Dostoevskij politico

Ma allora cosa fu la conversione di Dostoevskij dall’eurofilia giovanile allo slavismo dopo il carcere? Fu un passaggio di ritorno alle origini, di presa di coscienza su qualcosa che aveva probabilmente appena presagito.
Ma allora cosa fu la conversione di Dostoevskij dall’eurofilia giovanile allo slavismo dopo il carcere? Fu un passaggio di ritorno alle origini, di presa di coscienza su qualcosa che aveva probabilmente appena presagito.

Sulla rivista New Criterion il prof. Morton ha firmato un articolo notevole su Dostoevskij conservatore avendo cura di prescindere dai facili riferimenti ai diari, alle lettere, ai dati di fatto insomma che rendono palmare l’identità controrivoluzionaria del nostro. Morton si inserisce in una linea poco diffusa di interpretazione del Grande Inquisitore: “Dostoevskij ha capito non solo il nostro bisogno di libertà ma pure il nostro desiderio di liberarcene. La libertà arriva con un prezzo enorme e i movimenti sociali che ci promettono di alleggerircene avranno sempre il comando del seguito. Questo è il tema delle pagine più celebri mai scritte da Dostoevskij, il capitolo dei Karamazov sul Grande Inquisitore, una sorta di poema narrato dall’intellettuale Ivan al suo fratello, il santo Alëša, al fine spiegargli le sue ansie più profonde”.

E continua: “Invece di far felici le persone portandogli via il fardello della libertà, l’Inquisitore rimprovera Gesù: Tu gli hai dato la libertà! Hai dimenticato che l’uomo preferisce la pace, e persino la morte, alla libertà di scelta nella conoscenza del bene e del male? Nulla è più seducente per l’uomo di questa libertà di coscienza, ma non vi è causa di sofferenza più grande di questa. Gli uomini vogliono dichiararsi liberi non per essere liberi, argomenta l’Inquisitore, e così sarebbe corretto definire come illibertà la libertà di più alto livello, come fanno generalmente i socialisti”.

Precisazioni polemiche a parte, la sostanza secondo Morton è che “viviamo in un mondo dove generi di pensieri come quelli dell’Inquisitore risultano sempre più attraenti. Scienziati sociali e filosofi sostengono che le persone sono semplici oggetti materiali, non più capaci di una sincera sorpresa di fronte a tutte le leggi di natura… E gli intellettuali, ancor più certi di sapere come si raggiunge la giustizia e render felici gli altri, trovano la libertà altrui un ostacolo al benessere”.

La conclusione arriva da sola:

“Al contrario, per Dostoevskij la libertà, la responsabilità e il potenziale per la sorpresa definiscono l’uomo nell’essenza. Quell’essenza che rende possibile ogni cosa abbia un valore. L’anima umana è così poco conosciuta, così oscura per la scienza, e così misteriosa, che non ci sono e non possono esserci per lei né fisici né giudici ma solo persone cui non sia imponibile un fine, persone sotto il Dio che le ha fatte libere”.

Morton coglie il problema quando sostiene che siano sempre gli intellettuali a “esser certi di sapere come si raggiunge la giustizia”. Croce e delizia, questo compito che si prendono quasi sempre senza che glielo si richieda. Nel caso del Grande Inquisitore gli intellettuali si sbizzarriscono: un racconto in prosa per bocca di un personaggio intellettuale, cosa ci potrebbe essere di meglio come pascolo ermeneutico? Ma attenzione, perché le ipotesi sull’Inquisitore si restringono generalmente a una sola, intrigante, prevalente. L’ipotesi che la fa da padrone vuole che questa figura di Dostoevskij sia un personaggio antesignano dei nostri tempi che hanno visto la sciagura dei regimi di massa, la coscienza ridotta al lumicino dalle dichiarazioni di appartenenza ideologica. Un Inquisitore, in sostanza, che è controfigura e controcanto del lato malvagio celato da Dostoevskij. Tra i più coerenti esegeti in questo senso c’è il giurista Zagrebelsky che sul punto ha scritto La leggenda del Grande Inquisitore (2003) e Liberi servi (2015). Non so se negli ultimi anni ha cambiato parere ma all’epoca sentendolo parlare a Pisa in diversi pomeriggi quando stava preparando il suo ebbi questa sensazione. E però Dostoevskij ci illudiamo di conoscerlo se facciamo così, se stiamo alle ipotesi che ce lo fanno sfuggire tra le mani. Le ipotesi diventano presto stereotipi, forse vanno bene in prima battuta per avviare alla lettura, poi rimane solo la vita. Trovo che se invece viviamo di soli stereotipi dimentichiamo i fatti. Per dire, scordiamo che Dostoevskij fu cambiato dal carcere che lo rivoltò facendolo tornare alla creazione martellante ma senza quel fare esuberante che aveva prima, da socialistoide dinamitardo. Tra 1849 e il 1857, tra la condanna alla ‘casa dei morti’ e il primo romanzo da uomo libero composto a 35 anni, c’è il silenzio e il lavoro. E il lavoro si chiamerà carcere, si chiamerà  Il villaggio di Stepancikovo e i suoi abitanti.

Si è scritto sovente, lasciando un senso di frittura, che la grande letteratura è stata reazionaria. Sarebbe intelligente chiedersi il perché e i termini della questione. Su Dostoevskij basterà dire che Stepancikovo è un’opera di contestazione venuta da destra dopo aver visto che a sinistra tutto tace e lo scrittore rientra nelle fila dell’aggregazione slavofila. Ma allora cosa fu la conversione di Dostoevskij dall’eurofilia giovanile allo slavismo dopo il carcere? Fu un passaggio di ritorno alle origini, di presa di coscienza su qualcosa che aveva appena presagito nelle opere precedenti, in una decina di racconti, in un romanzo epistolare, in un sogno d’amore gogoliano al lume oscuro dell’adolescenza e poi in quell’altro romanzo interrotto dal carcere dove si aggira una sessualità che lascia intravedere le confessioni ai monaci dei Demoni.

Questa conversione in senso “conservatrice e controrivoluzionaria”, insomma, per Dostojevskij è politica, è un salto qualitativo imprevedibile, ma noi che possiamo giudicare col senno di poi possiamo anche definirla come una rivelazione improvvisa. L’alternativa tra eurofilia e slavismo, per dirla con Morton, è la stessa tra la religione di Cristo e la religione del Grande Inquisitore. Seguendo questi e non il Cristo “la gente si arrende e lascia da parte la libertà per avere la sicurezza, baratta le agonie della libertà di scelta per la contentezza del fatto certo. E così la gente smette di essere umana ma è contenta dell’accordo”.

Se vogliamo realmente capire l’Inquisitore e le Memorie del sottosuolo che infiorettano l’interpretazione di Morton dobbiamo rifarci, credo, a quell’opera dopo il carcere che è Stepancikovo. Questo romanzo è disponibile in varie edizioni dopo un silenzio, durato negli anni, dovuto a un unilaterale dominio culturale: per capirci, dopo la versione di Polledro con edizioni Slavia del 1927, si è dovuto attendere sino al 1981 per la riproposta Sellerio con lo zampino di Sciascia (lo stesso che in Candido faceva la satira dei comunisti torinesi di casa Einaudi che ignoravano le parole di Stepancikovo che li riguardavano). Oggi comunque lo leggete proposto sia da Quodlibet che da Acquaviva e Editori Riuniti.

Sciascia volle ristampare questo romanzo perché aveva trovato un personaggio, Fomà Fomìč’, che a suo dire prefigurava in piccolo le tendenze repressive dello stalinismo: Fomà è il bravo rivoluzionario a buon mercato che poi si legge di nascosto gli erotisti francesi.  È un libro da leggere perché meno vertiginoso dei Karamazov, meno tormentato e analitico rispetto alle Memorie del sottosuolo ma in germe li contiene entrambi. È un romanzo apertamente satirico nei confronti della cultura illuminata di Occidente, quella dalla Rivoluzione francese a 89 cavalli.

Cos’avrà di sconvolgente e tenace questa satira per non esser stata ristampata da Einaudi per quasi quarant’anni? Leggiamo l’inizio di Stepancikovo tradotto da Polledro. C’è già tutto il mordente di Dostoevskij:

“Figuratevi il più insignificante, il più misero degli uomini, un rifiuto della società, non necessario ad alcuno, del tutto inutile, del tutto ripugnante, ma di un amor proprio smisurato e, per giunta, senza la minima dote con cui possa comunque giustificare il suo amor proprio morbosamente irritabile. Avverto fin d’ora: Fomà Fomìč è l’incarnazione dell’amor proprio più illimitato, ma, nello stesso tempo, di un amor proprio speciale, e precisamente di quello che si accompagna alla più completa nullità, e, come di solito accade in simile caso, di un amor proprio offeso, schiacciato dai duri insuccessi precedenti, venuto a suppurazione da un pezzo, e da allora schizzante invidia e veleno ad ogni nuovo incontro, ad ogni riuscita altrui. Non è il caso di dire che tutto questo è condito dalla più mostruosa permalosità, dalla più pazzesca diffidenza”.

Duro, inevitabile, lampante contro tutti gli idioti arroganti, il nostro classico Dostoevskij. Per comodità di avvio e per suggerire una lettura intrigante, ritaglio qui sotto altri passaggi dove fa il ritratto al vetriolo dell’intellettuale.

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