OGGETTO: Forza del diritto e diritto della forza
DATA: 23 Gennaio 2026
SEZIONE: Società
Il declino della cultura occidentale e delle sue élite coincide con il ritorno della forza come principale strumento di regolazione dei rapporti internazionali, mentre diritto e politica perdono capacità di contenimento e mediazione.
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«Sotto il grigio diluvio democratico odierno, che molte belle cose e rare sommerge, va anche a poco a poco scomparendo quella special classe di antica nobiltà italica, in cui era tenuta viva di generazione in generazione una certa tradizione familiare d’eletta cultura, d’eleganza e d’arte». Se fosse vissuto al tempo odierno, D’Annunzio avrebbe certamente confermato il suo vaticinio, declarato dal protagonista del suo più celebre romanzo, Andrea Sperelli.

Proprio la carenza, non solo da parte dell’Italica gens, di cultura, eleganza e arte, oltre che di somme virtù non più confacenti all’uomo moderno, sarebbero concause efficienti e concordanti dello sfacelo occidentale. Eppure, nonostante richiami solleciti e solerti da parte dell’intellighenzia alla necessità di ricostruzione del tessuto organico-ontologico della società occidentale, anche attraverso l’ombrello protettivo della legalità giuridicizzata e del diritto vivente, gli oracoli del suprematismo della tecnica hanno prevalso di gran lunga sovrastando ciò che rimaneva del resto della cultura (relictum inerte) per forza e abbondanza.

Dinanzi all’inarrestabile avanzata dei nuovi Principi e Principati moderni, i maestri dell’arte del governo post Westfalia, si sarebbero verosimilmente arresi. 

«Ho riconosciuto il dovere del governo e la vera salute per i governati, non nei peno si sforzi della società per realizzare dei progressi, ma nell’ardore di conquistare i veri beni – la libertà considerata come la conseguenza inevitabile dell’ordine; la sola uguaglianza possibile, vale a dire l’uguaglianza dinanzi alla legge; il benessere, che non si potrebbe concepire senza la base del riposo morale e del riposo mate riale; il credito, che non può basarsi altro che sulla fiducia, – nel perseguire questi scopi, io ho riconosciuto il dovere del governo e la vera salute dei governati». Con queste parole, Klemens von Metternich delineò le basi etiche e deontologiche di un principe illuminista ed illuminato, in cui “Ragione e Umanità” rappresentano i valori di riferimento.

Nel pluriverso globale moderno in cui Stati – Imperi tra loro dialetticamente (non dialogicamente) si concedono superficiali incrinazioni linguistiche senza trascendimenti bellicosi, a livello sub imperiale sussiste ancora la distinzione amico-nemico di schmittiana memoria che sembrava essere smarrita in un contesto nel quale l’azione politica – della quale la guerra non è che la continuazione con differenti modalità strumentali – raggiunge livelli di intensità incontrollabili.

Questa stessa intensità, prima confinata nel diritto o nella sfera della politica, con l’affievolirsi delle forze spirituali che fanno di questi due elementi non meri appendici formali, è attualmente alla base della rottura dell’equilibrio mondiale (tra forze o elementi).

Difatti, è oramai acclarato che il diritto opera dopo la guerra, se vi è spazio, poiché l’eccezione è subentrata alla regola, la forza al diritto, il disordine all’ordine. Quando il diritto o la politica non hanno più la forza di contenere, il piano sul quale si arrischiano le forze spirituali incontrollabili è quello della guerra, dell’eccesso di sovranità ovvero della forza di coazione bruta. Ciò che, ad esempio, è accaduto in Venezuela dopo l’operazione americana avallata dal Presidente Trump, senza alcuna legittimazione né formale legittimità. La sacralità del diritto e della politica, come mesi prima era accaduto in Iran nell’attacco pro-Israele, è stata decisamente piegata dalla forza bruta, dalla pura ed effettiva applicazione meccanica dell’interesse nazionale. Ragion di Stato: direbbero i fautori. Irragionevolezza: i detrattori.

Roma, Gennaio 2026. XXXI Martedì di Dissipatio

Nello sconvolgimento assoluto e generalizzato, sullo sfondo di un contesto in rapida evoluzione, viene in mente il pensiero di Renè Guenon per il quale in Oriente come in Occidente esistono spazi o terre dalla particolare vocazione spirituale – centri che possiamo definire interstiziali – in cui la polarità elementare di base, in termini dialettici-ontologici, consente di calmierare sul piano geo-magnetici oltre che essenzialmente politico, le spinte oppositive provenienti dall’esterno. In buona sostanza, la funzione escatologica di queste terre di mezzo è quella di stabilizzazione, assumendo naturalmente la funzione di sistemi vitali di garanzia dell’armonia e dell’ordine a livello geopolitico globale. Sappiamo bene che le tensioni diffuse che sottendono le relazioni internazionali, similmente ad un congegno o impianto elettrico perfetto, necessitano di punti di equilibrio naturali. Come, in un circuito elettrico la funzione del cavo neutro è quella di permettere il passaggio della corrente di ritorno proveniente dalla fase, concludendo così il circuito elettrico, nella geopolitica delle relazioni internazionali, la dialettica tra soggetti (Stati) ha bisogno di sistemi di relazioni (organizzazioni internazionali) oppure di spazi (non necessariamente politici ovvero soggettività attive con direzione e potere autonomi) la cui funzione è mantenere – per vocazione elementare, originaria, per conformazione ontologica – l’armonia e la neutralizzazione delle spinte energetiche per evitare sovraccarichi e sovratensioni.

Seguendo tale ragionamento, per il bene dell’equilibrio e dell’ordine moderno, gli spazi geneticamente netralizzanti (Area Mediterraneo ed il Caucaso – Asia Centrale) dovrebbero essere riattivati o rinvigoriti, avendo smarrito forza attrattiva e di sintesi, nella prospettiva della storia universale e delle relazioni internazionali, rappresentando centri di controllo strutturale delle mediazioni fra tensioni.

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