L'editoriale

La variante Zelensky

Il leader ucraino, ogni giorno che passa, resta l’unico a tenere in piedi la narrazione “né-né (né guerra, né diplomazia) del fronte occidentale. E il suo eroismo, imprevedibile quanto l'attacco russo, alla lunga sta creando profondo imbarazzo agli occhi degli alleati.
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Le guerre sappiamo come iniziano ma difficilmente possiamo dire con certezza come andranno a finire. C’è una variabile politica in questi momenti decisivi che si chiama “fuoco amico” e a volte rischia di diventare molto più violento di quello nemico. Gli analisti si sono giustamente concentrati sulla tenuta del fronte interno di Vladimir Putin, pertanto è necessario quanto meno prendere atto della posizione difficilissima in cui si trova Volodymyr Zelensky. Il leader ucraino è indubbiamente il più grande protagonista di questo terremoto ai confini dell’Europa orientale per due ragioni principali. Sul piano dell’eroismo, un uomo senza alcuna preparazione militare, in un momento storico dove il suo consenso era in caduta libera, di fronte all’aggressione della Russia, ha deciso di non abbandonare il Paese, impugnare la retorica della resistenza e porsi a capo delle forze armate.

Sul piano bellico e politico, è riuscito a tenere l’esercito ucraino unito, ma soprattutto a ricompattare apparentemente l’Occidente contro il suo nemico principale. Volodymyr Zelenski dunque non solo è il rappresentante legittimato dal suo popolo per l’autodeterminazione dell’Ucraina, ma è anche la personalità che in questo momento tiene insieme, ancora, gli Stati Uniti e l’Europa, l’Unione Europea e la Nato, e maschera la narrazione “né-né” del fronte occidentale.  Un fronte occidentale che appunto, ad oggi, non ha scelto né di muovere direttamente guerra all’esercito russo, né di sedersi a un tavolo di pace con Vladimir Putin. L’invio di armi agli ucraini e l’irrigidimento delle sanzioni economiche, sono de facto posizioni intermedie che non lasciano trasparire decisionismo politico. A meno che queste opzioni – volte a rafforzare la posizione di Zelenski e indebolire il Cremlino – siano finalizzate a una via diplomatica, dove tutti i protagonisti salvano la faccia internamente, prima che esternamente, e si ritorni a dei nuovi accordi aggiornati rispetto a quelli di Minsk.

Il temporeggiamento dell’Occidente, molto più diviso di quello che sembra sul consolidamento di un conflitto a bassa, media o ad alta intensità nel cuore dell’Europa, rischia di essere la pallottola più mortale per Zelensky. Perché esiste un’asimmetria profonda degli interessi anglo-americani – non a caso Boris Johnson e Joe Biden usano toni estremamente violenti che non consentono nessuna prospettiva di dialogo – e quelli europei. Anche gli alleati, del resto, per ragioni economiche, di sicurezza e geografiche, devono fare i conti con sé stessi aldilà dell’Alleanza Atlantica. Per l’Unione Europea, è quanto mai necessario ristabilire un ordine continentale di vicinato con la Russia, a prescindere dì come andrà a finire, e viceversa; gli Stati Uniti invece, a fronte della “guerra di secessione” di Vladimir Putin, hanno bisogno di creare un nuovo ordine internazionale con la Cina. Da qui l’incontro a Roma tra il consigliere per la Sicurezza Nazionale, Jake Sullivan, e il responsabile esteri del Partito Comunista Cinese, Yang Jiech, nonché la riattivazione del canale telefonico tra Joe Biden e Xi Jinping. Questi bilaterali tra Washington e Pechino infatti fanno pensare più a un tentativo di spartizione più che un’iniziativa diplomatica di mediazione. Del resto in questi giorni a differenza di Turchia, Israele, Francia e Vaticano, né cinesi né americani hanno agito in questa direzione. 

Se la pandemia aveva accelerato un processo di cosiddetta de-globalizzazione, adesso invece sembra che possa nascere un sistema fondato su una globalizzazione a due velocità. In questo senso, un conflitto a bassa, media e alta intensità, con un classico schema proxy, proprio sulla cortina che separa questi due poli, non farebbe altro che rafforzare in maniera speculare l’integrazione (e la subalternità) euro-atlantica da un lato, e quella euroasiatica (sino-russa per intenderci) dall’altro. Il disordine ucraino che genera un nuovo ordine internazionale, calandoci nella realtà, è un teorema che alla lunga rischia di non coincidere con l’attitudine eroica di Volodymyr Zelensky. Per il leader ucraino che continua – giustamente dal suo punto di vista – a tenere la posizione, a chiedere altre armi, ad accusare chi gliele ha fornite troppo tardi, a non cedere alle richieste di Mosca, pur lasciando trasparire a bassa voce qualche passo indietro, si aggiunge un riassetto internazionale che va ben oltre la territorialità ucraina. Il suo destino, agli occhi dei suoi alleati, a tratti imbarazzati, dipenderà soprattutto dalla sua di capacità di comprendere l’attimo in cui dovrà fermarsi, altrimenti ci penserà qualcun altro a farlo. E a volte, fermarsi da soli, prima che gli altri ti fermano, è l’unico modo per rimanere in sella. 

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