La fine di Nemesio Oseguera Cervantes, universalmente noto come “El Mencho” risponde ad una grammatica precisa, quella della Realpolitik nordamericana. Le forze di sicurezza messicane, facendo irruzione nel suo rifugio montano a Tapalpa, a sud di Gadalajara, hanno decapitato il Cartello di Jalisco Nuova Generazione (CJNG) per salvaguardare le relazioni bilaterali con gli Stati Uniti, più che la sovranità dello Stato messicano stesso. La morte di El Mencho chiude la parabola di uno degli uomini più violenti del pianeta, ma apre uno squarcio ben più inquietante sull’architettura dei rapporti di forza che legano il Messico al suo ingombrante vicino del nord.
L’eliminazione di El Mencho è, a tutti gli effetti, la risposta più muscolare che l’amministrazione di Claudia Sheinbaum potesse confezionare per placare le pressioni di Washington. Non è un segreto che l’intelligence statunitense abbia fornito le coordinate, i mezzi e la “cooperazione complementare” necessaria – come confermato quasi con noncuranza dalla Casa Bianca – trasformando la Guardia Nazionale messicana nel braccio esecutivo di una volontà politica che risiede oltre il Rio Grande.
La reazione alla caduta del capo non si è fatta attendere, manifestandosi attraverso quella grammatica del terrore nota come narcobloqueos. Per ore, il Messico ha assistito alla riaffermazione violenta di un potere territoriale che lo Stato centrale finge di ignorare: il Cartel ha risposto incendiando veicoli, paralizzando arterie stradali e seminando scientificamente il panico tra la popolazione, riversandosi anche e soprattutto sulle zone franche di quella fragile coesistenza tra Stato de jure e autorità non statali che amministrano de facto il paese fuori dalla capitale. Il CJNG, nella sua reazione efficace ed efficiente, paventando i propri arsenali paramilitari, rompe lo stereotipo del narcotraffico come accozzaglia di banditi. Il Cartel si presenta come una multinazionale iper-violenta dotata del suo esercito privato, che gestisce l’export di cocaina e fentanyl con la stessa logistica con cui le grandi corporazioni muovono le merci. Il potere dei narcocartelli non esiste in un vuoto istituzionale, né si contrappone semplicemente allo Stato. Con una grammatica non aliena al mondo delle mafie, lo penetra, lo corrompe e, in molte aree, lo sostituisce. Le recenti indagini che hanno portato all’arresto del sindaco di Tequila, accusato di estorcere denaro ai produttori locali di distillati per conto del CJNG, o le ombre che si allungano sull’ex ministro dell’Interno López – citato nei documenti dell’intelligence militare per aver presumibilmente ceduto il controllo della polizia statale a comandanti legati ai criminali – completano il quadro e restituiscono un’immagine impossibile da fraintendere. Il narcotraffico in Messico non è un corpo esterno alla politica ma un vero e proprio ufficio ombra, una ineludibile colonna portante del sistema.
In questo contesto ostico, la presidenza di Claudia Sheinbaum è stretta in una morsa mortale tra le esigenze di politica interna e il vassallaggio economico verso gli Stati Uniti. Con oltre l’80% delle esportazioni messicane dirette verso i mercati statunitensi, l’economia del Paese è strutturalmente esposta ai venti politici di Washington. La revisione del trattato commerciale USMCA, prevista per luglio, è la vera prova del fuoco che attende la stabilità di Città del Messico. A Donald Trump non interessano le sfumature della politica interna messicana, né la stabilità sociale dei suoi stati del sud: il presidente americano è interessato a bloccare il flusso di fentanyl ed esibire scalpi. Le minacce di interventi militari unilaterali a sud del confine hanno accelerato l’operazione di Tapalpa. Di fronte a questa pressione, Sheinbaum è intrappolata in una strategia di equilibrismo cinico a danno della propria credibilità politica. Da un lato, continua a somministrare all’elettorato interno il placebo del nazionalismo, ripetendo formule inconsistenti come “il Messico non è una colonia”. Dall’altro, accondiscende silenziosamente a ogni richiesta nordamericana. Ha autorizzato l’espansione della sorveglianza dei droni statunitensi sullo spazio aereo sovrano, ha accelerato l’estradizione di quasi cento figure di spicco dei cartelli verso le prigioni americane e, soprattutto, ha seppellito senza troppi scrupoli l’utopica dottrina del suo predecessore che pretendeva di disinnescare la violenza affrontando le radici della povertà.

La realtà ha imposto un ritorno alla forza efficace che la presidenza Sheinbaum ha messo in atto per tentare di gestire Trump, assecondando la sua fame di risultati tangibili e muscolari, come unico mezzo di conservare un margine di manovra interno. La testa di El Mencho è stata offerta su un piatto d’argento per oliare gli ingranaggi dell’USMCA e allontanare lo spettro dei dazi.
Tuttavia, l’uccisione del boss non risolve i problemi strutturali dello Stato messicano. Per Sheinbaum, orchestrare raid spettacolari contro i vertici militari dei cartelli è politicamente molto più digeribile che avviare una vera e propria epurazione della classe politica collusa. Come dimostrato dalla risposta sanguinolenta e metodicamente organizzata del CJNG, i cartelli hanno gli anticorpi per sopravvivere alla morte dei propri capi molto più di quanto le autocrazie non ne abbiano per reggere la perdita dei propri presidenti. Un capo narco può essere sostituito, colpire i capi dei cartelli è politicamente sopportabile per qualsiasi governo messicano: crea consenso interno, non disturba eccessivamente le reti di potere politica, e soddisfa la richiesta americana di azioni visibili. Ben diverso è colpire i politici corrotti, i funzionari pubblici e i militari che hanno intessuto con i cartelli rapporti di collusione e protezione. Quella rete di complicità attraversa tutti gli apparati pubblici e partitici ed è, in molti stati messicani, il sistema stesso.
Washington chiede azioni più pervasive, non si accontenta più dei simboli. L’amministrazione statunitense vuole un repulisti che incida in profondità, recidendo i legami tra criminalità e politica. Ma quanto a lungo potrà la presidenza messicana resistere a questa richiesta? Se Sheinbaum dovesse cedere alle pressioni americane e iniziare a processare la sua stessa classe dirigente, rischierebbe un collasso istituzionale senza precedenti, facendo sfumare definitivamente i confini delle lealtà nel fragile Stato messicano. Questa eventualità è scongiurata soltanto dalla volontà degli Stati Uniti di continuare a distinguere i due livelli del problema. Finora l’approccio americano è stato pragmatico: prendere ciò che viene offerto aumentando gradualmente la pressione, senza destabilizzare un governo che, per quanto accomodante, rimane un interlocutore governabile.
La morte di Nemesio Oseguera Cervantes non apre una nuova pagina nella lotta al narcotraffico, ma è un tentativo di rimanere sul vecchio paradigma: offrire teste di cartello per non offrire teste politiche. Il Messico continuerà a fornire agli Stati Uniti i cattivi da esibire nei notiziari serali, sacrificando pedine e re pur di proteggere la scacchiera invisibile su cui si muovono le vere leve del potere. La sovranità messicana, oggi, esiste solo nella libertà di scegliere chi sacrificare per placare l’impero.
La struttura di potere che ha reso possibile l’ascesa di El Mencho rimane intatta, non si smantella con un elicottero e una squadra di incursori. Si smantella, forse, con qualcosa che nessuna pressione esterna può imporre: una volontà politica interna che decida di fare sul serio con il proprio stato, piuttosto che con i propri capos. Per ora, quella volontà non si vede. Ciò che si vede è la gestione intelligente di un’assenza. Ed è, in qualche modo, la storia di molta parte del mondo contemporaneo.