La scena è sempre la stessa: in un grande hotel anonimo di Monaco, all’annuale Conferenza sulla Sicurezza, l’Europa si siede in platea e aspetta che qualcuno da Washington le dica chi è. Quest’anno è arrivato un senatore della Florida, l’anno scorso un vicepresidente dell’Ohio. Eppure, cambiando l’accento la sostanza permane, entrambi hanno detto più o meno la stessa cosa: gli europei devono arrangiarsi. Uno l’ha urlato con fare polemico, l’altro l’ha avvolto in un omaggio alla “comune eredità occidentale”. A distanza di un anno, i fischi sono divenuti applausi, e nessuno ha davvero colto cosa è cambiato: nulla.
Per gli Stati Uniti è una questione di priorità: prima il proprio emisfero, poi l’Asia, poi, molto dopo, il vecchio giardino europeo. Fin qui la questione è arcinota. Quello che interessa davvero è ciò che viene dopo. Se il custode del palazzo non fa più il giro di notte sul nostro pianerottolo, che cosa abbiamo in mano noi, oltre alla nostalgia? La domanda vera è: esiste una leva europea?
La narrazione dominante è consolatoria: siamo vittime di una “parentesi” americana, un ciclo politico malato che prima o poi finirà. La strategia europea è quella dell’attendismo: basta resistere e cercare di cambiare il meno possibile, basterà aspettare il prossimo presidente “ragionevole”, magari un democratico, e si tornerà all’ordine naturale delle cose. L’Europa rimpiange la stagione appena conclusa e spera di restaurarla: un continente ricco, disarmato, moralmente elevato, protetto dal gigante d’oltreoceano armato fino ai denti.
La narrativa del brutto sogno, della “parentesi Trump” alla fine della quale ci attende la NATO degli anni Novanta è perfetta perché non chiede cambiamenti strutturali. Chiede tre anni di resistenza passiva affrontati con la stessa logica con cui si affronta una crisi interna: aspettando il prossimo fronte di alta pressione. Nel frattempo il continente aumenta la spesa militare, puntando stabilmente al 2% del PIL. Ma l’ossessione per il numero non pone l’interrogativo fondamentale: chi decide cosa compriamo, come lo produciamo, con quali tempi, con quale comando politico? La questione del riarmo, nella sua massima concretezza, incontra il suo limite nel fatto che una secca ipertrofia militare, senza una interoperabilità profonda, satura i limiti e le contraddizioni già presenti sul panorama europeo: dieci modelli di carro armato, flotte a mosaico, munizioni dalla compatibilità limitata. Le altre potenze comprano all’ingrosso, i paesi europei all’artigianale.

Un limite effettivo dei discorsi europei sulla “sovranità” è un certo feticismo nell’esercitarla solo nella dimensione in cui è più inefficiente. Difendere fino all’ultimo bullone l’autonomia delle proprie industrie da quelle dei paesi limitrofi, per poi dipendere nel resto della catena da fornitori lontani, infrastrutture digitali extracontinentali e da rotte commerciali che non controlliamo.
Il continente europeo, sul fronte interno, ha reagito alla sua impotenza rifugiandosi nelle sue ossessioni morali. Il famigerato “culto del clima” con cui gli Stati Uniti hanno mosso la loro critica è un sintomo di una malattia più ampia e tutta europea: trasformare le questioni materiali in un dogma religioso a discapito del proprio interesse. L’Europa ha trasformato la transizione energetica in un processo di autoflagellazione industriale con cui chiudere le proprie filiere produttive senza preoccuparsi troppo delle catene di dipendenza che si creano altrove, delle materie prime che non si controllano. Dietro le pulsioni morali c’è il rifiuto di guardare il nucleo duro della questione: l’Europa soffre di una fragilità economica e militare causata dall’aver preferito esternalizzare la violenza, la produzione “sporca” e la difesa in cambio di una relativa tranquillità normativa. Esternalizzazioni che, da due conferenze della sicurezza a questa parte, collassano una dopo l’altra.
Il problema non è che l’America si sposti altrove; è che noi non sappiamo ancora quali leve abbiamo, e quali siamo disposti a usare. Continuiamo a raccontarci come un museo da proteggere, mai come un’officina in potenziale che può ancora progettare qualcosa. Eppure, le leve europee esistono: sono deformi, incomplete e spesso ignorate o dileggiate da chi le possiede. Una di queste – forse la più sottovalutata sul piano internazionale – è una cosa estremamente banale e controversa: la valuta con cui paghiamo il pane.
L’Europa ha una forza che raramente si nomina come tale: è un grande spazio economico organizzato attorno a una moneta comune. Se depuriamo l’euro dalla retorica tecnocratica e dai dibattiti ideologici, restano alcuni dati molto concreti: ha eliminato il piccolo teatro permanente delle svalutazioni competitive interne, che trasformava ogni crisi in bellum omnium contra omnes; ha offerto a economie fragili una protezione imperfetta, ma reale, contro attacchi speculativi e crisi di fiducia che prima sarebbero state perfette leve per influenzarne la direzione; è diventato, silenziosamente, una delle principali valute di riserva e di fatturazione al mondo: molti attori extraeuropei lo usano per diversificarsi dal dollaro, non certamente per “europeismo”, si tratta di calcolo del rischio, ma ciò non di meno esiste anche questo.
La leva europea, storicamente, non è mai stata un interesse attivamente perseguito dagli europei, ma sempre una possibilità con cui altre potenze hanno tentato di sobillare questi contro i propri alleati transatlantici. Si pensi al famigerato aneddoto del “petroeuro” iraqeno voluto da Saddam Hussein.
Dunque, non sorprende che le opportunità implicite dell’euro, sine ira et studio, siano molteplici: potrebbe sostenere un vero titolo sicuro europeo se accompagnato da emissioni comuni di debito, dando al continente una leva di potere simile a quella del Tesoro USA; diventare la moneta di riferimento per interi segmenti del Sud globale che non vogliono rimanere intrappolati nel duopolio dollaro/yuan, aprendo spazi politici nuovi. Molte di queste possibilità restano in potenza, eppure a tenerle nel limbo è molto più una crisi della volontà che non della possibilità.
La cosa più onesta che si possa dire oggi è che non sappiamo se il continente riuscirà a fare quel salto. Non per “pessimismo” ma per un semplice calcolo di inerzie. Ogni giorno che passa senza una decisione irreversibile rende più costoso e improbabile quel passaggio. Ogni fabbrica non riattivata oggi è un pezzo di autonomia che l’Europa non potrà improvvisare domani. Nelle conversazioni ufficiali continueremo a sentire parole come “finestra di opportunità”, “momento storico”, “svolta”. Ma senza uno shock definitivo, è altamente improbabile che una volontà di potenza germogli autonomamente in seno alle classi dirigenti continentali.
La crisi transatlantica è, più che un problema militare, un gigantesco esperimento antropologico: vedere se una civiltà che ha costruito la sua stessa identità sull’idea di “fine della storia” è ancora capace di immaginare il conflitto. Nel frattempo, gli aerei sono decollati, le conferenze sono finite e Monaco è tornata silenziosa.