OGGETTO: Il segreto dell'arsenale
DATA: 28 Marzo 2026
SEZIONE: Recensioni
FORMATO: Letture
AREA: Italia
In "Venetians" (Sonzogno, 2026), Luca Josi e Allegra Scattaglia ricostruiscono una Serenissima priva di cartoline romantiche: crocevia burocratico e spietato dove la supremazia tecnica vale quanto la guerra per le informazioni, e dove il silenzio della Storia copre le urla nelle segrete di Palazzo Ducale. Un romanzo manzoniano nell'ambizione: parlare del presente attraverso il passato, senza mai tradire nessuno dei due.
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“A Marcantonio e agli smarriti della Storia”. Il racconto si apre così, con una dedica che funge da dichiarazione d’intenti e da manifesto programmatico. Venetians, il romanzo di Luca Josi e Alllegra Scattaglia edito da Sonzogno, in questa dedica inserisce la chiave di volta per decrittare un romanzo che cala il lettore direttamente nelle dinamiche e nei linguaggi del potere. Nell’opera vi è un tratto profondamente manzoniano: come l’autore de I Promessi Sposi utilizzò il Seicento lombardo sotto dominazione spagnola per parlare dei mali endemici dell’Italia a lui contemporanea, così Venetians utilizza la Repubblica di Venezia della prima metà del Cinquecento per allestire un teatro in cui rappresentare i tratti più sotterranei del nostro presente.

La Serenissima che emerge da queste pagine non ha nulla della cartolina romantica e caricaturale, del pittoresco carnevalesco a cui un certo stereotipo ci ha assuefatti. È, al contrario, un crocevia burocratico e spietato in cui le ansie del Rinascimento mimano le psicosi della contemporaneità.

Il primo, evidente punto d’intrigo del racconto risiede tutto in quel sottotitolo, quel “segreto dell’Arsenale”. Si tratta della nevrosi securitaria e la conseguente corsa agli armamenti di una Repubblica commerciale circondata da nemici: l’Impero asburgico, la Francia e il Papato. La sopravvivenza di Venezia non è garantita dalla diplomazia ma dalla supremazia tecnica e tecnologica. L’Arsenale di Venezia, spazio chiave della narrazione, viene descritto come un ecosistema impenetrabile, rigidamente sorvegliato in cui la tecnica militare cerca segretamente di partorire l’arma risolutiva. I personaggi che ruotano attorno all’Arsenale mimano in un contesto rinascimentale tutte le dinamiche del segreto e dello spionaggio industriale. È la logica della Guerra Fredda traslata in epoca cinquecentesca, con il progresso scientifico asservito alla logica della deterrenza. 

Tuttavia, il focus non è solo la supremazia tecnica. Venetians porta il lettore nei corridoi dei palazzi a tastare il potere dell’informazione e la sua capacità di sovvertire gli equilibri. Sapere prima, sapere di più e soprattutto sapere ciò che gli altri vogliono nascondere: questo è il meccanismo che alimenta lo scontro tra i patrizi veneziani e gli ambasciatori stranieri. Il romanzo pullula di reti di spionaggio, informatori, agenti sotto copertura e codici cifrati. L’informazione, però, trova la sua forma più sofisticata nella macchina del fango e della paura. Quando la lotta per l’elezione di un nuovo Doge o per il predominio di una fazione si fa serrata, gli avversari vengono distrutti moralmente, prima che fisicamente. Le “Bocche di Leone”, la creazione di capri espiatori, la paura che diviene lo strumento con cui le élite giustificano misure eccezionali, torture e interrogatori di Stato.

Roma, Febbraio 2026. XXXII Martedì di Dissipatio

Il protagonista, Marcantonio Bragadin, fuggiasco nella storia che discende negli inferi della Serenissima, non è il solo personaggio degno di interesse. Più che i singoli personaggi, vi è un leitmotiv che alimenta il racconto e che lascia il segno tra le pagine: la ricerca e la perdita del controllo. I protagonisti della scena politica si muovono sulla scacchiera convinti di essere i giocatori, ma il romanzo svela progressivamente l’illusione di cui sono vittime. Credono di governare gli eventi stringendo patti scellerati, corrompendo o ricattando, ma si accorgono presto di essere a loro volta pedine di un disegno più vasto e indecifrabile. La burocrazia veneziana è permeata dietro la sua facciata di rispettabilità da forze non elette e non rendicontabili la cui natura si fa progressivamente più misteriosa e misterica.

È proprio “misterica” la parola che alimenta e prelude ad uno degli elementi più oscuri del romanzo: l’occulto come strumento di potere. Gli autori non scivolano mai nel fantasy o nell’esoterismo di maniera. Nel loro universo, l’occulto e le società segrete non rappresentano l’irruzione del sovrannaturale ma un linguaggio di solidarizzazione del potere ctonio veneziano. Il simbolismo, privato della sua patina magica rimane fondamentalmente esoterico e politico: per pochi e umano, terribilmente umano. Anche Venezia ha il suo “deep state” fatto di interessi trasversali, alleanze inconfessabili e cinismo assoluto, in cui gli individui diventano strumenti sacrificali per il mantenimento di un equilibrio superiore.

Chi sono gli “smarriti” della storia? Sono gli occhi invisibili, i nomi innominabili, gli uomini imperscrutabili che si trovano dietro ogni grande nome o evento dei sussidiari. Sono le figure troppo potenti per non influire e troppo poco per essere ricordate. Il protagonista, strappato all’innocenza dei suoi studi e gettato nell’arena, è costretto a una drammatica educazione siberiana. La sua parabola è quella dell’individuo che cerca di mantenere una bussola morale all’interno di un sistema cinico e strutturalmente corrotto, scontrandosi con la rivelazione devastante che i nemici peggiori non siedono necessariamente oltre i confini della Repubblica. Alla fine, quando la tempesta politica si abbatte su Venezia, ciò che resta è il silenzio della Storia. La grande narrazione ufficiale verrà iscritta nei registri della Serenissima e studiata nei secoli a venire, sarà un trionfo di pragmatismo statale. Ricorderà la tenuta delle istituzioni, l’inviolabilità dei confini, la saggezza del Maggior Consiglio. Ma sarà una storia monca, costruita sull’omissione. Il silenzio della Storia coprirà le urla nelle segrete di Palazzo Ducale, le vite delle spie sacrificate nei casolari di campagna, le identità tradite e le giovinezze distrutte sull’altare della ragion di Stato. E con Marcantonio Bragadin, Venetians ci lascia a contemplare il destino degli invisibili che la macro-storia ha masticato e sputato, ricordandoci che dietro ogni grande trionfo geopolitico, di ieri come di oggi, c’è un cimitero imperscrutabile.

La vera cifra di un romanzo storico risiede nella sua capacità di compiere un miracolo di simultaneità temporale: parlare di due epoche diverse nello stesso istante senza mai disorientare chi legge. Il trionfo del genere si realizza quando l’autore riesce a calare il lettore nelle atmosfere di un passato minuziosamente ricostruito, senza mai svelargli apertamente che, in realtà, lo sta facendo camminare sulle inquietudini del proprio presente. In tutto ciò, Venetians riesce alla perfezione. L’opera restituisce un’immagine della Serenissima capace di solleticare tutte le suggestioni di chi è alla ricerca dei classici intrighi delle società patrizie rinascimentali e degli elementi più cupi della congiura di palazzo; al contempo, però, accompagna il lettore attraverso una disamina di macrotemi che sono le colonne portanti della contemporaneità. Così, tra la laguna nebbiosa e i corridoi di Palazzo Ducale, prendono forma le logiche del potere dell’informazione, la corsa alle armi, la scienza al servizio del potere, dell’occulto e del suo potere sociologico. La gondola di Venetians, ci traghetta infine verso una riflessione amara su ciò che sopravvive e ciò che viene deliberatamente cancellato: quel silenzio della Storia che, ieri come oggi, seppellisce gli smarriti e i vinti sotto il peso rassicurante della narrazione ufficiale.

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