Il predatore

Elogio di Gabriel Matzneff, uno scandalo vivente. Prima di tutti, in anni non sospetti, ha capito che un governo, per sopravvivere, deve “reprimere gli intellettuali anticonformisti”
Elogio di Gabriel Matzneff, uno scandalo vivente. Prima di tutti, in anni non sospetti, ha capito che un governo, per sopravvivere, deve “reprimere gli intellettuali anticonformisti”

«Vanessa mia tenera amante, / Se non possiamo amarci a Saint-Vincent-de-Paul, / Ci ameremo alle Orsoline; / Se non possiamo amarci urbi et orbi, / Ci ameremo anche oltre il letto. / Dio è con noi, Vanessa! / E anche Venere…».

Amare una ninfa significa lasciarsi possedere da una creatura di singolare intelligenza seduttiva, ammaliatrice, ossessiva, pericolosa. La ninfa è una farfalla di conoscenza a cui ogni uomo di intelletto sogna intimamente di abbandonarsi, per inebriarsi d’un piacere senza eguali. Tali individui venivano chiamati dai greci antichi nymphólēptoi – come ricorda Roberto Calasso nel suo saggio La follia che viene dalle Ninfe – mentre Vladimir Nabokov osservava che «La ninfolessia è una scienza esatta».

L’uomo preso, catturato, rapito da una ninfa, creatura al contempo salvatrice e funesta, in sostanza è senza scampo, è corrotto dal suo dominio per sempre. Perché il paradosso della ninfa è proprio questo: possederla significa essere posseduti.

Ne sa qualcosa lo scrittore francese Gabriel Matzneff – autore dei versi sopra citati – l’Humbert Humbert dei nostri tempi, noto alle cronache per il recente affaire Springora, da cui è stato travolto come da un’onda impetuosa.  

L’intellettuale parigino, che non ha mai fatto mistero della propria propensione a relazionarsi con donne molto più giovani di lui – quelle che la letteratura ha sdoganato come “ninfette” – ha subito infatti un retroattivo ostracismo da parte di quell’élite parigina che, dopo aver rinnegato ogni scostumatezza dai caratteri libertini professata durante gli anni d’entusiasmo sessantottino, ha proclamato a Matzneff il suo autodafé, mettendone al bando opere letterarie più licenziose.

«Che cos’è che mi eccita sin quasi alle lacrime (le calde, opalescenti, dense lacrime versate dai poeti e dagli innamorati)?» si chiede il protagonista di Lolita, vittima del periglioso sortilegio della sua ninfetta “tormentosamente desiderabile dalla testa ai piedi”, mentre lei non fa che alimentarne il desiderio, stuzzicandolo con la sua doppia natura, un misto di capricciosa tenerezza e precoce volgarità. Lolita è la storia emblematica di una duplice ossessione, quella di Humbert e quella di Dolores. Anche se il tutto è narrato dal punto di vista maschile, la passione fra i due è diversamente reciproca, rispettivamente non giusta né sbagliata. Solo che mentre l’ossessione di Humbert è in qualche modo accettata dal lettore, quella di Dolores Haze non lo è.

Ma in quante donne vive e prolifera il germe di Lolita?

Anche quella di amare uomini con una sostanziale differenza d’età può divenire un’ossessione, non solo il contrario. Un’attitudine legata ad un sottile, perverso senso del potere, non semplicemente dipendente dalla potenziale sudditanza psicologica che può ingenerarsi in una relazione fra una giovane donna e un uomo adulto. Per la ninfa l’arte della seduzione è infatti qualcosa di innato, è un essere che seduce con la testa, e può riuscire nel suo intento solo con un uomo smaliziato, di certo non il coetaneo inesperto e in preda a puberali fragilità, inebetito dalla carne più che dalla materia cerebrale. La ninfetta è un essere femminile consapevole del proprio ascendente sul maschio, che ama avviluppare la preda in una fitta tela di seduzione dalla grazia agra, non ancora matura, e gode, con una punta di crudeltà, nel riconoscere nell’uomo quel piacere che altro non è che un istante di estasi che lo riporta momentaneamente alla gioventù.

«Allora scivolò piano fra le mie braccia che l’aspettavano, radiosa, rilassata, carezzandomi con i suoi teneri, misteriosi, impuri, indifferenti occhi di crepuscolo – né più né meno come la più dozzinale delle puttanelle. Perché le ninfette imitano loro – mentre noi moriamo tra i lamenti».

Così Nabokov racconta in sostanza la stessa storia di Matzneff con le sue giovani amanti – fra cui Vanessa Springora, autrice del caso editoriale Il consenso – ma mentre il primo, non senza iniziali ritrosie, è finito nel pantheon dei classici della letteratura globale, al secondo sono stati banditi gli scritti da librerie e biblioteche e conduce attualmente la sua esistenza, ormai agè, fra gli scogli deserti della costa ligure, a Bordighera – dove ha visto la luce il suo Vanessavirus, pubblicato in Italia da Liberilibri – in autoesilio dal proprio paese d’origine.

Eppure, fra i due non v’è sostanziale differenza, sono entrambi autori di opere narrative, di finzione, di quella letteratura che tutto dovrebbe giustificare, ma evidentemente, nell’era del neofemminismo delirante, l’artista, se maschio e vagamente anticonformista, va castrato, punto e basta.

«La seconda stranezza degna di nota è il silenzio di quella che chiamano intellighenzia. La polizia viene a casa mia all’ora del lattaio, mi perquisiscono, mi arrestano e mi portano, come un criminale, al Quai des Orfèvres (il Palazzo di Giustizia di Parigi, n.d.t.) […]. Tuttavia, nessuno nella Parigi letteraria sembra esserne turbato. Ai cari colleghi, sempre così pronti a indignarsi, a prendere la parola, a redigere manifesti, a inviare appelli ai giornali, a firmare petizioni, si sono improvvisamente seccate le penne, paralizzata la lingua. […] Così un settimanale di destra ha citato, con indignazione, due poesie erotiche da me scritte qualche anno fa, e che provano che gli ispettori della B.S.P. hanno sbagliato a farmi uscire libero dal Quai des Orfèvres; pertanto, alcuni redattori di un rispettabile giornale di sinistra hanno fotocopiato e fatto circolare nelle redazioni le pagine più libertine del mio ultimo romanzo, Ivre du vin perdu, che stabilisce senza dubbio che sono un autore immorale, che dovrebbe essere denunciato. Epoca affascinante quella in cui una poesia, un romanzo, un saggio, diventano prove a carico. È così che finalmente l’ordine regna sovrano. L’unico rammarico del giudice Salzmann è di non aver avuto l’opportunità di arrestare l’autore di Lolita. Più intelligente di me, Nabokov è morto in tempo».

Così scriveva Gabriel Matzneff, in un articolo su Le Matin, il 22 novembre 1982, pubblicato ne La Sabre de Didi (La table ronde), un pamphlet che raccoglie una serie di articoli usciti fra il 1963 e il 1986, e che racchiude le pagine che hanno ispirato al letterato parigino le sue principali battaglie sotto il profilo politico, morale, estetico e religioso.

E ancora oggi, mentre gli intellò d’Oltralpe pavidamente tacciono, contro Matzneff è partito un gioco al massacro. Le case editrici negano ogni ristampa, gli amici si eclissano, il suo milieu culturale lo emargina, in un recente articolo, la rivista britannica Aeon, ne accosta addirittura la storia alla vicenda incestuosa raccontata da Camille Kouchner e relativa al suo patrigno, l’accademico e politico Olivier Duhamel, ne parla in termini di manipolazione, di abuso di potere, emettendo quel genere di giudizio morale a cui il lettore dovrebbe essere totalmente indifferente.

Matzneff aveva però fiutato una brutta aria già nel 1968, quando, nel suo articolo Lapider Shakespeare, pubblicato su Combat e raccolto sempre ne La Sabre de Didi, scriveva:

«Nel secolo scorso i nichilisti russi sostenevano che un paio di stivali fosse meglio di Pušhkin e sognavano una letteratura dedicata all’educazione del popolo. È uno di loro, ne I posseduti, a spiegare che è necessario uccidere o bandire gli uomini di talento, strappare la lingua a Cicerone, cavare gli occhi a Copernico, lapidare Shakespeare, perché la nuova società vuole l’uguaglianza nella schiavitù. Ed è a questa stessa dottrina che ci riconducono le dichiarazioni di Leonid Brežhnev sulla necessità di reprimere gli intellettuali anticonformisti. Nel 1968, il Partito Comunista Sovietico ha le stesse idee riguardo alla produzione artistica che cent’anni fa aveva un Pisarev o un Černyševskij. Sarebbe divertente se non fosse altro che un gruppo di fanatici irresponsabili; invece è cosa tragica, innanzitutto perché questo detiene il potere assoluto. In Occidente, molti di noi avevano creduto al racconto della “destalinizzazione”: nonostante il triste “affaire Pasternak”, avevamo la sensazione che, dalla morte del dittatore, la liberalizzazione del regime sovietico fosse ormai un fenomeno irreversibile. Ma cosa è accaduto nel 1965? La risposta la lasciamo agli specialisti di questioni russe. Ad ogni modo, ciò che sappiamo è che l’arresto di Sinjavskij e Daniel’ non è stato un semplice incidente di percorso, ma il segno della fine dello scioglimento ideologico. Dopo di loro, la situazione non ha più smesso di peggiorare. Nel momento stesso in cui i fatti di Praga ci riempiono di gioia e di speranza, l’Unione sovietica si avvia verso nuove purghe. M. Brežhnev ha tirato fuori dall’armadio il cadavere marcescente di Ždanov e lo ha sventolato sotto il naso dell’intellighenzia russa. Siniavski e Daniel in un campo di concentramento, Ginzburg e i suoi amici in prigione, Essenine-Volpine in un manicomio, Solženicyn perseguitato, la lista di proscrizione si allunga di giorno in giorno. L’assolutismo dello Stato è il più insaziabile dei minotauri. “L’arma degli uomini liberi è la libertà di parola”, scriveva lo slavofilo Constantin Aksakov nel 1855. Libertà è una parola che non significa nulla per il signor Brežnev e la sua bella squadra, secondo la quale lo scrittore non ha altro ruolo che quello di essere l’eco, il propagandista della dottrina ufficiale. Hitler e Goebbels non la pensavano diversamente».

Lo scrittore, oggi, non sembra molto più libero di allora e la letteratura ha assunto le fattezze di un cavallo di Troia, cela sempre dentro di sé un messaggio sociale, mentre dovrebbe essere, per sua natura, priva di presunta moralità o immoralità. Ma la stampa ufficiale ha deliberato per Gabriel Matzneff una condanna da predatore sessuale e allora i versi che seguono, di Battesimo, dedicati alla sua giovane ninfa, non resta che leggerli a voce bassa, spacciandone la traduzione sottobanco, come nella peggiore delle distopie.

Il mio cuore batte all’impazzata

Quando, come un angelo fuggito da un quadro di Delacroix,

Appari sui gradini di Saint-Sulpice.

Il mio cuore batte all’impazzata,

Quando la porta si chiude dietro di noi,

Tu ed io, siamo soli, finalmente,

Lontani dagli sguardi torvi,

Liberi dagli altri e dai loro giudizi.

Il mio cuore batte all’impazzata,

Quando la tua nudità leggera e il mio corpo si fondono.

Il mio cuore batte all’impazzata,

Quando le tue labbra rosse

Ciliegie, mi avvolgono,

Quando la tua lingua fresca s’intreccia al mio desiderio,

Come un giovane, avido serpente all’albero della vita,

Il mio cuore esplode,

Quando il fuoco liquido dell’amore

Zampilla nella tua bocca vergine,

Comunione con il corpo e il sangue del tuo amante,

Iniziazione, epifania,

Battesimo che vale più dell’altro,

Quello che riceviamo in chiesa,

Perché il nostro amore è una cappella infuocata

Dove la morte è vinta per sempre;

Dove l’uno dall’altro risorgeremo,

Vittoriosi.

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