OGGETTO: Indecisione all'italiana
DATA: 06 Marzo 2026
SEZIONE: Politica
FORMATO: Analisi
AREA: Italia
L’allargarsi del conflitto mediorientale oltre i suoi confini mette a nudo una volta di più il più grande limite dell’Italia: l’incapacità di scegliere. In preda a timori di ogni sorta, si rimane immobili di fronte al caos. In queste condizioni, il problema non è quale decisione prendere, ma se si sia ancora disposti a prenderne una.
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«Onorevole De Nicola, decida di decidere se accetta di accettare». Così scriveva con ironia tagliente Manlio Lupinacci dalle pagine del Giornale d’Italia, rivolgendosi a un Enrico De Nicola paralizzato dal dubbio sulla candidatura al Quirinale. Una battuta che, a distanza di decenni, sembra descrivere non più l’esitazione di un uomo, ma la postura di un intero Paese. L’Italia che “decide di decidere” se prendere posizione, che valuta se sia opportuno esporsi, che pondera all’infinito per non assumere il rischio della scelta.

Ed è proprio questa inclinazione all’indecisione che stride con la natura degli eventi che hanno segnato la fine di febbraio 2026. L’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, culminato nell’uccisione della Guida Suprema iraniana, non rappresenta soltanto l’ennesima escalation mediorientale. È un passaggio che certifica, una volta di più, la definitiva archiviazione dell’illusione post-1991. La risposta iraniana lo ha mostrato con chiarezza. Teheran ha reagito allargando lo spazio del confronto e colpendo diversi punti della regione. Gli attacchi, che hanno iniziato a lambire anche il Mediterraneo orientale fino a coinvolgere Cipro, hanno incrinato l’illusione che si trattasse di una crisi confinata. In questo modo l’Iran ha reso evidente qualcosa che fino a pochi anni fa si riteneva improbabile, ossia la possibilità di sfidare apertamente la potenza americana e di colpire, direttamente o indirettamente, attori che si ritenevano al riparo grazie alle garanzie di sicurezza degli Stati Uniti. Di fronte a questa improvvisa estensione del conflitto, anche le capitali europee sono state costrette a confrontarsi con una realtà che non potevano più considerare distante. Naturalmente si sono mosse, ancora una volta, in ordine sparso, ciascuna seguendo imperativi interni e calcoli strategici differenti. Solo alcune hanno mostrato una linea chiara, assumendosi i rischi connessi; altre hanno preferito un equilibrio più prudente, quando non apertamente ambiguo.

Il Regno Unito ha inizialmente esitato. Le prime ore successive all’attacco sono state segnate da un’incertezza che non è passata inosservata a Washington, generando così frizioni con lo storico alleato. Londra ha poi concesso l’utilizzo delle proprie basi agli Stati Uniti per scopi difensivi, ma quell’indugio iniziale ha mostrato la difficoltà britannica nel bilanciare i propri interessi con i vincoli derivanti dalla relazione strategica con Washington.

La Germania ha scelto una postura diversa: sostegno politico alle azioni statunitensi e israeliane, ma nessun coinvolgimento operativo diretto. Berlino ha appoggiato pubblicamente Washington, ma al contempo ha evitato qualsiasi impegno militare. Il cancelliere Friedrich Merz ha chiesto a Stati Uniti e Israele un piano credibile per il “dopo regime”, sollecitando una strategia di uscita e per la stabilizzazione dell’area. Un conflitto prolungato, infatti, porterebbe con sé ricadute economiche ed energetiche – a cominciare dall’aumento dei prezzi dell’energia – che finirebbero per colpire anche la Germania, paese già segnato dalla rottura del legame con la Russia e strutturalmente dipendente dall’estero per il proprio approvvigionamento energetico. La richiesta di un punto di approdo non è dunque una semplice esigenza diplomatica, ma la spia di una vulnerabilità più profonda.

In controtendenza si è mossa la Spagna. Madrid ha negato agli Stati Uniti l’utilizzo delle proprie basi, assumendo una posizione apertamente critica nei confronti dell’operazione – pur restando limitata nei suoi effetti pratici, dato il regime di gestione congiunta delle installazioni di Rota e Morón e il controllo operativo statunitense sui propri asset. Una scelta che ha comportato effetti immediati, tanto che l’amministrazione americana ha minacciato possibili ripercussioni anche sul piano commerciale. Al di là, però, della valutazione nel merito, la postura spagnola evidenzia comunque la volontà di sostenere una linea politica chiara e di accettarne le implicazioni sul piano internazionale.

Tra tutti, però, è la Francia ad aver colto con maggiore prontezza l’occasione strategica. Parigi ha subito disposto l’invio della portaerei Charles de Gaulle nel Mediterraneo Orientale, con l’obiettivo non solo di proteggere traffici e alleati regionali, ma di ribadire una presenza che da tempo tenta di consolidare. La crisi mediorientale offre un assist che la Francia ha subito sfruttato, soprattutto in Europa. Da anni, infatti, Parigi tenta di accrescere il proprio peso facendo leva sulla dimensione militare e nucleare, cercando di capitalizzare le opportunità emerse prima con la guerra in Ucraina, poi con le crescenti frizioni securitarie con Washington e, ora, con un’escalation mediorientale che inizia a lambire i confini mediterranei dell’Unione, come dimostrano gli attacchi che hanno coinvolto Cipro.

Proprio quest’ultimo sviluppo, che ha riacceso timori concreti nelle cancellerie europee, ha consentito a Emmanuel Macron di rilanciare l’idea di una deterrenza nucleare europea fondata sulle capacità francesi. Una proposta che, questa volta, ha trovato ascolto in diverse capitali, tra cui anche Berlino e Varsavia. Ciò che per lungo tempo era rimasto ai margini del dibattito ha così acquisito una consistenza politica diversa, sospinto tanto dall’iniziativa francese quanto dalla percezione di un ambiente di sicurezza sempre più instabile.

Il discorso pronunciato da Macron alla base dei sottomarini nucleari di Île Longue ha assunto così un valore paradigmatico. Quando afferma che “per essere liberi bisogna essere temuti, e per essere temuti bisogna essere potenti”, non si limita solo ad un esercizio retorico. Rievoca una verità storica, rimossa per decenni nel Vecchio Continente, sotto la coltre di un benessere garantito da altri. Parole che, nel panorama europeo attuale, suonano quasi come una dichiarazione di volontà politica.

Roma, Febbraio 2026. XXXII Martedì di Dissipatio

È in questo quadro che si inserisce la questione italiana. Mentre nelle principali capitali europee si alternano esitazioni e decisioni – con poche ma significative eccezioni – Roma sembra aver conquistato il podio dell’indecisionismo. E in un sistema internazionale che torna (ammesso che abbia mai smesso) a strutturarsi attorno ai rapporti di forza, l’indecisione non è una posizione intermedia. È irrilevanza.

A cogliere con chiarezza questo punto è stato recentemente il senatore Enrico Borghi, che nell’audizione dei Ministri Tajani e Crosetto alle Commissioni Affari Esteri del 2 marzo 2026 ha accusato il governo di sostituire la politica con la burocrazia. Non una semplice polemica parlamentare, ma una diagnosi più profonda. Di fronte a una crisi sistemica, il Paese sembra rifugiarsi nelle procedure, nei comunicati calibrati, nella ricerca di formule che non impegnino. È la scelta di non scegliere. Ma nella storia, soprattutto quando si riattiva la competizione tra potenze, la non-scelta finisce inevitabilmente per tradursi nell’accettazione delle decisioni altrui.

Per comprendere fino in fondo la natura di questo atteggiamento occorre fare un passo indietro. Per decenni l’Italia ha potuto permettersi una certa marginalità strategica perché inserita in un sistema di alleanza di imposizione, secondo una tipologia già delineata altrove. La protezione americana garantiva sicurezza militare, stabilità e accesso privilegiato ai mercati. In un simile contesto, l’irrilevanza non comportava costi esistenziali. Il benessere economico non dipendeva dalla capacità autonoma di proiezione di potenza. La dimensione strategica poteva essere sacrificata sull’altare della gestione amministrativa.

Oggi, però, quello scenario si sta rapidamente sgretolando. L’ordine unipolare è finito e gli Stati Uniti ricalibrano le proprie priorità globali. In questo mutamento anche l’Italia è chiamata, volente o nolente, a ridefinire la propria postura. Il Medio Oriente, lungi dall’essere un teatro periferico, è tornato a essere uno dei nodi in cui si intrecciano le ambizioni strategiche di Washington, le preoccupazioni di sicurezza israeliane, le aspirazioni di potenza di attori regionali come Turchia e Iran, gli interessi energetici ed economici della Cina e quelli, altrettanto rilevanti, dell’Europa stessa. In un simile contesto restare “a metà” non significa restare al riparo, ma esporsi senza incidere.

La differenza tra irrilevanza in tempo di pace e irrilevanza in tempo di crisi è infatti sostanziale. In un sistema stabile, anche l’attore marginale può beneficiare comunque delle regole garantite da altri. In un sistema instabile, invece, l’irrilevante diventa oggetto delle decisioni prese altrove. Le rotte energetiche, le catene logistiche, i flussi migratori, le filiere industriali – tutti elementi vitali per l’Italia – dipendono sempre più da scelte strategiche su cui Roma esercita un peso minimo se non definisce con chiarezza la propria posizione.

Prendere posizione non significa necessariamente allinearsi in modo acritico, ma definire con precisione i propri interessi vitali e agire coerentemente con essi. Da questo punto di vista l’Italia non parte affatto da una posizione svantaggiata. Possiede interessi diretti nel Mediterraneo allargato e nel Golfo, nelle relazioni energetiche con il mondo arabo e nella sicurezza delle principali rotte marittime. Dispone inoltre di strumenti che altri attori europei non hanno, tra cui una presenza militare consolidata nelle missioni internazionali, un comparto industriale della difesa ancora competitivo e una rete diplomatica che conserva credibilità in diversi contesti regionali. Tutto questo, tuttavia, rimane un patrimonio potenziale finché non si traduce in una decisione politica capace di orientarlo.

Alla base di questa difficoltà vi è anzitutto un fattore culturale, dunque politico. Per decenni si è diffusa l’idea che la dimensione strategica dei rapporti tra gli Stati appartenesse al passato, come se la competizione di potenza e la durezza dei rapporti di forza fossero residui di epoche più brutali. Si è pensato che l’economia potesse sostituire la strategia e che l’interdipendenza fosse sufficiente a regolare i rapporti tra gli Stati. Ma l’economia, in realtà, resta profondamente legata alla sicurezza, e la sicurezza dipende a sua volta dalla credibilità della forza, non nel senso di un militarismo caricaturale, ma in quello più realistico della deterrenza, della capacità di proiezione e, in ultima analisi, della possibilità di essere presi sul serio.

A questo elemento culturale se ne affianca però un altro, forse ancora più incisivo nel contesto italiano: la questione del consenso. L’indecisione non nasce soltanto dall’atrofia del pensiero strategico maturata in trent’anni di deresponsabilizzazione strategica; nasce anche da una paura quasi patologica della classe politica di pagare un prezzo elettorale per qualsiasi scelta.

In un sistema politico frammentato, attraversato da polarizzazioni e da una perenne campagna elettorale, ogni decisione di politica estera viene immediatamente tradotta in termini di guadagno o perdita di consenso. La crisi iraniana diventa così terreno minato. Chi sostiene l’azione americana e israeliana teme di essere dipinto come guerrafondaio o subordinato al volere altrui. Chi la critica teme di essere accusato di antiamericanismo o di indulgenza verso regimi autoritari. Il risultato inevitabile è quindi un ripiegamento su posizioni intermedie, formalmente equilibrate ma sostanzialmente evasive.

Sotto questo profilo, non vi è grande differenza tra maggioranza e opposizioni. Se la prima evita di decidere per timore delle conseguenze politiche, le seconde possono permettersi di dire proprio perché non sono chiamate a fare. Ma le critiche che provengono da quei banchi si risolvono spesso in richieste di indignazione e condanna, più che nella formulazione di autentiche scelte politiche.

In questo meccanismo rientra anche l’appello, sempre più frequente, ad alcuni riferimenti normativi. Il richiamo all’articolo 11 della Costituzione viene spesso utilizzato come formula conclusiva, come se bastasse evocarlo per sottrarsi all’analisi delle dinamiche in atto. Come se la semplice invocazione di un principio potesse schermarci dal caos che ci circonda.

Lo stesso accade con il diritto internazionale. Invocarlo in modo selettivo – a volte per condannare aggressioni, come quella russa contro l’Ucraina, altre per giustificare interventi militari in nome dell’autodifesa – solo quando consente di evitare una presa di posizione, significa trasformarlo in una foglia di fico. Il diritto internazionale non è un’entità trascendente che si impone al di sopra dei rapporti di forza. È storicamente il prodotto di quegli stessi rapporti. Limitarsi a registrare le violazioni senza interrogarsi sulle cause, sugli interessi nazionali coinvolti e sulle possibili linee di condotta, equivale a sottrarre la questione alla dimensione politica per relegarla a quella puramente amministrativa. E oggi, proprio mentre l’efficacia del diritto internazionale appare sempre più fragile, simili richiami finiscono per rivelare ciò che si nasconde tra le crepe di questo appello, vale a dire un soggetto terrorizzato e incapace di agire perché non sa scegliere.

Questa difficoltà non è però un incidente occasionale. È il riflesso di dinamiche più profonde. In Italia, infatti, la politica estera è spesso percepita come un tema marginale rispetto alle dinamiche interne, e il breve periodo elettorale tende a prevalere sistematicamente sul medio-lungo periodo strategico. I partiti temono di alienarsi segmenti dell’elettorato, siano essi portatori di sensibilità pacifiste o sostenitori di posture più assertive. Invece di guidare l’opinione pubblica, la seguono. Invece di spiegare la complessità, la semplificano. Invece di assumersi il rischio della responsabilità politica, si rifugiano nella gestione del consenso.

Eppure, la politica, soprattutto nelle fasi di crisi sistemica, non può ridursi a mera amministrazione del consenso. Governare significa anche saper guidare l’opinione pubblica nella comprensione dei vincoli internazionali, mostrando che ogni scelta comporta costi e che l’illusione di poter evitare le conseguenze non svanisce nemmeno quando si decide di non agire. Continuare a evocare la Costituzione o il diritto internazionale come scudi retorici può preservare l’immagine nel breve periodo (forse), ma nel lungo termine finisce per erodere la credibilità del Paese.

E la credibilità, in politica internazionale, è tutto. Alleati e rivali osservano. Osservano se un Paese è in grado di assumere decisioni coerenti con i propri interessi. Osservano se le sue classi dirigenti sono disposte a sostenerne politicamente le conseguenze. Quando percepiscono che ogni posizione è filtrata dal timore di perdere qualche punto nei sondaggi, la fiducia svanisce e quel Paese smette di essere considerato un attore affidabile.

La vera alternativa, dunque, non è tra pacifismo e interventismo, ma tra responsabilità e deresponsabilizzazione. Si può decidere di non partecipare a un’azione militare, spiegandone le ragioni strategiche, indicando una linea alternativa e assumendone i costi diplomatici. Si può decidere di sostenere un alleato, chiarendo limiti e condizioni. Oppure si può scegliere di agire con maggiore determinazione, esplicitandone obiettivi e motivazioni. Ciò che non è più sostenibile, in un sistema internazionale tornato competitivo e conflittuale, è la scelta di non decidere (talvolta addirittura mascherata da superiorità morale). È l’attendismo all’italiana che, nel timore di scegliere prima di conoscere l’esito degli eventi – come se scegliere a partita conclusa fosse davvero una scelta – preferisce lasciar avanzare gli altri nella speranza di arrivare ultima tra i primi.

La crisi iraniana, in questo senso, non chiede all’Italia di diventare improvvisamente una potenza egemone. Le chiede qualcosa di più semplice e al tempo stesso più difficile: essere coerente con sé stessa e con i propri interessi. Non si tratta, dunque, di invocare una scelta specifica, ma di richiamare la necessità stessa della decisione. Perché in politica internazionale il problema non è sempre quale decisione si prenda, ma se si sia ancora disposti a prenderne una.

In fondo la politica, nella sua essenza, non è altro che decisione in condizioni di incertezza. La burocrazia è gestione dell’esistente. E quando l’esistente comincia a crollare, la burocrazia non basta più. Il rischio per l’Italia, dunque, non è tanto quello di essere criticata per una scelta netta. Il rischio è di non essere nemmeno considerata nelle scelte altrui.

Se si vuole evitare che l’irrilevanza di oggi si trasformi nella marginalità strutturale di domani, occorre riaprire seriamente il dibattito sulla postura internazionale del Paese. Ridefinire le priorità, chiarire gli interessi, dotarsi di strumenti e avere il coraggio di agire. Accettare, soprattutto, che la libertà, la sicurezza, il benessere non sono garantiti da dichiarazioni di principio ma dalla capacità di essere presi sul serio. La crisi iraniana non è un episodio lontano. È uno specchio. Riflette la trasformazione del sistema internazionale e mette a nudo le fragilità di chi continua a confondere la stabilità con l’assenza di conflitto. La stabilità è equilibrio. E l’equilibrio richiede peso.

La questione, dunque, è semplice. L’Italia deve decidere se intende avere quel peso o continuare a delegarlo. Perché nella fase storica che si apre non decidere equivale a subire. E subire, significa lentamente scomparire dal tavolo dove si disegnano i nuovi equilibri. La storia non attende chi esita. E i posti vuoti, nella politica internazionale, vengono sempre occupati da qualcun altro.

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