Ogni ordine civile poggia su una narrazione fondativa, un orizzonte di senso che ne giustifica l’esistenza e ne orienta il cammino. Per l’Occidente del secondo dopoguerra, questa narrazione è stata una complessa sintesi tra cristianesimo e liberalismo: un ibrido fecondo tra l’escatologia evangelica della salvezza individuale e la promessa illuminista di un progresso terreno illimitato, garantito dalla democrazia di mercato a guida statunitense. L’architettura ideologica del liberalismo cristiano offriva una duplice eternità: la trascendenza nell’aldilà e un’immanenza proiettata verso un futuro di crescente libertà e benessere. Fu questo il motore che alimentò l’espansione neoliberale tra il 1980 e il crollo del suo avversario sovietico.
Tuttavia, tra la fine del XX secolo e i primi decenni del XXI, questa sintesi ha iniziato a dissolversi. Sganciato progressivamente dalle sue radici cristiane, il progetto si è trasmutato in un libertarismo agnostico, una corsa verso l’emancipazione individuale priva di qualsiasi fondamento teleologico. Il suo trionfo simbolico è stata la legalizzazione negli Stati Uniti dei matrimoni tra coppie omosessuali negli anni Dieci, che ha rappresentato l’ultima frontiera di un’agenda espansiva alla ricerca di ulteriori liberazioni. È in questo contesto che è emerso un fenomeno ulteriore, per un breve momento, molti hanno creduto di assistere alla nascita di un nuovo paradigma. Le politiche identitarie, con i loro rituali di confessione del privilegio, le liturgie di purificazione morale e una teodicea laica in cui il peccato originale era l’appartenenza a una categoria demografica, sembravano destinate a riempire il vuoto lasciato dal liberalismo.
Ma la diagnosi era prematura. Quella che alcuni chiamano “ideologia woke” non era un’ideologia costruttiva, ma il rantolo del paradigma precedente, ripiegato su sé stesso in una spirale di decostruzione priva di approdi. Mancava l’elemento cruciale di ogni sistema di credenze duraturo: la promessa del perdono e la possibilità di trascendere la colpa. Per questo, dopo una rapida fiammata nelle cittadelle accademiche e mediatiche, la sua energia messianica si è dissipata. Se quella non è la forza egemone del futuro, resta aperta la domanda su quale spettro si aggiri oggi tra le rovine dell’ordine morale precedente per reclamarne l’eredità.
La risposta più imprevista, quasi uno scherzo della dialettica storica, proviene dal luogo che la modernità aveva designato come il suo museo: la Chiesa. Il fenomeno non è improvviso, ma sotterraneo. Già un decennio fa, intellettuali laici hanno iniziato a fungere da sismografi di un movimento non ancora approdato alla luce del sole. Lo storico britannico Tom Holland, con il suo “Dominion”, ha agito da archeologo culturale, argomentando come l’intero edificio valoriale dell’Occidente laico – dai diritti umani alla nozione di uguaglianza – sia in realtà una secolarizzazione di concetti eminentemente cristiani. Allo stesso modo, lo psicologo canadese Jordan Peterson, partendo da un agnosticismo dichiarato, ha fatto breccia in un ampio pubblico di giovani riabilitando le narrazioni bibliche come depositarie di una “verità psicologica” profonda, intercettando la disperata fame di significato di milioni di giovani uomini alienati.
“The evolution of the concept of human rights […] It derived, not from ancient Greece or Rome, but from the period of history condemned by all right-thinking revolutionaries as a lost millennium, in which any hint of enlightenment had at once been snuffed out by monkish, book-burning fanatics. It was an inheritance from the canon lawyers of the Middle Ages.”
– Tom Holland, Dominion – The Making of the Western Mind
A questa preparazione intellettuale è seguita una riabilitazione del Cristianesimo, quando non da un punto di vista teologico, come perno desiderabile per un ordine civile. Non si tratta di casi isolati, ma di sintomi di un riorientamento che attraversa la élite. Da Peter Thiel nella Silicon Valley a Elon Musk – di cui ha fatto discutere l’uso del termine “cristianesimo culturale”, per definire sé stesso come moralmente sull’asse valoriale biblico sebbene ateo – si fa strada la consapevolezza che l’Occidente, privato della sua matrice religiosa, perda un baricentro su cui reggersi. La “crisi di significato” è diventata il grande tema della cultura digitale, un mercato spirituale in cui l’offerta di senso religioso compete per l’attenzione di nuove generazioni orfane di grandi narrazioni. I dati quantitativi presentano un quadro contraddittorio, un paradosso che confonde l’osservatore: da un lato le statistiche ufficiali, come i dati Istat per l’Italia, confermano il declino della pratica religiosa di massa, specialmente tra i giovani, confermando l’Europa come un continente diretto in una direzione post-cristiana. Dall’altro, emergono segnali controintuitivi soprattutto nell’anglosfera. I rapporti della Bible Society britannica ipotizzano un’inversione di tendenza, con una crescita della frequentazione guidata da un segmento demografico inatteso: i giovani maschi. Diocesi cattoliche negli Stati Uniti, come quella di Los Angeles, riportano picchi storici nei battesimi di adulti. Pastori di comunità non-denominazionali descrivono un afflusso senza precedenti di studenti universitari, in maggioranza uomini, la cui porta d’ingresso alla fede non è più la famiglia, ma il percorso intellettuale tracciato online da dibattiti su fede, filosofia e sulla ricerca del senso. Questo svela la vera natura del fenomeno: più che un ritorno di massa alla religione si tratta una polarizzazione dettata dal ricambio. Mentre la pratica religiosa ereditata in famiglia scompare con le generazioni anziane, emerge un cristianesimo di conversione, più radicale, intellettuale e tendenzialmente maschile. La secolarizzazione e la ri-sacralizzazione non sono processi opposti, ma simultanei. Le chiese “di mezzo”, post-conciliari, accomodanti e dalle liturgie informali e funzionaliste, si svuotano. Prosperano invece i poli opposti: comunità cattoliche e ortodosse tradizionaliste, che offrono liturgie solenni, rigore dottrinale e un senso del sacro e del mistero; dall’altro, le megachiese carismatiche, che promettono un’esperienza emotiva diretta.
Questo fermento religioso, negli Stati Uniti, perno dell’Occidente, non può che essere letto come la ricerca di un mito per definire la propria marcia nel secolo, in una fase storica in cui le rinnovate tensioni rendono obsoleto ogni approccio post-storico. La questione è se questo cristianesimo risorgente possa diventare l’ossatura di una nuova sintesi politico-culturale. Un’analisi dei contendenti al ruolo di ideologia egemone rivela almeno tre possibili traiettorie per l’Occidente, o per lo meno, per le sue élites.
A favore del cristianesimo politico, gioca l’attuale conservatorismo americano che tenta di esserne incarnazione ibrida: figure come Donald Trump basano la propria politica sullo stile carismatico delle “megachurches” evangeliche, fondendo una retorica della prosperità con lo spettacolo mediatico e un appello emotivo diretto. D’altro lato, la sinistra progressista tenta di elaborare il lutto superando la fase puramente critica del “wokismo” per costruire un nuovo tipo di discorso. Il tentativo, esemplificato da figure come Zohran Mamdani a New York, è quello di subordinare le sensibilità identitarie a un più vasto progetto populista ed economico, fondendo la critica culturale con un programma centrato sulla redistribuzione, qualcosa che ricalca il tipo di retorica proposta in Europa da figure come Yanis Varoufakis.
C’è poi il messianismo prometeico della tecnica, un’ideologia che emerge dalla Silicon Valley, da trattati quali “The Gentle Singularity” di Sam Altman o “Machines of Loving Grace” di Dario Amodei – rispettivamente gli amministratori delegati di OpenAI ed Anthropic – e che si propone come la più radicale delle alternative: uno gnosticismo digitale che promette la trascendenza attraverso la tecnologia. L’intelligenza artificiale, le biotecnologie e l’ingegneria genetica riconvertiti da strumenti a veicoli di un progetto escatologico: il superamento della condizione umana, la sconfitta dei problemi non tramite la risoluzione tecnica di essi ma con l’abolizione stessa della necessità di porli. La parabola eletta è quella del vecchio problema ottocentesco dello sterco di cavallo: la civiltà del diciannovesimo secolo si interrogava sull’igiene di città future in cui molti avrebbero posseduto un cavallo per spostarsi, l’interrogativo non ha mai avuto una risposta, ma è stato abolito dall’invenzione dell’automobile. È una promessa di salvezza senza Dio, affidata all’onnipotenza della macchina e alla volontà di potenza dell’uomo.
Una cosa appare certa: qualunque ideologia prevarrà, dovrà fornire una risposta convincente alla “domanda trascendentale”. L’umano non si accontenta di gestione efficientista e libertà negative. Cerca narrazioni che diano un senso alla sofferenza, alla comunità e alla morte. Il progetto della modernità novecentesca è entrato in crisi proprio nel suo tentativo di privatizzare o ignorare questa domanda.