I neoabortisti

La Corte Suprema degli Stati Uniti, la legge sull’aborto e la solita nenia progressista
La Corte Suprema degli Stati Uniti, la legge sull’aborto e la solita nenia progressista

Who is the Law? Si interroga, sul The New Yorker, Jeannie Suk Gersen, professoressa della Harvard Law School, alla luce del caso pendente presso la Corte Suprema degli Stati Uniti – Dobbs v. Jackson Women’s Health Organization – relativo alla costituzionalità di una legge del Mississippi che proibisce le operazioni di aborto dopo le prime quindici settimane di gravidanza.

Si tratta della solita nenia progressista, che il discorso sia politico o giuridico la reazione – isterica, nevrotica – non cambia, se la maggioranza non arride alla dottrina dominante, la democrazia non funziona più e si urla subito al golpe, la “legittimità della Corte appare estremamente fragile”, sostiene la collaboratrice del New Yorker, parlando di “sfida aperta” alla sua autorità.

La sentenza, che probabilmente non vedrà la luce prima della prossima primavera, potrebbe infatti sancire una storica disfatta per il mondo liberal americano e, di conseguenza, globale, tirando il freno a mano nei confronti di quell’ideologia che vede il diritto all’aborto come illimitato e pertanto non passibile di limitazioni che riportino invece il discorso, ormai sfociato nel progressismo sfrenato, entro i limiti del buonsenso e soprattutto delle contingenze storiche e culturali.  

Il giudice Amy Coney Barrett, di nomina trumpiana, esprimendosi sul tema ha infatti relegato le varie partigianerie entro i confini di una realtà che vede l’ormai totale diffusione e sdoganamento di metodi contraccettivi d’ogni sorta, oltre alle normative in tema di safe haven, che consentono alla gestante un parto in anonimato e la relativa possibilità di adozione del nascituro da parte di un’altra famiglia, dimostrando di saper guardare avanti, invece di restare ancorati a decisioni del passato.

Ma a tradire le aspettative americane non sono di certo i prevedibili retropensieri dei sei giudici conservatori della Corte Suprema – che detengono l’attuale maggioranza – bensì la possibile giravolta ideologica dei tre liberal, che potrebbero riaprire e stravolgere una questione che sembrava sigillata da cinquant’anni, riconsiderando così il bilanciamento fra la libertà di scelta della madre e l’interesse alla vita del figlio.

I progressisti hanno già iniziato ad avvertire gli spifferi di un vento di cambiamento quando, di recente, la Supreme Court ha provveduto ad arginare il fenomeno, dilagato durante la pandemia, degli “aborti a domicilio”, ovvero della possibilità di ottenere la pillola abortiva via posta, per evitare contagi da Covid. All’esame della Corte vi è inoltre anche una legge del Texas – nota come SB 8 – che vieta l’aborto dopo circa la sesta settimana di gravidanza, al netto di talune specifiche eccezioni.

E adesso che la storica sentenza Roe vs Wade – che ha legalizzato l’aborto negli Usa dal 1973 – potrebbe essere, anche parzialmente, ribaltata, i sostenitori di Biden iniziano a soffrire di aspri malumori, dal momento in cui l’indirizzo democratico dell’agenda presidenziale va a scontrarsi direttamente con quello conservatore della Corte Suprema. Quest’ultima, con la sentenza Planned Parenthood vs. Casey, nel 1992, aveva infatti stabilito che il limite oltre il quale l’aborto può essere vietato dalle legislazioni dei singoli casi equivale a quando il feto è in grado di sopravvivere al di fuori dell’utero materno, ovvero circa ventiquattro settimane.

Mentre i media conducono quindi chiassose battaglie sui giornali e in tv e le associazioni abortiste inscenano ridicole pagliacciate in piazza con tanto di abiti ancillari alla Handmaid’s Tale, in totale controtendenza rispetto al totalitarismo liberal, nella piccola formazione composta dai nove giudici più potenti d’America è in atto una rivoluzione silenziosa ma ben più incisiva ed opportuna. Hayek si spingeva al punto di dire che “il destino della nostra libertà viene deciso in una discussione tecnica sul diritto amministrativo”: attualizzando il suo pensiero potremmo dire che in questo caso la discussione tecnica vorrebbero invece promanarla i cattedratici dem di Harvard.

Ma è così che il professore liberal, interrogandosi su chi faccia davvero le leggi, tende a dimenticare che la Corte Suprema americana, non è soltanto l’ultimo grado di giudizio, bensì anche una political court, laddove quelli che Carl Schmitt chiamerebbe “i custodi della Costituzione”, sono lì apposta per fornire un’interpretazione e bilanciare il principio di rappresentanza tanto degli eletti quanto degli elettori.  

“L’opinione pubblica non è tutto, neppure in una società liberale, per quanto sia senza dubbio una cosa molto importante, soprattutto in una società liberale”

scriveva infatti Bruno Leoni in Freedom and the law, ma in alcuni paesi occidentali, primo fra tutti gli Stati Uniti, si tratta evidentemente di una realtà difficile da digerire.

La violenza del progressista consiste infatti in questo, nell’aggressione gratuita nei confronti di istituzioni nate per conservare in maniera durevole e immutabile i propri caratteri, nel provare a cambiarne i connotati una volta che le stesse non obbediscono più alla bibbia liberal. La professoressa di Harvard, che presume di inebetire il lettore del New Yorker con il quesito – dai toni aggressivi e provocatori – Who is the Law?, non fa altro che mostrare tutta l’ingenuità del moderno Pangloss, indossando i ridicoli panni del complottista, e paventando implicitamente il pericolo di una legislazione camuffata da interpretazione, laddove i giudici dovessero rovesciare all’improvviso i precedenti giudiziari di gradimento dem.  

Il progressista in fondo non è che un triste calunniatore, un individuo che gode con poco, di scarsa fantasia, che in nome del beato progresso si diletta con il dileggio delle istituzioni ed è convinto che lo starnazzare sui media o nelle strade possa influire sull’operato di una Corte che esiste dal 1803.

“Oggi sia i legislatori sia i giudici delle corti supreme svolgono il compito di tenere l’ordinamento giuridico su un certo binario, proprio perché sia gli uni che gli altri possono essere in posizione di imporre la loro volontà personale a un gran numero di dissidenti”

sosteneva ancora il nostro Bruno Leoni.

Ma se in America tutto ciò è possibile perché la religiosità è ancora ben radicata, nell’Europa occidentale, ormai totalmente secolarizzata, senza Dio, dove il nichilismo si espande a macchia d’olio, le corti supreme non stenterebbero a dichiarare incostituzionale una legge come quella del Mississippi. Basti pensare agli attacchi mossi dall’Unione europea nei confronti di alcuni paesi membri come Polonia e Ungheria in merito alle legislazioni di carattere conservatore in tema di interruzione volontaria di gravidanza o a difesa della famiglia tradizionale.

Quindi, per rispondere in definitiva al quesito Who is the Law?, possiamo affermare che la vita, la morte, la libertà personale e, più in generale, i diritti fondamentali, non possano essere lasciati in balìa dei capricci del legislatore, e che i padri fondatori, immaginando l’architettura di una Costituzione senza tempo, non avessero certo in mente, come suoi custodi, i professori di Harvard.

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