusso sia di turisti che di capitali russi non viene visto come una inaggirabile calamità. In Carelia del Sud, ad esempio, si è calcolato una perdita di un milione di euro al giorno per intere comunità che gravitavano attorno al turismo. Così non è raro trovare chi, oltre a supportare ciecamente Kiev, speri in una riappacificazione che riporti il mondo al pre-2022, o addirittura al pre-2014. Desideri che al momento rimangono solamente nel mondo dei sogni.
Non è chiaro come farà Helsinki a tornare ai fasti di un tempo. Una nazione che dall’indipendenza – battezzata da Lenin – ottenuta nel 1917, ha saputo ritagliarsi un posto di primo piano nel mondo occidentale. Nonostante un clima decisamente sfavorevole, nonostante il basso numero di abitanti, nonostante una posizione geografica scomoda e una terra poco coltivabile, nonostante questi e altri fattori la Finlandia è diventata una delle nazioni con la più alta qualità di vita del mondo. Ci è riuscita grazie ad un innato senso di comunità, le cui origini sono molto più antiche della propria indipendenza, quest’ultima nient’altro che un piccolo tassello della propria millenaria storia. La sauna è il luogo metafisico dove esso si manifesta: un tempio dove spogliarsi del proprio status e dove soffrire assieme, nel limite delle proprie possibilità. Da questo senso di comunità sono nate le fondamenta etiche e morali che l’hanno portata a primeggiare in ogni campo, e addirittura, a cavallo fra anni Novanta e Duemila, a rappresentare l’avanguardia tecnologica in tutto il globo. La comunità sopra l’individuo: una ricetta tanto inflazionata per tanti problemi, ma che pare particolarmente calzante in questo caso. Da qui, forse, sarebbe opportuno ripartire.