Che cosa significa dire che un sogno “non è reale”? Se per reale intendiamo ciò che appare, allora il sogno non è meno reale della veglia. Se, invece, per reale intendiamo ciò che dura nel tempo, allora è la veglia stessa a diventare problematica. La dimensione onirica rischia di essere interpretata falsamente quando viene pensata come irreale. In verità, anche le immagini che la mente elabora durante il sonno mantengono una dignità indiscussa, pur apparendo e scomparendo all’interno dell’orizzonte dell’esperienza. Il sogno, mostrandosi sin dall’antichità come un fenomeno ambiguo, costringe la filosofia a chiarire il proprio concetto di realtà. Da un lato illusione e inganno. Dall’altro una possibile apertura a una dimensione dell’esperienza sottratta al controllo cosciente. Platone, nella Repubblica, accosta il sogno allo stato di confusione gnoseologica dell’anima che opera uno scambio d’identità («Non è forse vero che il sognare è questo, quando uno sia nel sonno sia da sveglio creda che il simile sia non simile a un altro, ma lo stesso cui assomiglia?»).
In età moderna, Cartesio assume il sogno come figura paradigmatica del dubbio, osservando che se nella dimensione onirica crediamo di essere svegli e di percepire cose reali, cioè se i sensi ci ingannano nei sogni, come possiamo fidarci di loro nella veglia per perseguire la verità? Freud restituisce al sogno una dignità teorica decisiva, sottraendolo alla marginalità filosofica: esso rappresenta la via regia all’inconscio, il linguaggio cifrato del desiderio rimosso. Il luogo in cui il desiderio trova finalmente espressione simbolica, che non è più errore o inganno, ma sintomo. Jung, pur muovendosi all’interno dell’orizzonte psicoanalitico, compie uno scarto decisivo. Il sogno non è soltanto espressione del rimosso individuale, ma manifestazione di immagini originarie che trascendono il singolo soggetto. Si tratterebbe, in sostanza, di una dimensione psichica universale comune all’umanità. Gli archetipi dell’inconscio collettivo conferiscono al sogno uno status che non è puramente soggettivo ma diventa una forma di conoscenza simbolica, non riducibile né alla volontà dell’Io né alla causalità lineare. In Jung, il sogno è un processo di compensazione rispetto all’unilateralità della coscienza. Non solo un veicolo tramite il quale l’inconscio collettivo comunica contenuti che la coscienza deve integrare, ma la vera e propria matrice della psiche.
Affrontare il sogno, da sempre, significa interrogare il rapporto fra apparire e verità, fra illusione e destino, all’interno del più ampio conflitto fra la fede nel divenire e la contrapposta possibilità che l’essere sia eternamente sottratto al nulla. Il sogno cessa così di essere un semplice evento psichico e diventa un’esperienza concettuale: una modalità dell’apparire in cui le strutture della coscienza, quelle stesse strutture che sorreggono la fiducia nel controllo, nella continuità temporale e nella disponibilità dell’ente, si allentano, lasciando emergere configurazioni dell’essere che, pur restando interpretate, possono incrinare l’illusione primigenia.
Si potrebbe sostenere che immagini, fantasie e figure del sogno siano ontologicamente inferiori o derivati rispetto agli enti della veglia. Se ciò che appare è, allora ogni apparire, in quanto tale, è sottratto al nulla. L’immaginazione non produce enti fittizi, ma configura modalità determinate dell’apparire. Anche ciò che appare come instabile, incoerente o effimero non è, per questo, ontologicamente nullo.
Ciò che è una fede, invece, è proprio la fede nel nulla. Una fede che pervade la veglia quanto il sogno. Nel sogno, però, essa può incrinarsi. Mentre l’ordine causale, temporale e identitario della veglia si dissolvono nella dimensione onirica, gli enti appaiono senza dover obbedire alle leggi della produzione tecnica e del controllo razionale. Il sogno non crea l’eterno, ma lo lascia trasparire sotto la forma dell’instabilità. Il sogno mostra, in forma distorta ma potente, l’impotenza della volontà di dominio: le cose accadono senza che l’Io le produca o le governi. In questo senso, il sogno può suggerire, implicitamente, la struttura necessaria dell’apparire. Se la tecnica è l’inconscio dell’Occidente, cioè il sogno di poter disporre dell’essere, di produrlo e annientarlo a piacimento, così la dimensione onirica restituisce all’uomo la capacità di lasciar emergere la consapevolezza originaria dell’eternità di ogni ente. L’allentamento delle difese della coscienza e la sospensione dell’Io permettono che emerga l’inconscio dell’inconscio dell’Occidente, la consapevolezza dell’eterno.

Questa consapevolezza non è un contenuto psicologico, ma la struttura stessa del senso: è ciò che rende possibile ogni significato. E il sogno, liberando i freni della coscienza vigile e dell’interpretazione tecnica, può consentire a questa consapevolezza di affiorare indirettamente, da svegli. Non come sapere, frammentato e incongruente nella dimensione onirica, ma come esperienza di necessità. Questa percezione resta in gran parte inconsapevole e al risveglio viene spesso ricondotta alla categoria dell’illusione. Ma qualcosa permane. Un turbamento, un’eco, una frattura nella sicurezza del mondo dominabile. Il sogno, sia esso notturno o ad occhi aperti, non è dunque una pseudo-esperienza né un’apparenza degradante rispetto alla realtà. È, piuttosto, un campo fenomenico in cui immagini, affetti, nessi, figure compaiono secondo una configurazione che sospende o riorganizza le regole della veglia tecnica e strumentale. In quanto appaiono, tali enti sono eterni nel loro essere ciò che sono.
In quest’ottica il sogno costituisce un caso paradigmatico per comprendere come l’errore non consista nello scambiare il sogno per la veglia, ma nel credere che ciò che appare, in qualunque forma appaia, sia ontologicamente nulla o annientabile. L’errore non risiede nell’esperienza del sogno, ma nell’interpretazione nichilistica che la coscienza abitualmente impone a ciò che appare, sia nella veglia sia nel sonno: l’interpretazione secondo cui ciò che si manifesta sorgerebbe dal nulla e sarebbe destinato a ricadervi. Il sogno, se sottratto alla riduzione a mera deviazione patologica o a fantasmagoria priva di statuto, offre invece un campo di apparizione in cui le determinazioni ordinarie di tempo e spazio risultano sospese. Non perché esse vengano negate, ma perché cessano di funzionare come condizioni regolative dell’esperienza. Nel sogno il tempo e lo spazio si dilatano, sottraendo l’oggetto del sogno dall’illusione nichilistica che attanaglia la coscienza. In tale sospensione, l’apparire si presenta come sottratto alla sequenza lineare del prima e del poi, restituendo al sognatore l’immagine di una permanenza che non dipende dal fluire temporale. Il sogno, se non relegato a mera follia della coscienza, ci restituisce immagini prive di tempo che riproducono quell’eternità alla quale siamo, da sempre, destinati, disattivando la funzione nichilistica del divenire.Tale attenuazione, si intende chiarirlo, non produce un accesso diretto alla verità ma soltanto lasciarne traccia. Se il sogno può assumere una funzione testimoniale rispetto al destino, ciò non avviene per una sua presunta capacità rivelativa diretta, bensì per il modo in cui esso modifica la struttura della coscienza. Tale lettura non assume il sogno come luogo di accesso privilegiato alla verità, né come esperienza epistemicamente superiore alla veglia. Il sogno è qui inteso esclusivamente come condizione fenomenica di trasparenza, ossia come ambito in cui alcune strutture interpretative dominanti della coscienza risultano temporaneamente indebolite. Il sogno può consentire a tale consapevolezza di affiorare in forma preconcettuale: non come sapere esplicito, ma come esperienza simbolica. Tale allentamento può essere interpretato come una sospensione, parziale e temporanea, di quella struttura dell’Io che, nella veglia, coincide con la volontà di potenza: la volontà di prevedere, ordinare, produrre, escludere. La consapevolezza dell’eternità non è un’acquisizione tardiva o iniziatica, ma una struttura originaria del senso, costantemente rimossa. La testimonianza dell’eternità non consiste nel contenuto onirico, bensì nella struttura stessa dell’esperienza onirica: nell’impossibilità che il sogno rende sensibile, di ridurre l’apparire al prodotto della volontà. Al risveglio, questa esperienza viene, quasi sempre, ricondotta all’ordine dell’illusione. Tuttavia, resta una traccia: un’incrinatura nella fede assoluta nel controllo, una memoria muta dell’impossibilità del nulla.
Il sogno pur non rivelando direttamente una verità sull’essere, indebolisce neurologicamente le condizioni che rendono inevitabile l’illusione del tempo, inteso come annientamento degli enti, e suggeriscono che il tempo possa essere una mera costruzione funzionale della coscienza e non una struttura originaria dell’esperienza. La riduzione della temporalità lineare non è dunque un accidente, ma l’effetto coerente di una mente che sospende il dominio esecutivo. Il sonno in fase REM, come dimostrano numerosi studi neuroscientifici, è caratterizzato da un profilo chimico specifico che compromette la capacità del cervello di mantenere una distinzione chiara fra presente, passato e futuro. Gli eventi onirici sfuggono così alla sequenza temporale continua e appaiono come salti emotivi, quasi fossero lampi di eternità. Ciò che nel sogno appare non si dispone lungo una linea temporale omogenea, ma emerge secondo una configurazione in cui la successione viene sospesa o radicalmente riorganizzata.
Nell’universo, il tempo stesso si curva e si dilata, non per fantasia, sotto il peso della gravità e la velocità della luce. In questo senso, la sospensione temporale propria dell’esperienza onirica trova una significativa consonanza con quanto la fisica contemporanea ha mostrato sul piano teorico: il tempo non è una struttura universale e invariabile, ma una grandezza dipendente dalle condizioni del sistema di riferimento. La teoria della relatività ha infatti mostrato che lo scorrere del tempo varia in funzione della velocità e del campo gravitazionale, dissolvendo l’idea di un tempo unico, lineare e identico per ogni osservatore. Senza istituire alcuna equivalenza tra l’esperienza soggettiva del sogno e la descrizione fisica dell’universo, è possibile riconoscere una convergenza più profonda: tanto nella coscienza onirica quanto nella struttura del cosmo viene meno l’assolutezza del tempo come fondamento ultimo dell’esperienza. Il tempo appare così come una modalità derivata dell’organizzazione dell’apparire, e non come una necessità originaria dell’essere. Grandezza che si tende e si contrae, nella mente come nel cosmo. A prescindere dalla circostanza che il sogno sia uno stato mentale soggettivo o, come riteneva Jung, un contenuto psichico dotato di valore simbolico da decifrare secondo archetipi universali, se il sogno può permettere all’individuo di far germogliare una consapevolezza, ciò non avviene per una sua presunta capacità rivelativa, ma per le tracce che lascia nella coscienza. Il sogno, proprio perché sottrae l’apparire alle esigenze di stabilità e funzionalità proprie della coscienza tecnica, incide sul modo in cui la veglia interpreta sé stessa e la realtà, sottraendo la coscienza al dominio temporale e suggerendo all’Io sogni di eternità.