OGGETTO: Il sogno cinese è appena iniziato
DATA: 15 Ottobre 2025
SEZIONE: Recensioni
FORMATO: Letture
AREA: Asia
Saggio denso e visionario, "La Cina ha vinto" di Alessandro Aresu (Feltrinelli, 2025) invita a guardare oltre i pregiudizi occidentali per comprendere la logica profonda del potere cinese. Attraverso la figura di Wang Huning, teorico del "Partito-Impero", Aresu mostra come conoscenza, pazienza e armonia sociale abbiano reso la Cina un attore indispensabile dell’equilibrio mondiale contemporaneo.
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La Cina ha vinto, come Alessandro Aresu ha titolato il suo ultimo saggio (Feltrinelli, 2025), non è una frase solo provocatoria, né è esagerato parlare del consolidamento dell’influenza (per ora) economica del Celeste Impero sul mondo come della più grande sfida del secolo. Secondo l’autore, la più grave difficoltà dell’Occidente è stata l’incapacità di cogliere e di saper leggere nelle pieghe del sistema sociale, economico e filosofico facente capo alla Repubblica Popolare. Da qui i fallimentari tentativi occidentali di interpretare ogni scossone come segnale di un collasso solo rimandato, rifiutando di calarsi nei panni e nella percezione dell’altro, fosse anche continuando a considerarlo un nemico.

La Cina ha vinto specialmente perché è indispensabile. Indispensabile alle catene di valore globali, in grado di produrre potenzialmente più conoscenze e più progresso tecnico di qualsiasi altra potenza. Stati Uniti compresi.

La Cina ha vinto perché a differenza degli occidentali ha compreso, sulle orme di Sun Tzu, come sia necessario conoscere il nemico e se stessi per vincere la guerra. Protagonista del lavoro di Aresu è in effetti il professore Wang Huning, esperto di politica internazionale e comparata. Eminenza grigia per eccellenza del Partito-Impero cinese, dato che dal 1995 ha servito tutti i segretari generali, entrando nel 2017 nel Comitato permanente del Politburo della Repubblica Popolare.

Erede della burocrazia celeste, millenario apparato che ha plasmato l’esistenza dell’Impero di Mezzo attraverso i secoli, Wang Huning ha intravisto le faglie nella potenza di Washington prima ancora che si materializzassero, visitando gli Stati Uniti tra il 1988 e il 1989, a ridosso del culmine del delirio unipolare statunitense, e scrivendo “America contro America”. La crepa insinuata nel ventre d’argilla dell’impero globale del Pentagono emerge nelle contraddizioni del suo sistema:

«La notte dell’insediamento di Bush, il professore di Shangai cammina per le strade di San Francisco. Lungo Bush Street, vede numerosi senzatetto dormire all’ingresso degli edifici. La scena gli ricorda la prima volta che ne ha visti a Washington  D.C., all’inizio del suo viaggio americano: così tante persone in quelle condizioni, nella capitale dell’impero. Com’è possibile?»

Più acuto dei suoi interlocutori, che scambiano ogni difficoltà mandarina per segnale della sua prossima dipartita, Wang Huning osserva e asseconda l’ascesa della Cina. Asseconda il “fiume millenario della civiltà cinese”, mentre gli altri, anche i tecnocrati o i tecnovassalli al servizio dell’attuale amministrazione americana, non riescono a replicare l’armonia della burocrazia celeste. Negli ultimi vent’anni la sintonia tra Partito, Stato e popolo cinese si è tradotta in una imponente proliferazione di cultura scientifica e tecnologica: la Cina, ogni quattro-cinque anni è in grado di produrre da sola l’intero bacino di lavoratori statunitensi altamente qualificati in materie STEM.

Roma, Maggio 2025. XXVII Martedì di Dissipatio

La virtù principale è la pazienza. Parlando della poesia come specchio culturale, Wang Huning vede come l’America, scegliendo tra due strade privilegi sempre la più facile. La mente occidentale non sa attendere. Una manifestazione di debolezza:

«Quelle rocce a volte ci mettono davanti ai nostri eccessi e ai nostri errori: costruiamo città fantasma, inquiniamo, rubiamo, perseguiamo idee sbagliate. Quanti errori! Possiamo andare avanti solo se superiamo quelle rocce, aggrappandoci in qualche modo ai nostri stessi errori. Non solo avanti, ma in alto.»

Ecco che nella scalata al vertice, per sentire «che suono faccia il vento» in cima alla montagna, la Cina può quasi godersi la vetta. Il socialismo capitalista cinese è intriso di etica confuciana. Concepisce la società in maniera organica. Ogni individuo in relazione all’altro. Così il tempo che scorre nel fiume millenario della civiltà cinese.

Il giuramento aziendale di Huawei recita orgoglioso:

“I nostri piedi poggiano sul saogno di prosperità dei nostri antenati

nella speranza di un rinnovamento nazionale.

Siamo una forza onesta, in grande progresso.”

E intanto persegue l’obiettivo di rendere la Cina del tutto autonoma nel campo della produzione di software e tecnologia informatica. La Cina dovrà bastare a se stessa, nell’intelligenza artificiale e nella produzione di automobili, con BYD in testa. Ma il mondo non dovrà essere lasciato in disparte. Dovrà essere il mondo a capire l’indispensabile valore della Cina. Scalzarla è impossibile. Il sogno cinese è appena iniziato. Rispetto al XVI secolo, quando l’indiscutibile (e spesso dimentica, alle nostre latitudini) potenza del Celeste Impero non si tradusse in egemonia, ma in glorioso isolamento, fino alle umilianti imposizioni occidentali ottocentesche e novecentesche, il Partito-Impero sta provando a porre rimedio. Con le invenzioni integrate nel sistema sociale e politico esistente, cercando di non sconvolgerne le tradizioni. La cibernetica, materia e termine divenuto ormai di capitale importanza nell’attuale congiuntura tecnologica diviene, come la sua radice greca kybernetes vorrebbe, “arte di reggere il timone”. Compito demandato alla burocrazia celeste: “custode dell’equilibrio invincibile dell’immobilità, di un ordine basato sulla sovrana indifferenza”.

Per risolvere le proprie storture, l’impero cinese deve lanciarsi nei flutti. Farsi talassocratica. Per il momento, prendendo possesso dei mezzi per solcare gli oceani. Come ciottoli per guadare il fiume, nel 2010 la Cina ha superato la Corea del Sud come più grande costruttore di navi del mondo. Con gli Stati Uniti fermi allo 0,1% della produzione globale.

Tradurre una superiorità economica in leva geopolitica resta un compito complesso. Ma i cinesi hanno iniziato ad attraversare il fiume. Intenzionati a non fermarsi.

Lo faranno armati? Forse non ce ne sarà bisogno.

Guardando al ventre dell’America, la Cina manifesta cautela. Si vende come “potenza responsabile”. Critica la strumentalizzazione dei diritti umani come freccia nell’arco dell’imperialismo occidentale. Prossimi a una guerra civile, a intensità sempre più alta, gli Stati Uniti mostrano segnali di implosione, tali da rivedere le proprie necessità strategiche nel proprio cortile di casa. Le fazioni si stanno armando per la resa dei conti. Le contraddizioni sociali del capitalismo americano e la sua intrinseca debolezza e stanchezza, sempre più evidenti:

«Non importa chi prevarrà. Il punto è che, combattendo gli uni contro gli altri, si distrarranno. Nel disordine, guarderanno il dito, mai la luna. La Cina subirà rallentamenti nei finanziamenti, avrà meno soldi da investire, in tanti ruberanno, ma la distrazione americana, la sua lacerazione, rimarrà la tendenza principale»

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