A conclusione dell’ennesima Caporetto elettorale italiana, con un’affluenza ben al di sotto del quorum, emerge come ciò non sia il risultato della bontà dei quesiti referendari proposti. Certamente sussistevano dei possibili nodi da risolvere, espressione della personalissima formazione, delle idee e del bagaglio esperienziale dei singoli elettori. A pesare in verità per la maggiore è un paradosso di base, che è insito nell’applicazione stessa della democrazia. Da qualche decennio la democrazia vorrebbe gli individui naturalmente propensi al bene comune se inseriti in un sistema democratico. Oppure, se ciò non avviene, suddetti individui dovrebbero essere educati alla cittadinanza e al votare bene, perché altrimenti tacciati di non essere semplicemente parte della comunità dunque meritevoli di esserne esclusi. Purtroppo ogni sistema ideale ha una sua esistenza reale, che resta umana e dunque imperfetta.
Nessun sistema, per quanto predisposto con le migliori e più nobili intenzioni, costruito spesso con piena convinzione e con immani sacrifici, è esente da un biologico e naturale logoramento. Non è una novità che il tasso di astensionismo elettorale in Italia oscilli ormai da anni quasi costantemente tra il 30 e talvolta persino il 50% degli aventi diritto. A prescindere dal voto in sé, tra referendum, elezione regionale, europea o nazionale, spesso persino alle comunali.
Il succo non cambia. Il dubbio resta irrisolto. Il coro di chi grida (giustamente) indignato all’ignavia del popolo come espressione di un degrado sempre più evidente del nostro tessuto civile, si perderà sempre nel vuoto. Ancora una volta il dibattito risale dall’imprevedibile natura delle tematiche e dei programmi realizzabili (dunque escludendo le vaghe promesse che rendono la campagna elettorale media poco più dignitosa di una pubblicità commerciale) fino ai massimi sistemi. Si abbandona il campo di battaglia concreto per imbracciare il fucile manicheista della suddivisione tra noi e loro. Divisione nella quale non può esserci contatto, né comprensione reciproca. La democrazia, che auspicherebbe anche il dialogo, si tramuta in semplice allargamento della propria cerchia. In opinioni trasformate in Verità Rivelata.
Tralascia che quella stessa parte di paese che rifiuta il voto, non lo fa né per assecondare le giullaresche uscite del governo, né per fare un torto alla “sinistra” intesa come eterogenea costellazione di opinioni unite solamente dal comune nemico. Maggioranza e opposizione, in un’Italia la cui vera, sola e unica espressione maggioritaria del sentire popolare restano proprio i vituperati astensionisti. Che piaccia oppure no.
Perché l’Italia in maggioranza ha smesso di scegliere da anni. Vuole solo essere lasciata in pace e spesso in panciolle, accettando anche di subire in silenzio. E se è vero, come ci hanno insegnato, che l’individuo è sacro, autonomo, responsabile delle proprie azioni e di quelle dei propri consimili, non è scritto da nessuna parte che queste ultime debbano ispirarsi ai più nobili intenti. Né che un’azione sia sempre preferibile, per convenienza, a una non-azione.
Non serve a nulla, allora, andare a caccia degli astensionisti dimenticandosi che questi esistono a prescindere dalla proposta, dal dibattito, dai contendenti o dai risultati attesi.
Qualsiasi referendum, anche tra quelli in grado di toccare direttamente la vita dei cittadini, conoscerà sempre degli astenuti.
Non serve a nulla neppure credere che chi non agisce come noi per tale ragione non stia facendo nulla o, peggio ancora, non pensi a nulla. Lo stato pietoso del nostro dibattito politico, l’incapacità di proporre un progetto di paese coerente e lungimirante, è lo specchio di un disancoramento tra classe dirigente e popolazione, che prescinde qualsiasi colore partitico. Se però a questo si aggiunge la possibilità di ottenere per il proprio schieramento referendario lo stesso risultato, con maggiori probabilità di successo, semplicemente disertando le urne, allora la questione esce dalle (nobilissime) discussioni sul “sale della democrazia” e “sul dovere civico del voto”, per trovare (forse) la sua unica possibilità di interventi strutturali. Che non possono essere democratici.
Rinunciando a convincere, in qualsiasi veste sussista, l’astensionista per scelta, e smettendo anche (sforzo immane) di ritenerlo un nemico pubblico, un corpo estraneo alla bontà altrimenti assoluta dell’apparato democratico italiano, ma rivolgendo gli sforzi alla concretezza, le soluzioni passerebbero da quello che nell’accentuata polarizzazione politica italiana resta una chimera.
Parlare (come in questo caso) di lavoro, di contratti, di assunzioni e di cittadinanza dovrebbe essere più importante che discutere di quanto sia meglio votare piuttosto che non farlo. Scegliere il proprio campo referendario per un’adesione sincera alle tematiche proposte dovrebbe contare di più che annaspare alla ricerca di chi ha voluto i referendum e perché, di chi si oppone e perché, riducendo tutto a un voto contro il governo, contro le opposizioni e contro chiunque non piaccia. Votare (o non votare) perché il nemico – non l’avversario – ha scelto diversamente vuol dire uscire dai binari dei temi proposti, per entrare in un dibattito politico sterile. Lo stesso che accompagna all’incirca qualunque altra tematica di questo paese, anche la più importante. Il tutto mentre la struttura resta identica, sommersa dalle parole e dallo spettacolo della politica e delle piattaforme sociali, che sono all’incirca la stessa cosa. Anche auspicare che le cose tornino come un tempo, che la fiducia nell’apparato democratico (mai assoluta) faccia risplendere il Sol dell’Avvenire della Repubblica Italiana, scomodando referendum storici, finanche quello tra monarchia e repubblica, non risolve il problema. Semmai, accentua la spaccatura tra chi si ritiene cittadinanza responsabile e i non responsabili, o presunti tali.

Per giustificare la propria esistenza, un sistema politico deve perpetuare semmai la propria legittimità, il che talvolta contravviene alle proprie stesse premesse
La democrazia non fa eccezione. Pensata per la partecipazione popolare, vede quest’ultima diventare paradossalmente un limite e un ostacolo alla sua sopravvivenza. Se il voto referendario, creato per essere forse la massima espressione della volontà cittadina, comunque si intenda quest’ultimo concetto, può essere scavalcato tatticamente mediante astensione, la soluzione resta certificare un dato di fatto e assecondarlo. Certificare, cioè, che anche la democrazia fuori da qualsiasi parola di circostanza e appello di comodo agli italiani, è un sistema non soltanto precario e per nulla definitivo, ma che in fin dei conti, come una religione civile, si riduce a un discorso tra adepti, agnostici e atei.
Allora, è pacifico che privando il numero dei votanti della propria effettiva capacità di incidere su un risultato elettorale, si potrebbe rivitalizzare lo stesso dibattito politico.
Si uscirebbe così dal terreno scivoloso dell’astensionismo tattico per entrare in una reale contrapposizione, ad armi pari, tra fedeli democratici, resi incapaci di fare a patti con gli atei pur di sconfiggere l’avversario.
Guardando così, finalmente, alle tematiche e non alla vittoria della propria parte o alla sconfitta del rivale politico di turno. Tradotto: per non lamentarci dell’astensionismo dovremmo forse cominciare con l’abolire il vincolo del quorum, anche nei referendum abrogativi, per restituire dignità agli stessi e alle tematiche proposte, uscendo dall’ipocrisia della democrazia ideale per entrare nel campo della realtà. E riconoscendo in tal modo anche la giusta dignità a chi di questa stessa democrazia, in qualunque forma si presenti, non vuole neanche sentirne parlare, né vuole essere confuso con chi sfrutta l’astensionismo solo per i propri interessi.
Sono tanti i sinceri democratici che delineano da tempo limitazioni al diritto di voto, tra test attitudinali e patenti di consapevolezza, attaccando chi è ritenuto semplicemente inetto a votare con razionalità (come se gli esseri umani fossero solo razionali). Fallito il tentativo di educare, un sistema istituzionale reagisce per non soccombere alle insanabili contraddizioni tra la bella teoria e la sporca prassi politica. Trasformandosi però così in una delle proprie nemesi, tutte ugualmente temibili. Fu Tocqueville per primo a delineare il paradosso, sempre più valido, della democrazia odierna, nel suo celebre “La democrazia in America”:
«È effettivamente difficile comprendere come mai degli uomini, che hanno interamente rinunciato all’abitudine di dirigere se stessi, potrebbero riuscire a scegliere bene quelli che li dovrebbero guidare; non si può mai sperare, quindi, che un governo liberale, energico e saggio possa uscire dai suffragi di un popolo di servi. Una costituzione repubblicana nella testa e ultramonarchica in tutte le altre parti mi è sempre sembrata un mostro effimero: i vizi dei governanti e l’imbecillità dei governati la porterebbero presto alla rovina, mentre il popolo, stanco dei suoi rappresentanti e di se stesso, creerà istituzioni più libere o ritornerà a subire un solo padrone.»