OGGETTO: L'Italia non è più un Paese per vecchi
DATA: 28 Giugno 2024
SEZIONE: Società
FORMATO: Visioni
AREA: Italia
Sembra paradossale, ma il Paese più vecchio del mondo - assieme al Giappone - non ne vuole sapere di accettare la propria condizione. I vecchi inseguono i giovani comportandosi come loro. E invece di rappresentare la connessione col passato, inseguono l'ultimo trend, cercando di non distinguersi dai loro figli o nipoti. La scomparsa dell'età adulta, così, non solo rende i rapporti intergenerazionali ridicoli, ma li degrada uniformando i ruoli.
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Secondo la tradizione vedica o norrena, nel neoplatonismo ripreso da Vico, come anche nella visione di Spengler o nella più recente di Di Dario, il nostro mondo divenuto integralmente euro-occidentale si troverebbe nella fase conclusiva del proprio ciclo. Ciclo finale in grado di inglobare tutti gli altri precedenti, facendo apparire secondarie talune manifestazioni di presunta vitalità. Quel che è certo, è che una buona metà del mondo occidentale, Europa in testa, si trova nella fase anagraficamente più anziana della propria storia. Cinquecento milioni di abitanti destinati a diminuire drasticamente, per una concomitanza di cause.

Certamente per fattori economici, ma anche culturali. Strutturalmente, mettere al mondo figli non ha più alcun valore in una società che pone il benessere individuale al centro della propria ambizione. Soddisfare i propri desideri e i propri sogni – giacché la nostra società invita maliziosamente ad averne sempre, meglio se consumistici – e poi semmai dedicarsi al resto. L’Italia è oggi indubbiamente la società con l’età media più avanzata al mondo, assieme al Giappone. Conseguenza, certo, anche di un miglioramento spettacolare delle condizioni di vita e dell’aspettativa, congiunto ad una serie di fattori anche ambientali che favoriscono la grande longevità italiana.

Il processo di invecchiamento italiano mostra una decisiva accelerazione tra gli anni Settanta e Ottanta, in coincidenza con la fine dell’ultima fase violenta della nostra storia nazionale, vale a dire il terrorismo di stampo neofascista o comunista, espressione specialmente delle diverse visioni della sovranità italiana rispetto ai russi e agli americani, data la posizione di cerniera della Repubblica tra i due schieramenti. Chiuso o ridimensionato il terrorismo, deluse le aspettative di chi si aspettava una rivoluzione sulla scia della violenza messa in moto contro il sistema di potere economico e politico tanto avversato, un’Italia esausta, già profondamente sedotta dal benessere accumulato nei decenni precedenti, comincia a dedicarsi integralmente ad incrementare o mantenere quest’ultimo.

Se si osservano strutturalmente, dunque al di là delle manifestazioni più esteriori, dagli strumenti o dalle mode, taluni atteggiamenti e comportamenti tipici della gioventù di fine anni Settanta e anni Ottanta, confrontandoli con i successivi, si nota una continuità di fondo. Con differenze in termini di benessere percepito o effettivo, eppure con le medesime esigenze, i giovani degli ultimi quarant’anni appartengono in blocco allo stesso sistema di pensiero e allo stesso stile di vita.

Come osserva Di Dario:

“La scoperta del tempo libero come di altre attività accessorie si accompagna a un processo circolare in cui la noia si autoalimenta e si inducono bisogni artificiali che creano a loro volta attività destinate a soddisfarli.”

L’elemento carnevalesco è divenuto ormai prevalente ed intergenerazionale. I social network hanno potenziato una situazione già esistente, fatta di noncuranza e di progressiva indifferenza nei confronti del proprio tempo e del proprio spazio. Vi è davvero pochissima differenza tra lo stile di vita denunciato – e pubblicizzato – nel cinema italiano degli anni Ottanta, nel godurioso sfascio di una società tutta devota al piacere, e la decadente società dello spettacolo a trazione social. Manifestazione di un culto narcisistico dell’individuo che addirittura esalta i suoi maggiori “guru” come modelli di “imprenditoria vincente” (Chiara Ferragni docet).

Battaglie per il clima o per i diritti civili, sviano solo apparentemente dal filo comune. Accompagnano la storia degli ultimi decenni del mondo euro-occidentale, non rappresentano la profondità di una società che desidera ancora lo stesso tenore di vita della Milano da bere. Se c’è stato un cambio di passo generazionale, questo è avvenuto in ultima istanza tra coloro i quali hanno ricostruito letteralmente l’Italia, con una visione ancora massimalista e non centrata sul benessere fine a sé stesso, e i loro figli o nipoti. Certo eredi inconsapevoli – noi con loro – delle storture precedenti. Eppure incapaci di far valere il proprio essere giovani in una maniera diversa dalle ridicole tragressioni, da qualche tatuaggio, dai gusti musicali o dallo stile di vita – apparentemente – anticonvenzionale.

La gioventù che nel bene e nel male ha costituito per secoli elemento di rottura, ora persegue obiettivi minimalisti o li persegue senza troppa convinzione.

Allo stesso modo è scomparsa la vecchiaia come elemento di saggezza e di connessione con il passato. Ci si può confrontare sugli oggetti di consumo più in voga nella propria epoca, sui programmi televisivi “migliori”, sullo stile, sulla musica nelle discoteche. Scomparso il racconto di epoche cruente – per fortuna – lontane, il ricordo della propria gioventù non è più fattore di insegnamento.

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Roma, Dicembre 2023. XIII Martedì di Dissipatio

Sono anzi i più vecchi ad inseguire i giovani, in una ridicola catena carnevalesca, come già prevedeva Mishima:

“Nella società moderna è impossibile che gli anziani siano onniscienti e i giovani ignoranti. È più probabile che gli anziani conoscano soprattutto i pettegolezzi sul mondo che la televisione diffonde.”

Alla gioventù si è sostituito un generico “giovanilismo”, un Limbo di cui fa parte il cinquantenne o sessantenne che va a ballare o che si comporta come un trentenne, che invita i propri figli a divertirsi e magari si unisce a loro; di cui fa parte lo stesso trentenne, volente o nolente costretto a vivere in casa con i propri genitori e passibile di un comportamento da adolescente. Condizioni economiche, ma anche una mentalità tendente verso il passato. Una perenne nostalgia dell’infanzia, come estrema sintesi di un disagio profondo e nichilista. Privi di speranze, inseguiamo l’inesistente. Cerchiamo di distinguerci tra generazioni, come se la tipologia di meme pubblicati, l’utilizzo di TikTok o di Facebook, fossero realmente degli spartiacque tra giovani di ieri e di oggi.

L’età adulta in questo frangente scompare. È divenuta perfettamente normale l’intergenerazionale scomparsa della maturità, caratteristica di tutte le fasi precedenti secondo Di Dario:

“In tempi normali, prima che la gioventù si trasformasse in una perpetua adolescenza e l’età adulta divenisse un’appendice della giovinezza, si considerò la maturità come l’età in cui l’uomo, compiuta la sua formazione fisica e spirituale, avrebbe occupato la propria posizione nel mondo raccogliendo e godendo il frutto degli anni precedenti”

Oggi l’incompiutezza regna sovrana. Nessuno può essere di esempio per nessuno, giacché spesso i genitori sono peggiori e di molto rispetto ai figli. Al massimo, l’adulto si adatta al giovane, con conseguenze talvolta ridicole.

E mentre il benessere è destinato a diminuire, minore diviene la propensione a condividerlo con figli, nipoti o immigrati. Chiusura claustrofobica tipica dell’anzianità di una popolazione che da quarant’anni ha scelto di continuare a ballare come Jep Gambardella sui tetti di Roma, imbottita di botox, di alcol e di tatuaggi, pronta a seguire il destino delle rovine della propria antica Capitale.

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