L’amore dei russi per la follia e per i demoni

“Il mago del Cremlino” di Giuliano da Empoli è una lettura imprescindibile per comprendere la natura profonda della storia e del carattere russo.
“Il mago del Cremlino” di Giuliano da Empoli è una lettura imprescindibile per comprendere la natura profonda della storia e del carattere russo.

Il mago del Cremlino è la storia di Baranov (alias Surkov), uno dei più importanti consiglieri di Putin. L’espediente letterario anche se molto semplice, influisce sul racconto di Baranov che occupa la parte principale dell’opera. Nella sua casa dallo stile calvinista situata fuori Mosca è lo stesso Baranov a raccontare la propria storia a uno dei pochissimi francesi, un alter ego dello scrittore, che tuttora leggono ancora Zamjatin, cioè il padre del romanzo distopico del Novecento. L’opera di Giuliano da Empoli si presta a diversi livelli di lettura. Il mago del Cremlino è un vademecum per la comprensione del carattere russo e della storia della loro autocoscienza, del putinismo, dell’arte della politica in generale e del mondo post-pandemia. Le principali tematiche del romanzo vengono sviluppate proprio in questo ordine. Ogni tipo di lettura che, una volta enfatizzata e assolutizzata solo una di queste tematiche rispetto alle altre, rischia di far perdere il senso profondo che deriva dall’unità e dalla completezza dei temi trattati. Esaltare questo romanzo, come è già avvenuto, solo per il piacere infantile dello smascheramento di alcuni dei meccanismi di potere che stanno alla base del putinismo secondo la logica occidentale del there is no alternative rivisitata in salsa clintoniana e blairiana da anni Novanta, sarebbe un grave errore: un errore, tra l’altro, che viene commesso appunto dalla dipartita politica dei tanto amati in Occidente, quanto disprezzati (non a torto) in Russia, Gorbačёv e Eltsin. Errore ideologicamente più o meno mistificato che è una delle cause principali dell’attuale crisi ucraina: cioè l’assenza di un reale dialogo con la Russia e del riconoscimento da parte occidentale della serietà delle sue pretese non solo dopo il 2014, ma in generale dopo la seconda guerra cecena (a partire cioè dalla mancata equiparazione internazionale del terrorismo islamico ceceno a quello di Al Qaeda). Proprio per questo, un’ulteriore chiave di lettura di quest’opera deve essere incentrata sulla cecità occidentale rivolta non solo verso l’Altro, in questo caso la Russia, ma anche e soprattutto verso se stessi. 

Il mago del Cremlino (Mondadori) di Giuliano da Empoli

Questo torpore occidentale post-globalizzazione consiste nella concezione post-storica, post-moderna e economicistizzata di tutti i livelli dell’esistenza a partire da quella degli individui per arrivare alle relazioni tra superpotenze. Il perenne tepore domestico pandemico, reso possibile dalla completa digitalizzazione dei rapporti umani e delle relazioni sociali, ha ulteriormente attecchita questa forma mentis moribonda. Il conflitto, cioè la forza brutale dei corpi che si combattono, non è riuscita a scalfire la patologia economicistica occidentale. La confusione occidentale fra i concetti di guerra e pace intesi molto nebulosamente ora in termini militari, facendo cioè riferimento all’invio di armi e all’(im)possibilità di un intervento diretto da parte di NATO o Stati Uniti, ora in termini economicistici, si vedano a questo proposito i vari pacchetti di sanzioni e l’esclusione della Russia dai circuiti di pagamento internazionali, è la causa della conclamata crisi del ruolo di mediazione dei principali paesi europei. Al di là delle vie d’uscita che secondo alcuni analisti sono già state adottate, come per esempio il massiccio riarmo tedesco e la conseguente crescita produttiva del Vecchio Continente (ecco di nuovo l’economicismo), a livello di autocoscienza sociale di massa nemmeno un conflitto in Europa sembra aver scalfito i pilastri ideologici sui quali essa si basa. 

Il putinismo ha inizio da una presa di forza: di fronte l’anarchia che regnava sovrana nella Russia di El’cin, lo Stato russo aveva perso la propria prerogativa nei confronti delle risorse naturali e quindi della fonte principale di ricchezza del paese, dei settori strategici, dell’esercito e dei generali. Le liberalizzazioni sfrenate degli anni Novanta e la consapevole negazione dell’esperienza sovietica appena conclusasi avevano prodotto a livello sociale il dilagare di disordini, tensioni e criminalità. Come ci racconta Baranov, che ai tempi era un produttore televisivo, si poteva uscire di casa e vedere persone che fino all’altro ieri vestivano come i propri nonni in completo Armani e, senza sapere come, dopo una notte di gozzoviglie e orge, ritrovarsi in qualche resort di lusso all’estero. Lo Stato russo era completamente in svendita: il risultato di un’operazione consapevole di privatizzazione che prevedeva prezzi irrisori per l’acquisto dei settori strategici dello stato da parte di acquirenti sia russi sia stranieri.

L’affermazione di Putin e quindi la formazione del putinismo corrispondono alla reazione contro tutte le sopra citate tensioni centrifughe: pugno di ferro con i terroristi ceceni e risoluzione completa del problema con la seconda guerra cecena, statalizzazione delle principali fonti di ricchezza e dei settori strategici dello stato, incorporazione degli uomini della forza nei vertici dello stato, cioè di spie, agenti segreti, soldati e gerarchie militari (i cosidetti siloviki, un eterno dello stato russo), la formazione di una classe dirigente e di un gruppo di consiglieri profondamente patriottici, il ritorno all’autorità legittima e alla pretesa morale dello stato. Solo il ritorno a questi cardini della tradizione statuale russa permette di dare una risposta concreta a uno dei bisogni più profondi del mondo russo, cioè l’esigenza di essere grandi e di ricoprire un ruolo di rilievo nella storia mondiale. 

Il mago del Cremlino è un romanzo di formazione o, a seconda del giudizio di valore, di deformazione del suo protagonista, Baranov. Allo stesso modo dell’uomo occidentale attuale, da un punto di vista culturale e mentale negli anni Novanta Baranov era completamente occidentalizzato in senso globalista: d’altro canto i rappresentanti della Mosca bene dell’epoca possono essere perdonati per aver ciecamente creduto alla fine postmoderna della storia. Sono proprio le certezze di questo ristretto gruppo sociale delle elite a crollare di fronte ai primi provvedimenti del nuovo presidente. La convinzione che il valore supremo al quale la politica si deve sottomettere sia l’economia viene sostituito dalla politica intesa come esercizio della forza e del potere hobbesianamente rivolto a dare risposte alle paure più profonde dell’uomo, che capitalisti come Chodorkovskij, arricchitisi proprio in quel mondo privo di regole in cui la patria russa era in svendita, potessero essere considerati dei guru filantropi sul modello americano di Steve Jobs e che per questo fossero al di sopra dello stato e del potere, che la forza e il potere intesi in questo senso fossero un retaggio del passato, che il futuro della Russia dipendesse esclusivamente dagli altruistici insegnamenti che i principali Paesi o gruppi industriali occidentali, dall’alto della loro bontà e del loro disinteresse, avrebbero impartito ai gruppi dirigenti russi, sono state completamente spazzate via dalla parabola putiniana.

Alla fine della storia Putin risponde con la forza, al postmoderno con il ritorno a una tradizione capace di inglobare in sé il passato zarista, esperienza sovietica e anche Gorbačёv e Eltsin, alla libertà intesa come anarchia con l’ordine e la stabilità. In altre parole si potrebbe dire che le risposte di Putin e dei suoi fedelissimi corrispondono ai vari tratti essenziali delle tradizione culturale e statuale della Russia. Ecco l’origine della contrapposizione che ora è arrivata al punto di uno scontro aperto. Non a caso il putinismo mostra a Baranov la continuità del presente con il passato, l’assenza di cambiamenti profondi. Molte delle recensioni di quest’opera non prendono distanza dall’errato approccio ideologico occidentale di cui si è parlato sopra. Per questo una delle frasi del romanzo più citate è: «la Russia è la fabbrica degli incubi dell’Occidente». Una frase del genere, se estrapolata dal contesto originario, data la congiuntura storica attuale, può essere travisata. Per capirne il senso originario e profondo è bene citare il proseguo:

«Alla fine dell’Ottocento, i vostri (occidentali) intellettuali hanno sognato la rivoluzione. Noi l’abbaimo fatta. Del comunismo voi avete soltanto parlato. Noi l’abbiamo vissuto per settant’anni. Poi è arrivato il momento del capitalismo. E anche in quello, ci siamo spinti molto più in là di voi. […] Ora sta accadendo di nuovo. Il vostro sistema è in crisi perché non riesce ad esercitare il potere».

La Russia è un incubo perché capace di inglobare in sé ogni tipo di fenomeno o ideologia occidentale mostrandone in termini estremi le contraddizioni per poi ricominciare da capo. In Russia il socialismo e il capitalismo in meno di novant’anni hanno parossisticamente mostrato i propri punti deboli. Insieme all’eterno sentimento russo di inferiorità nei confronti dell’Europa ciò costituisce la causa della chiusura ciclica dei russi in sé stessi e nella sfiducia rispetto a ogni rapporto alla pari con l’Occidente: ogni relazione viene quindi intesa come l’affermazione del più forte sul più debole. A differenza dei principali paesi occidentali i russi sono troppo schietti e diretti per mistificare questa verità. Se non c’è dialogo, rimane la forza. Noi occidentali siamo convinti di usare sempre e solo la prima, mentre in realtà anche noi usiamo la seconda.

All’inizio della sua carriera Baranov è un attore, da ciò ha origine la sua concezione panestetica dell’essere e della politica. La sua arte magica è accompagnata da una profonda indifferenza e una solitudine interiori che gli permettono di non provare alcun attacco emotivo nei confronti del proprio operato e così, come insegna la saggezza orientale, riuscire e realizzarsi senza volerlo, al di là della volontà e del desiderio che di per sé, in quanto tratti essenziali della natura mortale dell’uomo, sono necessariamente instabili e incerti. «Le persone, gli eventi mi attraversavano senza lasciar traccia, come un corridoio anziché una casa», è con queste parole che Baranov parla di sé alla fine del proprio racconto. 

Prima di salutare il proprio interlocutore, Baranov traccia una diagnosi della situazione mondiale post-pandemica. Il potere, che di per sé è forza brutale, si serve della perfezione della tecnica per affermarsi illimitatamente. Al di là di quello che troppo spesso si pensa soprattutto in riferimento a Internet, tecnologia e potere vanno di pari passo. Non solo per il fatto che tutte le tecnologie usate oggi in ambito civile hanno origine militare. La tecnica garantisce un’efficienza perfetta nell’assolvimento della prerogativa principale del potere: il rintuzzamento dell’evento, cioè dell’imprevedibile che mostra la possibilità e non la necessità dell’essere e del presente. Nel mondo post-pandemia la tecnica sta oltrepassando il potere diventando, in maniera sempre più evidente, non mezzo, ma fine. È l’inizio di una nuova trascendenza tecnologica che realizza l’idea di Dio e di tutti i suoi attributi. Questa è la nuova realizzazione dell’essenza primordiale del potere. Questo è il punto di arrivo di forza e violenza. Dal sangue alla perfezione del potere della tecnica globale. 

Questa viene presentata come la risposta finale di Baranov a tutti i quesiti della storia, della politica, dell’attualità e della filosofia. D’altro canto, l’uomo che non aveva mai temuto lo Zar, che si era sempre mosso con indifferenza non ricercata fra le principali crisi politiche e geopolitiche che hanno contrassegnato il ritmo delle vicende globali nel mondo post guerra fredda, un uomo che ha una risposta filosofica definitiva corroborata dalla propria esperienza personale, trema di fronte allo sguardo della propria figlia, ha paura perché sa che crescerà, che la dovrà lasciare andare. Dopo l’esposizione della Verità, l’amore genitoriale induce Baranov a rimettere in discussione sé stesso e il proprio essere. Viene in mente una frase de Le memorie del sottosuolo di Dostoevskij:

«E tuttavia siete assolutamente convinti che (l’uomo) si abituerà senz’altro, quando saranno passate del tutto certe vecchie, cattive abitudini e quando il buon senso e la scienza avranno completamente rieducato e orientato normalmente la natura umana. Siete convinti che allora l’uomo cesserà volontariamente di sbagliare e, per così dire, automaticamente non vorrà disgiungere la sua volontà dai suoi normali interessi».

Questa inestirpabile aspirazione alla libertà estrema, cioè alla follia, non solo ha aperto uno squarcio nell’esistenza individuale di Baranov, ma sembra essere l’unica base per il futuro del libero arbitrio dell’uomo nel mondo della tecnica totalizzante descritto magistralmente da Zamjatin circa un secolo fa.

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