OGGETTO: Beirut aspetta di risorgere
DATA: 22 Settembre 2023
SEZIONE: Società
FORMATO: Racconti
La capitale del Paese dei cedri è stata schiacciata dalle dinamiche politiche internazionali sin dal dominio ottomano. Oggi come ieri aspetta di prendersi il posto che le spetta nella storia.
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«Il cedro, specialmente, preso l’aire, si è slanciato in alto con impeto di difesa e di protezione: ha in sé solo la potenza, la freschezza, l’armonia di una intera foresta: il suo verde riempie il vano delle finestre della casa; la sua cresta si dondola, al di sopra di tutte le cose intorno, su un orizzonte che ha l’illusione di un grande spazio, e gioca con le nuvole, e arde col tramonto, e ride con la luna: è già per se stesso una bandiera sempre soffusa di azzurro, che sfida il tempo, sventola, d’estate e d’inverno, la promessa di una vita millenaria.»

– Il cedro del Libano, Raffaella Romagnolo, Aboca Edizioni, 2023

Una volta il Libano era coperto da fitte foreste di cedri, per cui non appare strano che sia diventato il simbolo dell’intero Paese anche se oggi, dopo secoli di deforestazione, l’estensione della foresta si è ridotta in modo considerevole. Si dice che il Re Salomone acquistò legname di cedro per costruire il Tempio di Gerusalemme. L’imperatore Adriano, invece, stabilì che questi territori appartenessero al dominio imperiale, fermando temporaneamente la loro deforestazione.

Negli anni più recenti, il Paese è stato teatro di seducenti narrazioni, avvincenti epopee moderne. Più che le residue foreste di cedri, conifere e ginepro, alcuni degli insediamenti monastici cristiani più importanti del Medio Oriente, molti dei quali si trovano abbarbicati sui fianchi della valle di Qadisha, oppure le poesie del profeta Khalil Gibran o gli insediamenti di epoca fenicia, la storia recente si è svolta tra le pieghe di una Beirut non ancora schiantata e squarciata da conflitti, fame, esplosioni, incuria.

Negli anni Ottanta considerata la Mecca dello spionaggio Beirut era una città ambigua popolata da spie, killer, faccendieri, trafficanti e anche uomini d’affari, allora anche sede del Banco Ambrosiano Middle East, una delle consociate estere create dal banchiere Roberto Calvi.

Il suo volto si è modificato in questi ultimi anni, squarciato da esplosioni e attentati, dalla crisi economica, dalla fame e dall’inflazione, dallo scontro intestino tra le etnie che da sempre si contendono il potere e la spartizione delle cariche istituzionali (arabi sunniti e sciiti e cristiani maroniti). La città di Beirut è rinata dalle sue ceneri molte volte – sette secondo la leggenda – lasciando emergere le cicatrici delle sue metamorfosi. Un misto di elementi dell’epoca del mandato mediterraneo, ottomano e francese ha reso unici gli edifici tradizionali della città.

Proprio da qui sono giunti spifferi, voci, conferme, cartigli di un lungo rapporto, poi rivelazioni dettagliate e comprovate negli atti dei fascicoli desecretati dallo Stato italiano.

Dieci anni di diplomazia parallela (1975-1985) nei quali furono partoriti due trattati politico-militari per la sicurezza nazionale: il lodo Moro e il lodo Israele. Il primo, risalente al 1973, consisteva in un accordo basato su una linea di politica estera parallela che prevedeva una serie di protocolli informali e riservati con i vari attori del teatro mediorientale. Vennero coinvolti Stati come Israele e organizzazioni politiche che incarnavano forme di Stato nascente, come l’Olp, ma anche altre formazioni minori (Al Fatah) con l’obiettivo di smilitarizzare lo scontro e ri-politicizzare il conflitto mediorientale.

Il Servizio segreto militare italiano, grazie agli ottimi rapporti intrecciati con le maggiori organizzazioni palestinesi e alla rete di informatori messa in piedi in Medioriente, aveva il compito di raccogliere informazioni sui dispositivi militari di alcuni Paesi arabi, in particolare Libano, Siria, Iraq e Egitto. Notizie che venivano trasmesse al Mossad. Una sorta di contrappeso all’accordo riservato raggiunto tempo prima con l’Olp e che aveva come obiettivo la messa in sicurezza del territorio italiano e dei suoi interessi oltre i confini nazionali evitando che l’Italia fosse travolta dal conflitto israelo-palestinese, come era già accaduto in più circostanze. In cambio, le autorità italiane avrebbero fornito sostegno internazionale e riconoscimento politico all’attività dell’Olp.

Nel 1975, dopo la guerra del Kippur, fu concordato con il Servizio israeliano un accordo (il lodo Israele) di collaborazione in campo intelligence finalizzato alla raccolta di dati prevalentemente militari nei paesi circondanti Israele. In detto accordo venivano individuati prevalentemente gli “indizi di attacco” che avrebbero potuto segnalare una operazione militare congiunta di sorpresa contro Israele creando una situazione analoga a quanto avvenuto prima dello Yom Kippur.

In entrambi i casi a gestire le trattative per conto italiano fu il capocentro a Beirut colonnello Stefano Giovannone, ufficiale dell’arma dei carabinieri, definito nei cablogrammi e in documenti riservati “maestro” per la sua enorme esperienza e competenza operativa.

Nonostante la sua specificità territoriale, culturale, la peculiarità etnica, la multiforme geografia delle anime, anche il Medio Oriente fu inserito nella divisione spaziale – certamente artificiale – creata dalle potenze dominanti della Guerra Fredda.

La dialettica est-ovest – sostituita dall’attuale dimensione nord-sud – ebbe modo di posizionare, fino alla prima metà degli anni Novanta, Beirut sul crinale della storia, ufficiale ed ufficiosa.

Dopo l’inizio della guerra civile e la spartizione di fatto tra le varie etnie del già piccolo territorio fenicio, un tempo annesso alla grande Siria, Beirut rimase relegata alle cronache politiche ben sotto la soglia della grande e gloriosa storia. Nonostante sia trascorso tanto tempo, Beirut ha ancora tanto da raccontare, del passato e del futuro, al di là dell’attualità di cosmetica rivoluzione politica.

Da queste parti ci si ritrova sempre: ricorre spesso nella letteratura e nella filmografia questo adagio, parole che in realtà si fanno certezza nelle relazioni umane e nei rapporti dei viaggiatori, nelle memorie degli ufficiali, nelle dinamiche relazionali di ogni tipo. Il clima sospeso e rarefatto, l’anima incantatoria ed immediata di alcuni quartieri, l’incontro tra due opposte culture, l’orientale e l’occidentale, è questa la cifra di uno stile inconfondibile: lo stile di Beirut città che aspira a risorgere.

Per farlo, magari, potrebbe muovere dal ritmo incisivo e visionario di Khalil Gibran che quasi un secolo fa arrideva alla sua terra con queste parole di speranza:

«Nulla impedirà al sole di sorgere ancora, nemmeno la notte più buia.
Perché oltre la nera cortina della notte c’è un’alba che ci aspetta.»

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