Il fronte interno americano

Lo scambio di prigionieri Griner-Bout tra Russia e Usa è un segno di debolezza o un pezzetto del puzzle per costruire la pace?
Lo scambio di prigionieri Griner-Bout tra Russia e Usa è un segno di debolezza o un pezzetto del puzzle per costruire la pace?

È destinata a far discutere per molto tempo la notizia dello scambio di “prigionieri” tra gli Stati Uniti e la Russia, finalizzato a liberare Brittney Griner, la cestista statunitense arrestata all’aeroporto di Mosca. Per la sua scarcerazione, gli Stati Uniti hanno confermato di aver “restituito” ai russi Viktor Bout, noto trafficante di armi Tagiko, arrestato a Bangkok nel 2008. Una notizia che ha destato più di qualche malumore, rivolto più alla situazione che non al Presidente – la cui immagine è uscita rinfrancata anche dagli esiti dei midterm – sebbene la scelta di ridare ai russi un personaggio del peso di Bout ha prestato il fianco per attacchi di ogni sorta, specie da parte repubblicana. Senz’altro l’entourage di Biden avrà valutato con attenzione pros e cons dell’operazione, visto che lo scambio era stato proposto a Lavrov da Biden stesso già a Luglio, ma l’elettore americano critico potrebbe interpretarlo come un ulteriore segnale della debolezza e dell’inconsistenza dell’establishment democratico.

Il 21 Luglio, in un articolo per Brookings, Marvin Kalb notava come Biden venisse aspramente criticato «from the day one» oltre ogni ragionevole demerito, da tutte le testate giornalistiche. Si tratta senz’altro di un’esagerazione, tenuto conto che sono proprio i media e i giornalisti (con le dovute eccezioni di Fox News e le altre testate d’area conservatrice) i primi endorser del presidente, ma il fatto che un giornalista come Kalb si sia sentito in dovere di tentare di “riscattare” la figura del presidente è sintomatico di un problema di immagine che si fa fatica a superare. In un certo senso, la situazione è l’esatto opposto di quanto si diceva di Donald Trump. La figura carismatica e grossolana del populista che arringa le masse, cucitagli addosso dai maggiori organi di stampa durante le lunghe battaglie del tycoon contro questi ultimi, risulta perfettamente controbilanciata dal presidente mite, svuotato di ogni aggressività e incasellato perfettamente nel suo ruolo istituzionale. Un cambio di personaggio che, sebbene da molta carta stampata accolto con un sospiro di sollievo, non ha mancato di generare dubbi, non solo presso gli aficionados del tycoon, ma anche all’interno dello stesso elettorato democratico. Sempre a Luglio, Ashley Parker e Matt Viser avevano scritto, sulle colonne del Washington Post:

«Nella visione di molti democratici sconvolti, il Paese sta affrontando una piena crisi su più fronti, e Biden sembra incapace o restio a rispondere in maniera appropriata»

Il Presidente, dunque, non troverebbe conforto nemmeno fra i suoi compagni di partito, che gli rimproverano la mancanza di mordente nelle battaglie decisive. Sulle armi, ad esempio, Biden è apparso fin troppo cauto a diversi commentatori, mentre persino un quotidiano decisamente filo-democratico come Bloomberg ammette che sul fronte dell’immigrazione sembra mancare soprattutto l’impegno. Ma le esigenze dei suoi commilitoni più radicali non sembrano in grado, almeno per il momento, di far saltare il tavolo; il vero banco di prova per Biden è e continua ad essere il confronto con la polveriera del Vecchio Continente. Il Presidente americano aveva messo in chiaro, sin dalle prime battute del conflitto, che l’America non avrebbe fatto un passo indietro in Ucraina, anzi. Il vigore con cui Biden ha condannato di fronte al mondo e alla stampa l’Operazione Speciale russa, insistendo ad usare termini ben poco fraintendibili come “criminale” e “genocidio”, è stato per certi versi tanto veemente da essere inaspettato. D’altra parte alle aspre condanne ha fatto seguito l’azione, con supporti logistici e militari mai lesinati nei confronti di Kiev e con la firma a Settembre 2021 dello Strategic Defense Framework. L’impegno di Biden nella guerra in Ucraina può essere vissuto come il naturale coronamento dell’inimicizia tra i dem americani e la Russia e per questo il fronte blu è sufficientemente compatto intorno al presidente in questa impresa, al netto di qualche voce critica, come quella di Noam Chomsky:

«È interessante notare la reazione a tutto questo da parte della parte più civilizzata del mondo, il Sud globale. Guardano l’invasione, la condannano, dicono che è un crimine orribile. Ma la risposta è: “Cosa c’è di nuovo? Perché tutto questo sconcerto?” Siamo stati soggetti a questi comportamenti dall’alba dei tempi, Biden dà del criminale di guerra a Putin; certo, solo uno può riconoscerne un altro»

Ma l’immagine di Biden è legata anche al dibattito sull’Inflation Reduction Act, firmato ad Agosto dopo diverse ridiscussioni e che entrerà in vigore a partire dal primo Gennaio, i cui possibili effetti sono ancora in fase di attento studio, specialmente da parte dei partner internazionali. Il documento proposto dal deputato Chuck Schumer promette non solo di dare una svolta alla creazione e alla diffusione del rinnovabile in ambito energetico, con investimenti mirati e importanti sgravi fiscali verso le aziende e un sistema di bonus per l’implementazione di sistemi rinnovabili nelle case, ma anche di dare una decisa virata verso l’indipendenza energetica degli Stati Uniti. Già il primo Dicembre Macron aveva messo Biden a conoscenza delle perplessità che, in ambito europeo, il provvedimento aveva generato. Il fatto è che gli sgravi e i bonus sono erogati solo in caso l’azienda soddisfi determinati prerequisiti: per quanto riguarda l’acquisto di veicoli elettrici, ad esempio, il cospicuo incentivo-quantificato in circa 7500 dollari su un veicolo nuovo – viene erogato solo se l’automobile è stata assemblata in Nord-America, mentre dal 2026 sarà accordato solo per quelle vetture composte almeno all’80% da materiale di estrazione Nordamericana.

Gli Stati membri dell’Unione, di fronte a una tale possibilità, si dicono preoccupati per un eccessivo sbilanciamento del mercato, con le aziende europee che sarebbero spinte fatalmente, dalla convenienza del panorama fiscale, a trasferire in America gran parte della propria filiera produttiva. Una prospettiva che non spaventa solo l’Unione Europea, ma anche gli Stati asiatici amici di Washington (Giappone, Corea del Sud). Le perplessità degli alleati possono essere tranquillamente assorbite dal Presidente americano. Considerato il ruolo di primo piano che ha assunto in risposta alla crisi ucraina e forte del consenso quasi unificato nei media, Biden si siederà a capotavola qualunque sia l’esito della situazione Russo-Ucraina, pronto a discettare i suoi alleati sulla sua agenda politica.

La mancata “marea rossa” alle elezioni dei midterm, che può aver messo un freno definitivo alle ambizioni di Donald Trump per un secondo mandato, suona come una forte legittimazione dell’operato di Biden anche da parte degli elettori americani i quali, nonostante abbiano a più riprese dimostrato diverse criticità nei suoi confronti, non possono fare a meno di notare la pervicacia con cui persegue la sua ben precisa direzione. E, fermo restando il necessario appoggio dei suoi compagni di partito e dei media, Biden ha tutte le carte in regola per portare l’America dove prevedeva di portarla nel 2024. Con tutto ciò che ne consegue. 

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