Rimanere a casa come ritorno a casa

La filosofia come approccio alla quarantena.
La filosofia come approccio alla quarantena.

La situazione d’immobilità relazionale e sociale dovuta al dramma dell’emergenza sanitaria in corso ci impone di rimanere in casa per evitare la diffusione del contagio, data l’altissima trasmissibilità del virus COVID-19. Questo sta necessariamente piegando quello sguardo che prima era normalmente proiettato verso problemi esterni e allenato a un certo dinamismo, verso l’interno di sé stessi, verso l’ambiente familiare, verso problemi che ci ricordano e ci fanno riscoprire la dimensione dell’abitare. Il pensiero filosofico ci aiuta a investire sulle difficoltà, a riscommettere su di esse, a pensarci come nani che scalando un gigante si siedono sulle sue spalle per vedere più lontano.

Martin Heidegger, con la sua filosofia originaria, ovvero che propone un ripensamento del Pensiero Occidentale dalle sue origini, ci potrebbe aiutare a riscoprire il valore dell’abitare, di sentire questa contingenza come occasione per ripensarci come abitanti e ritrovare una collettività che è oggi più che mai scissa dalle opinioni. Nel vivere contemporaneo, dove attraverso la tecnica e la tecnologia l’uomo costruisce abitazioni, diventa impossibile pensare all’autenticità dell’abitare. Ciò significa che l’abitare viene inteso sempre più solo come “costruire” e “alloggiare”. Ma abitare è la “capacità fondamentale” (Grundvermögen) dell’uomo.

L’isolamento che ora stiamo provando tutti, dovrebbe metterci in ascolto – al di là di ogni polemica politica e giornalistica – dell’abitare di tutti come collettività che condivide una stessa storia, una stessa lingua, una stessa cultura. Se ci si trova a casa propria ma non si abita, non si è, in maniera autentica, a casa. Se viviamo questo isolamento solamente come un albergare, lo sforzo fatto, il valore della pena di rimanere soltanto nel proprio soggiorno, sarà vano. Heidegger scrive infatti che noi non abitiamo perché costruiamo, ma anzi costruiamo proprio perché abitiamo. Rimanere in casa è un po’ come rimanere in Provincia, direbbe il pensatore di Meßkich: la Provincia ci permette di essere solitari, ma non soli

poiché la solitudine ha la straordinaria proprietà di non isolarci, ma di proiettare tutto il nostro esserci nella sconfinata prossimità dell’essenziale di tutte le cose.

Il culto di Heidegger per la solitudine, occasione di responsabilizzazione personale, vissuto e sentito «come un fiore prezioso, come la capacità di sintonizzarsi sulle risonanze della storia anonima e per così dire “muta” del mondo», non è affatto da confondere, e anzi da mettere in opposizione, all’individualismo soggettivistico, risultato di una separazione sterile, ottusa e cronachistica. Quest’ultima è infatti la particellizzazione di una massa indistinta che alloggia in condomini, che ascolta le opinioni spesso duali e dicotomiche della televisione, che non riflette sul senso dell’autentico abitare e di un comune e collettivo sentire. Ma, in un certo senso, anche in un condominio di città è possibile un ritorno alla Provincia, in una situazione come questa. Avere del tempo per restare con la famiglia significa ritrovare un dialogo, riprendere in mano dalla polverosa libreria qualche vecchio libro del liceo, letto in gioventù o comprato a qualche mercatino di libri ma mai terminato per colpa di un Nervenleben, direbbe Simmel, ovvero per colpa della frenesia e del dinamismo che l’abitare della metropoli impone.

«La sede dell’esser-di-casa è il focolare (Heimat) […] in virtù del fuoco, il focolare è la sede domestica dove ogni cosa diviene presente nella cerchia dell’appartenenza e dell’intimità di casa».

Questo periodo ci riporta in qualche modo, sebbene in qualche caso attraverso la tecnologia, ad un filò familiare, che richiama quello della tradizione contadina, a riprendere i contatti umani con i nostri cari; famiglie normalmente smembrate si riuniscono attorno al focolare di casa, che è la casa. Tutto questo «si oppone al pensiero calcolante (rechnerisch), a quel sapere che si fonda su certezze teoretiche incondizionate e su principi logici inconcussi; ma il calcolare, afferma H. “è una specie del sapere presunto”.» Ciò ribadisce il pensiero per cui è dall’abitare che scaturisce il costruire.

Troppo spesso viviamo l’abitare come l’avere un letto, un tetto, una certa condizione e posizione sociale, ma tutto questo è solo il vivere contemporaneo della civiltà tecnologico-metafisica. Tutto questo è un alloggiare da spaesato, in quanto ci si dimentichi di quel focolare che riunisce il nucleo familiare fino ad un’intera comunità. Un altro aspetto a cui porgere ascolto nella circostanza di oggi, e che deriva dalle considerazioni precedenti, è la pertinenza del dire. Fa parte dell’esistenza il man sagt, il si dice comune, è un modo di stare nel mondo, in quel mondo che è mit-Welt, ovvero il mondo abitato con gli altri. Tuttavia, il si dice possiede la proprietà di scadere e dissolversi nella chiacchiera, nel vaniloquio opinante, giornalistico, dove è possibile parlare senza ascoltare, senza dire. Ciò si fonda sull’idea che l’uomo «crede e si comporta come se fosse il creatore e il possessore del linguaggio “mentre è il linguaggio che rimane il signore dell’uomo”.» Credendo che le parole gli appartengano come cose e strumenti, l’uomo dimentica la loro origine, e così anche la
propria.

Scrive Heidegger: «poeticamente abita l’uomo», prendendo spunto da una tarda poesia di Hölderlin. Con ciò il filosofo tedesco ci vuole dire che dobbiamo porre attenzione alle parole per comprendere i concetti, e ciò avviene all’interno di una prospettiva poetica del linguaggio e non cronachistica, men che meno in uno sfondo d’informazione. Infrangere l’oblio e ritrovare un focolare attorno a cui  ritrovarsi tutti, svalicando le ideologie, la tecnica e la tecnologia, i partiti. Questo è ciò che dovrebbe stimolare la situazione odierna, da non vivere come un isolamento sterile, bensì come occasione per riscoprire un abitare familiare, sentimentale, relazionale, comunitario, nazionale.

«L’essere spaesato manifesta una sorta di ambiguità: esso può ridursi alla mera arroganza di fronte all’ente, oblio del focolare ossia dell’essere, ma può anche infrangere questo oblio ripensando all’essere e orientandosi verso l’appartenenza al focolare».

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