OGGETTO: Resistere al capitalismo woke
DATA: 26 Settembre 2023
SEZIONE: Recensioni
FORMATO: Letture
Nel suo ultimo saggio (tradotto e pubblicato in Italia da Fazi Editore, 2023), Carl Rhodes mette in guardia dalle prospettive antidemocratiche poste dall'attivismo politico delle grandi imprese.
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Se dagli anni Ottanta la crescita economica comincia ad attestarsi su valori contenuti in tutto il mondo occidentale, mentre gli effetti delle politiche neoliberiste di deregolamentazione non fanno altro che produrre un aumento pericoloso delle disuguaglianze, il problema non è individuale, ma collettivo. Profondo fino alle viscere del capitalismo, non superficialmente eliminabile con un paio di decreti – anche se questo continua ad essere un credo comune, parte di quel buon senso che distingue chi domina le correnti dell’era iperinformativa da chi si lascia trascinare.  

La crisi economica del 2007-08 non fa che peggiorare le cose, aprendo il vaso di Pandora e irrimediabilmente segnando il nuovo secolo. Il re è nudo, nessuno fra i colpevoli viene perseguito, mentre a pagare è il 99,9%: la restante parte, impunita, torna ai ruoli di comando. Per il capitalismo si apre la fase storica più precaria della propria esistenza, si moltiplicano le grandi proteste senza volto e senza nemico. In piazza non si scende più per direzionare il mondo verso un nuovo avvenire, ma per combattere lo status quo, anche se non si sa bene chi lo incarni, né come colpirlo. È questa una condizione temibile a dir poco, che rischia di aprire le porte a un ritorno di forme di governo estremiste. L’idea di Stato forte capace d’imbrigliare le dinamiche economiche è ciò che contraddistingue ogni fascismo, anche quelli – in divenire – del terzo millennio.

Larry Fink, presidente di BlackRock – società d’investimento statunitense che gestisce qualcosa come ottomila miliardi di dollari – più di tutti vede la possibilità che le cose si possano mettere male. Il momento spartiacque per la presa di coscienza woke delle aziende arriva nel 2018, quando lo stesso Fink scrive agli amministratori delegati delle aziende in cui BlackRock investe: «La società si rivolge sempre più al settore privato e chiede alle aziende di rispondere alle sfide sociali più ampie». L’anno dopo, rincarando la dose, scriveva nuovamente: «Spaventata dai cambiamenti economici sostanziali e dall’incapacità del governo di fornire soluzioni durature, la società di rivolge sempre più alle aziende, sia pubbliche che private, per trovare soluzioni alle questioni sociali ed economiche più urgenti.»

Prime avvisaglie di wokismo economico si hanno già durante il XX secolo, con l’idea che gli uomini d’affari debbano tenere da conto il contesto sociale nel quale operano per non finirne schiacciati. Aprendo così a quella responsabilità sociale che ha fornito le basi per quelle politiche reaganiane e thatcheriane secondo cui la ricchezza sarebbe arrivata dalle classi sociali più abbienti a quelle più povere (trickled down) quasi naturalmente. Senza intervento alcuno di agenti esterni alle forze intrinseche al capitalismo.

La ricostruzione di come siamo arrivati da quei tempi ai nostri – con le aziende che puntualmente riadattano i loro marchi e le proprie storie a seconda delle battaglie sociali del momento – è riportata in Capitalismo Woke di Carl Rhodes (tradotto e pubblicato in Italia nel 2023 da Fazi Editore). Un saggio che non trova il nemico nelle battaglie stesse, ma nella loro strumentalizzazione da parte di attori economici. Ma ciò per quale motivo avviene? Rhodes, dopo aver descritto le macroreazioni da parte del mondo di destra, che vede nel capitalismo woke un contorto programma «sinistroide ed ecologista, che distruggerà la bellezza lucrativa del capitalismo aziendale», quella di sinistra «che abbraccia il suo pensiero per la sua dedizione nei confronti della società», e infine quella più liberale, che loda il «modo attuale di fare soldi usando l’impatto sociale come nuovo motore del valore per gli azionisti», ne esprime una quarta, più inquietante e preoccupante.

La tesi del saggio è che il capitalismo woke funga da stratagemma affinché le imprese possano assumere il controllo della democrazia, trasferendo potere politico dalle mani dei governi alle proprie. Nei fatti si tratta di un’acquisizione ostile dell’ordine democratico, giustificandolo con la volontà popolare che a tal fine starebbe già spingendo, dato che gli esecutivi già da tempo si stanno rivelando incapaci di risolvere i problemi che abbiamo sotto gli occhi. Ma la verità è che solo il capitalismo rimane nella necessità di un salvataggio da sé stesso, dalla sua crescente insostenibilità. Ponendosi dunque come arbitro morale del sistema le imprese che scelgono questo stratagemma si rendono così insostituibili alla guida del nuovo mondo, fatto di uguaglianza di diritti formali, ma di una disuguaglianza sostanziale mai vista prima. Pertanto da difendere, in ogni modo possibile.   

Il capitalismo woke non rispetta le distinzioni classiche di ogni società occidentale moderna, che vede ben separati lo Stato, il potere capitalistico e quello degli attori no-profit. Per continuare a ottenere profitto le grandi aziende stanno traslando le proprie strutture di potere – naturalmente «dittatoriali e gerarchiche», in quanto il loro scopo è unicamente quello di servire gli azionisti – agli attori no-profit e specialmente al potere statuale. L’erosione delle prospettive democratiche nella contemporaneità è dovuta alle loro ingerenze nell’agenda pubblica.

Il problema non sono le battaglie in sé, spesso giuste e votate a un raggiungimento dell’uguaglianza, ma la possibilità che BlackRock e chi segue si prendano la libertà di guidare il cambiamento per un tornaconto economico. Una libertà tossica che permette allo status quo di sopravvivere. La risposta è, sostiene Rhodes, quella di diventare woke nei confronti del capitalismo woke, perché opporre resistenza a chi propone soluzioni è al momento l’unica strada.

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