La cattura di Nicolás Maduro da parte degli Stati Uniti e la conseguente crisi del regime chavista in Venezuela hanno provocato effetti che vanno ben oltre l’America Latina. Alla luce di quanto accaduto, infatti, molti analisti hanno iniziato ad interrogarsi sulla tenuta di altri sistemi ideologicamente rigidi e strutturalmente sotto pressione dell’Occidente. Tra questi, la Repubblica Islamica dell’Iran e la Repubblica di Cuba sono i casi più immediati su cui riflettere.
Negli ultimi anni l’Iran ha dato sempre più l’impressione di essere uno Stato prossimo al fallimento. Nonostante un apparato repressivo radicato, una legittimazione ideologica che dura da oltre quattro decenni e un ruolo centrale negli equilibri del Medio Oriente, il regime costruito da Ruhollah Khomeini e oggi guidato da Ali Khamenei mostra segnali crescenti di affaticamento. Le difficoltà economiche strutturali, la tensione sociale, l’isolamento internazionale ed il confronto militare diretto con Israele e gli USA hanno riaperto uno scenario che fino a poco tempo fa sembrava remoto: cosa accadrebbe se il sistema teocratico iraniano dovesse implodere? E quali ripercussioni avrebbe un simile evento, non solo per Teheran ma per l’intera regione e oltre?
La Repubblica Islamica nasce nel 1979 dalla caduta dello Scià Mohammad Reza Pahlavi, travolto da una mobilitazione popolare alimentata dal malcontento per l’autoritarismo, la corruzione ed il ruolo repressivo e violento della Savak, la famigerata polizia segreta. Da quel momento, l’Iran ha sviluppato un assetto istituzionale peculiare, fondato su una teocrazia sciita affiancata da istituzioni elettive solo parzialmente autonome, rigidamente sorvegliate dal clero e dagli organi di controllo del regime. Per decenni questo equilibrio ha retto, garantendo una parvenza di partecipazione politica e una relativa stabilità. Oggi, tuttavia, quella formula appare in evidente crisi. La società iraniana è profondamente cambiata, mentre il sistema di potere è rimasto sostanzialmente invariato.
Con una popolazione in cui oltre il 60% dei cittadini ha meno di 35 anni, il divario generazionale con la leadership religiosa è diventato sempre più marcato. Le nuove generazioni reclamano libertà personali, crescita economica ed il venire meno dell’isolazionismo culturale. La risposta del regime, al contrario, si è tradotta in un irrigidimento repressivo fatto di censura, arresti e controllo capillare dello spazio pubblico.
Un punto di svolta fondamentale è stato rappresentato dalle proteste scoppiate nel settembre 2022 dopo la morte di Mahsa Amini, giovane donna arrestata dalla polizia morale per una presunta violazione delle norme religiose sull’abbigliamento e deceduta violentemente durante la detenzione. La mobilitazione popolare che ne è scaturita, diffusa e spontanea, ha travalicato confini sociali e geografici, mettendo in discussione l’autorità dello Stato ben oltre le previsioni delle stesse autorità. Da allora le sommosse popolari hanno assunto un carattere quasi ciclico fino ad oggi, con le ultime scoppiate proprio negli ultimi giorni del 2025, scaturite inizialmente da motivazioni di origine economica ma rapidamente sfociate nella manifestazione di un più ampio dissenso politico, con slogan contro il leader supremo e invocazioni di cambiamento politico radicale, fino ad episodi in cui, soprattutto i cittadini più giovani, si sono spinti ad invocare il ritorno dello Scià.
Le manifestazioni, infatti, sono iniziate il 28 dicembre 2025 nel cuore del Grande Bazar di Teheran, dove commercianti e lavoratori hanno protestato contro il crollo della valuta nazionale, il Rial, l’inflazione fuori controllo e l’aumento vertiginoso del costo della vita. Nel corso degli oltre dieci giorni successivi, le proteste si sono rapidamente diffuse in più di 250 località in 27 province, coinvolgendo studenti, lavoratori e cittadini di diverse età e classi sociali. Secondo organizzazioni per i diritti umani, le contestazioni hanno portato a decine di morti e migliaia di arresti: si parla di almeno 35 manifestanti uccisi e oltre 1.200 detenuti da parte delle forze di sicurezza.
Sul piano economico, ormai, il quadro è altrettanto critico. Le sanzioni occidentali hanno inciso pesantemente sulla capacità finanziaria del Paese. Il ritiro degli Stati Uniti dal JCPOA nel 2018 e il conseguente irrigidimento delle misure restrittive sulle esportazioni di idrocarburi hanno drasticamente ridotto le entrate pubbliche. Teheran ha cercato di compensare rafforzando i rapporti con Mosca e Pechino, ma il costo maggiore è ricaduto sulla popolazione, colpita da un’inflazione superiore al 40% e da una disoccupazione giovanile che supera il 25%. A questo si è aggiunto il deterioramento dell’immagine militare iraniana. I raid condotti da Israele e Stati Uniti contro le infrastrutture legate al programma nucleare, insieme alle pesanti sconfitte subite dai principali alleati regionali di Teheran (Hamas, Hezbollah e Assad), hanno indebolito la percezione della capacità di deterrenza iraniana.
In questo contesto, l’ipotesi di una crisi terminale del regime teocratico ha iniziato a circolare con maggiore insistenza negli ambienti analitici internazionali. La questione centrale riguarda però le modalità di un eventuale passaggio di potere. Uno scenario di cambiamento interno, più o meno traumatico, non potrebbe prescindere dal ruolo dei Pasdaran. I Guardiani della Rivoluzione, i pretoriani del regime sciita, sono diventati nel tempo il vero fulcro del sistema: controllano settori chiave dell’economia, influenzano direttamente la politica e detengono il monopolio della forza militare. Molti esponenti dei Pasdaran occupano oggi posizioni di vertice nelle istituzioni civili e amministrative. Il loro peso nelle decisioni strategiche, dalla politica estera al programma nucleare, è determinante. In caso di crisi, potrebbero scegliere di rimuovere Khamenei per preservare il sistema, sostenere un successore più gestibile oppure eliminare del tutto la figura della Guida Suprema. Più complesso e pericoloso sarebbe invece lo scenario di un collasso generalizzato, in cui anche l’apparato dei Pasdaran verrebbe travolto da un’insurrezione di massa. Le conseguenze sarebbero profonde e difficilmente controllabili.
Un primo elemento di rischio riguarderebbe la sicurezza energetica globale. Lo Stretto di Hormuz rappresenta uno dei principali snodi del commercio mondiale di petrolio e gas. Un vuoto di potere in Iran metterebbe a repentaglio la libertà di navigazione nel Golfo Persico, con potenziali fenomeni di pirateria e attacchi terroristici che provocherebbero un’impennata dei prezzi dell’energia. Ancora più delicata è la questione nucleare. Negli ultimi anni Teheran ha accelerato le attività di arricchimento dell’uranio, avvicinandosi alla soglia tecnica per la produzione di un’arma atomica. In assenza di una transizione controllata, materiali sensibili e know-how potrebbero finire nelle mani di attori non statali o di potenze terze. Non è ancora chiaro quanto materiale fissile sia sopravvissuto ai bombardamenti del giugno scorso, ma diverse analisi suggeriscono che una parte di esso sia stata trasferita in siti segreti prima degli attacchi.
La proliferazione incontrollata di tecnologia nucleare costituirebbe uno scenario estremamente destabilizzante, paragonabile a quanto avvenne dopo il collasso dell’Unione Sovietica nei primi anni Novanta. A complicare ulteriormente il quadro vi è la composizione etnica del Paese. L’Iran non è una realtà omogenea: accanto alla maggioranza persiana sciita convivono minoranze curde, arabe, azere e baluci. Alcune di queste comunità avanzano da tempo rivendicazioni autonomiste e hanno già ingaggiato scontri con il potere centrale. La fine della teocrazia potrebbe innescare una frammentazione territoriale o una guerra civile sul modello di altri contesti post-autoritari come Jugoslavia, Libia e Siria. Ad ogni modo, la prospettiva di una crisi di tale portata non può lasciare indifferenti i suoi alleati principali. La Russia, che aveva stretto con l’Iran un’alleanza strategica nell’ex Siria baatista diBashar al-Assad e un rapporto di collaborazione militare dopo l’invasione dell’Ucraina tramite la fornitura dei famigerati droni kamikaze Shahed (oggi prodotti direttamente dalla Russia con il nome “Geran”), perderebbe un partner chiave a favore di un’eventuale ed ulteriore estensione della sfera d’influenza americana in Medioriente.
La Cina, allo stesso modo, primo partner commerciale e primo acquirente del petrolio iraniano, rischierebbe di vedere seriamente minacciata la propria sicurezza energetica, non potendo più fare affidamento neanche sui rifornimenti di idrocarburi dal Venezuela. Perderebbe un tassello chiave della Belt and Road Initiative, oltre a ritrovarsi con un fianco scoperto in Medioriente, non più presidiato da un alleato antiamericano, potenziale nuovo teatro di guerre civili e possibile nuova casa per organizzazioni terroristiche. Nelle regioni periferiche del paese, come nel Sistan-Baluchistan al confine con il Pakistan e l’Afghanistan, infatti, vivono cospicue minoranze sunnite e gruppi estremisti potrebbero radicarvisi facilmente trovando terreno ideologicamente a loro favorevole, magari sostenuti dai Talebani o da Islamabad, entrambi desiderosi di espandere la propria sfera di influenza nel paese vicino.
Il paradosso iraniano risiede proprio in questa ambivalenza. Da un lato, il regime appare sempre più logoro, incapace di rinnovarsi e di rispondere alle aspettative della società. Dall’altro, la sua caduta rischia di generare instabilità su scala regionale e globale. La fine della Repubblica Islamica, però,non garantirebbe automaticamente un esito democratico bensì è più probabile che attraversi una fase prolungata di transizione caotica, conflitti interni e nuove forme di autoritarismo.
Prepararsi al “dopo” diventa quindi essenziale. La vera domanda non è soltanto se il regime iraniano cadrà, ma quali equilibri emergeranno nel momento in cui ciò possa accadere. Intanto Washington ha dato avvio alla mobilitazione degli aerei militari cargo C-5 Galaxy e C-17 Globemaster verso il Medio Oriente, parallelamente ad un aumento significativo dei voli di aerocisterne, indispensabili per garantire autonomia operativa su lunghe distanze e sostenere missioni aeree continuative.
Le intenzioni di tali movimenti sarebbero corroborate da una recente dichiarazione del presidente Trump in cui ha affermato che se l’Iran avesse esagerato con l’uso della forza contro i manifestanti avrebbe considerato l’idea di intervenire direttamente per rimuovere l’ayatollah Khamenei, analogamente con quanto fatto con il presidente Maduro in Venezuela. Per ora, la Repubblica Islamica continua a reggere grazie alla repressione e alla capacità di adattamento dimostrata in crisi precedenti. Ma le faglie si allargano ed il precedente del 1979 resta un monito costante per una leadership che sa di non essere più intoccabile.

Come dimostrato dalla recente cattura di Maduro in Venezuela, e con l’Iran come scenario più delicato sul piano strategico, Cuba appare come il terzo elemento di un asse politico ormai profondamente indebolito. L’isola caraibica attraversa da anni una crisi strutturale che combina stagnazione economica, carenze energetiche, inflazione e un’emigrazione di massa senza precedenti. Le proteste popolari, un tempo episodiche e facilmente contenibili, sono diventate più frequenti e più difficili da reprimere senza costi politici elevati. La legittimità storica del regime, fondata sulla rivoluzione castrista, inoltre, non esercita sempre minor presa culturale sulle generazioni più giovani.
La fine del sostegno venezuelano, prima energetico e poi politico, ha ulteriormente isolato L’Avana. Per decenni, infatti, il legame energetico e militare con Caracas aveva garantito a Cuba una sorta di assicurazione strategica. In cambio di sostegno militare (nel raid americano sono morti 32 soldati cubani di scorta a Maduro), Caracas forniva all’Havana oltre un terzo del fabbisogno petrolifero cubano a prezzo calmierato. Il venir meno di quel pilastro ha reso evidente la fragilità economica del sistema e la sua dipendenza da attori esterni sempre meno affidabili. Anche se da più di un anno le forniture di greggio venezuelane sono state sostituite da quelle messicane, queste ultime restano comunque soggette a potenziali sanzioni da parte americana, con la nuova amministrazione di Claudia Sheinbaum alle prese con un costante braccio di ferro con la politica estera di stampo Big Stick di Donald Trump.
A differenza dell’Iran, però, Cuba non rappresenta una minaccia militare regionale né un nodo critico per la sicurezza energetica globale. Tuttavia, un suo collasso avrebbe un forte valore simbolico e geopolitico in quanto segnerebbe la fine del ciclo dei regimi rivoluzionari anti-occidentali nati nel secondo Novecento e priverebbe attori come Russia e Cina di un avamposto politico nel cuore dei Caraibi e situato ad un passo dagli Stati Uniti.
Un eventuale regime change a Cuba, soprattutto se successivo o parallelo ad una eventuale crisi iraniana, rafforzerebbe l’idea di un effetto domino tra sistemi avversi all’Occidente. Non necessariamente a favore di democrazie liberali, ma certamente a discapito di strutture di potere basate ormai sulla mera repressione del dissenso e che soprattutto prescindono dal consenso di Washington. In questo senso, Cuba non è un caso isolato, ma parte di una dinamica più ampia. Una dinamica in cui la caduta di Maduro non appare più come un’eccezione, bensì come il primo segnale visibile di un ciclo politico arrivato al capolinea.
L’interesse verso l’Iran e l’Indopacifico, ad ogni modo, dimostra che la rivisitazione della dottrina Monroe da parte dell’amministrazione Trump, è in realtà solo parte minore di una strategia statunitense che punta sempre e comunque al globo. Gli apparati militari e di sicurezza degli Stati Uniti, infatti, coadiuvati dalla postura politica dell’amministrazione di Donald Trump, hanno dato avvio ad un’offensiva su più fronti volta a sottrarre al proprio avversario principale, la Cina, le risorse cardine dell’industria del presente e del futuro, ovvero petrolio e terre rare, e a porle sotto il proprio controllo, passando per Venezuela, Iran e Groenlandia, e avendo come punto di arrivo il disaccoppiamento di Mosca da Pechino, congelando il conflitto in Ucraina. La scacchiera è pronta e i pezzi già si muovono.