Misticismo di Stato

L'idea di "Pentabase", elaborata da alcuni Professori universitari vicini al Cremlino, teorizza i valori dello Stato russo di oggi e quelli di domani. Dall'occupazione del potere al cambio delle mentalità.
L'idea di "Pentabase", elaborata da alcuni Professori universitari vicini al Cremlino, teorizza i valori dello Stato russo di oggi e quelli di domani. Dall'occupazione del potere al cambio delle mentalità.

Il 30 ottobre a Soči il Vice Capo di Gabinetto dell’Amministrazione Presidenziale della Federazione Russa Sergej Kirienko ha presentato le idee principali del progetto “Il DNA della Russia: la visione del mondo e i valori del nostro Paese”. L’idea di questo progetto viene dal Cremlino e prende spunto da un articolo scritto tra gli altri dal capo dell’amministrazione del Presidente della Federazione Russa per l’attività del Consiglio di Stato A. Charičev e dai professori universitari Šutov A. (decano della facoltà di politologia dell’Università Statale di Mosca) e A. Polosin (direttore del dipartimento per gli affari regionali di Rosatom e professore alla Scuola superiore di economia). Questo progetto non ha solo la finalità teorico-concettuale di creare “un assioma riconosciuto da tutti”, ma anche quella pratica di istituire un corso universitario obbligatorio per gli studenti di tutte le facoltà dedicato alle “basi e ai principi della statualità russa” il cui programma didattico dovrebbe essere già pronto a fine Febbraio-Marzo del 2023. 

Questo nonostante il Tredicesimo Articolo della Costituzione della Federazione Russa vieti ogni forma di ideologia di Stato. Che cos’è quindi “un assioma riconosciuto da tutti”? Stando alla teoria elaborata nell’articolo menzionato, il punto di partenza della riflessione è costituito da alcune delle caratteristiche essenziali e distintive del senso comune della popolazione russa (“l’azione per l’altro”) che dopo essere state sviluppate, ampliate e rese coerenti dal lavoro di alcuni intellettuali, non delineano un’ideologia, ma una descrizione di ciò che accomuna tutti i “rossijane” e caratterizza il sentimento che li lega al proprio Paese. In realtà questa è una delle tante iniziative culturali tipiche non solo per la politica del Cremlino, ma anche per quella dei principali paesi ex sovietici e indicative della crisi del liberalismo politico a cui è seguito il ritorno alla centralità dell’identità nazionale e alla legittimità delle pretese dello Stato in materie di questo tipo. Tali iniziative politiche comunque pongono importanti quesiti. Parlare di una natura o un’essenza comune a tutti i rappresentanti di un popolo è necessariamente ideologico? Il fatto che lo Stato se ne occupi direttamente e giunga a conclusioni importanti per la gestione del rapporto Stato-cittadini corrisponde necessariamente alla costruzione di una teoria-instrumentum regni? L’assenza di conclusioni definitive è un argomento sufficiente per rintuzzare chi sostiene trattarsi a tutti gli effetti di una nuova ideologia? Infine, il fatto che questa teoria andrà a costituire materia di insegnamento per un solo esame universitario e non per l’intero sistema scolastico-universitario russo in che termini ci legittima a parlare di questo progetto? 

Andrej Polosin ha spiegato quali sono le concezioni alla base dei processi di previsione del futuro del Paese, della peculiarità dell’impostazione del progetto e del modello concettuale che viene sviluppato alla fine, cioè l’idea di “Pentabase” (Pentabazis). Essa non include solo una specifica interpretazione della storia russa, ma anche una cernita degli scenari più probabili del futuro economico-sociale del Paese. Polosin definisce le cinque “categorie-funzioni” della “pentabase”: la persona, la famiglia, la società, lo Stato (inteso come “famiglia della famiglie”) e il Paese. Ognuna di queste funzioni incarna dei valori particolari, dal livello minore a quello maggiore: la “creazione” (cioè l’attività dell’individuo), le tradizioni, la concordia (nella società), la fiducia nelle istituzioni pubbliche, il patriottismo.

I modelli simbolici descritti per l’elaborazione delle concezioni dello Stato del futuro si articolano in alcune proposizioni chiave:

Metafore per il futuro della Russia

L’idea “dello Stato come romanzo” il cui finale, anche se vincolato a dinamiche di diverso tipo, viene scritto collettivamente dai cittadini-scrittori che sono in potere di immaginare più di un finale alternativo. Il futuro della Russia corrisponde alla seconda parte di “Anime morte” di Gogol’ (bruciata dallo stesso autore) e cioè all’impossibilità da parte del lettore di venire a conoscenza del lato buono dell’essere umano. Lo Stato come «uccello di fuoco» (immagine cara alla mitologia slava) foriere della stabilità economica e della lotta alla corruzione.

Le concezioni dello Stato contemporaneo

Lo Stato come “Madre patria con la spada laser” cioè l’idea di uno Stato sociale simile all’URSS dotato però di una piattaforma tecnologica al passo coi tempi. L’idea dello Stato come “fornitore di servizi” che quindi non opprime e non controlla, ma si limita esclusivamente a fornire servizi ai cittadini. A fronte del parallelo storico già formulato dagli stessi autori si può porre il quesito se uno Stato che pretende di fornire servizi mediante piattaforme digitali possa davvero non controllare i cittadini proprio come nell’URSS.

Le concezioni messianiche dello Stato del futuro

L’immagine della Russia come “Paese-profeta” secondo cui, dopo l’adempimento della sua missione-predestinazione, i cittadini verranno a trovarsi in un mondo migliore, avendolo salvato. La Russia come guardiano del mondo e “del bene”. Nonostante nell’articolo si faccia riferimento a metafore puškiniane e ad alcune riflessioni sul ruolo del poeta di Lermontov, in entrambi i casi nulla di nuovo rispetto ad alcune teorie slavofile della prima metà del XIX secolo e successivamente a quelle panslaviste in generale.

Al di là delle conseguenze pedagogiche, sociali, politiche e storiche che un tale progetto e i risultati perseguiti possono avere sul futuro della società, l’impostazione di queste teorie e l’universo simbolico tratteggiato in questo articolo mostrano indirettamente quali siano oggi gli elementi costitutivi dell’autocoscienza russa. Queste idee non sono create dal nulla e dall’alto, ma mirano a giustificare politicamente e avallare culturalmente una particolare antropologia a cui corrisponde uno status quo che da un lato esclude categoricamente cambiamenti drastici e repentini, mentre dall’altro non è estraneo al concetto di mutamento.

Uno dei punti più interessanti della Pentabase è il significato attribuito all’attività dell’individuo (espressa con il termine russo “sozidanie”, che significa creazione). L’attività dell’individuo è definita in base al “valore del successo”, “dell’autorealizzazione in diversi ambiti”, “della comprensione della dipendenza del successo e del perseguimento dei propri obiettivi dagli sforzi individuali”, “della centralità attribuita alla crescita personale e allo sviluppo”, “dell’autocoscienza civile” e “dell’autocoscienza di sé come parte della società, del Paese e dello Stato” (questo è uno dei pochi casi in cui lo Stato, in quanto apparato, è posto all’ultimo livello). Se in un primo momento si escludono gli ultimi due punti questa categoria incarna ciò che in senso lato potremmo definire con i concetti di liberalismo-liberismo. Le prerogative principali riconosciute all’individuo sono appunto quella della libera iniziativa e della libera impresa che trovano la propria prima realizzazione a livello professionale-economico. Con le ultime due definizioni il liberalismo lascia il posto al comunitarismo tipico del mondo russo: il successo e l’autorealizzazione non solo portano all’”autocoscienza civile”, ma anche all’“autocoscienza di sè come parte della società, del Paese e dello Stato”. Un liberale non libertario potrebbe seguire il ragionamento fino al penultimo punto, mentre solo un comunitarista potrebbe sottoscriverne anche l’ultimo. 

Nonostante la ricchezza nel mondo russo sia molto spesso demonizzata, qui le è attributo un valore sociale e politico non indifferente. Gli autori precisano che la specificità della versione russa di questa categoria sta nel fatto che a differenza del mondo anglosassone (e in minor parte di quello europeo) alla realizzazione della libera iniziativa dell’individuo non debba per forza corrispondere una capitalizzazione, cioè una notevole accumulazione di beni privati. L’ascensore sociale russo è pensato proprio in questo modo: a un rango sociale e professionale elevato molto spesso non corrisponde una solida posizione economica. Pertanto il conseguente contributo del singolo per la società e lo Stato assume altre connotazioni. Nella maggior parte dei casi questo aspetto viene banalmente bollato come retaggio del passato sovietico, ma in realtà se si pensa a che cosa ha significato per la storia politica, economica e sociale del Paese “La tavola dei ranghi” di Pietro il Grande del 1722 non si scopre nulla di nuovo. Una riforma pensata per modernizzare e dinamizzare una società arcaica ha prodotto in meno di duecento anni un sistema farraginoso e pieno di contraddizioni: la figura degli impiegati di basso livello – che nonostante fossero dei “privilegiati” faticavano ad arrivare alla fine del mese – ha dominato il repertorio dei personaggi dei principali capolavori della letteratura russa (si pensi per esempio a “Il cappotto” di Gogol’).

Al di là delle immagini di sapore slavofilo e panslavista utilizzate per la formulazione delle metafore con cui immaginare il futuro della Russia, le teorie di questo progetto sono espresse con un linguaggio profondamente scientifico. Infatti si parla di “DNA” della Russia, dei suoi “codici”; il termine russo “kod” (al plurale “kody”) viene tra l’altro utilizzato per la denominazione dei codici e delle sequenze cellulari. Ciò è molto interessante perché permette di prestare attenzione alla specificità dei rapporti fra scienza, società e potere nello spazio postsovietico. Nella prima metà del Novecento in Occidente la scienza ha subito una forte “critica”. La cultura occidentale si è resa conto dei limiti e anche dell’inconsistenza delle pretese positiviste (per non parlare dei problemi morali). In Unione Sovietica è avvenuto esattamente il contrario: dopo l’avvento del socialismo verso gli anni Trenta si è creata una religione della scienza, cioè un atteggiamento fideistico di massa nei confronti delle potenzialità delle scienze esatte che venivano abbinate sia allo sviluppo economico e industriale del Paese sia alla futura realizzazione del comunismo (sulla falsariga di interpretazioni assai ingenue del marxismo scientifico già superate nei primi due decenni del Ventesimo Secolo). 

Dopo la fine dell’URSS questo atteggiamento non ha subito nessun ridimensionamento, gli anni novanta infatti sono stati gli anni delle neuroscienze, dei nuovi mezzi di comunicazione e di internet e perciò l’apertura verso il mondo occidentale non ha fatto altro che rafforzare questa fede nelle potenzialità della scienza che dura fino ad oggi. Molto spesso si parla del “mondo russo” (e soprattutto di quello attuale) usando la categoria del “misticismo” che viene intesa come portatrice di una certa irrazionalità: nella cultura russa il progresso tecnico di per sè non è demonizzato e in realtà è assente qualsiasi mistica simile a quella del buon selvaggio di Rousseau. Ciò è dimostrato dal fatto che la Russia è uno dei primi paesi al mondo per digitalizzazione dei pagamenti bancari e dei servizi per il cittadino. La questione fondamentale riguarda semmai la distribuzione e la finalità del progresso. La peculiarità del caso russo consiste nel fatto che la tecnica non è mai considerata un obiettivo fine a se stesso, ma un mezzo per l’ottimizzazione dell’espletamento delle principali prerogative dello Stato volte (almeno a livello di narrazione) al comune benessere dei cittadini e all’efficienza della macchina burocratica. Se quindi la cultura russa è caratterizzata da un certo misticismo, allora si deve considerare che esso non è mero feticismo primitivista, ma ingloba in sé tecnica e progresso, azione individuale e sociale, privato e pubblico, geografia e storia, potere e popolo.

Anche il riferimento alla specificità della geografia russa non è nuovo. Essa viene spesso addotta a conferma delle teorie euroasiatiche in quanto giustifica i principali processi storici, culturali ed etnici che contraddistinguono la civiltà russa. La traduzione in termini militari, politici e geopolitici di questa peculiarità è il paradosso espresso dalla zarina Caterina secondo cui “l’unico modo che ho per difendere i miei confini è di allargarli”. Questo progetto pone come obiettivo e valore più importanti l’unità del Paese che nel mondo russo significa primato della società sull’individuo e centralità dello Stato che ne è l’espressione giuridico-politica. L’unico elemento di novità potrebbe riguardare i risultati che ne risulterebbero dall’applicazione di un vecchio modello culturale così profondamente rivisitato. Come è già stato notato una rilettura della storia russa da parte del potere e della sua componente culturale è già iniziata molto tempo fa e queste iniziative non si configurano tanto come cause di cambiamenti futuri, quanto come conseguenze di processi sociali, politici e culturali iniziati almeno vent’anni fa e che nella realtà dei fatti caratterizzano tutto lo spazio post-sovietico.

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