OGGETTO: Il fuoco che consuma
DATA: 06 Aprile 2026
SEZIONE: Recensioni
FORMATO: Letture
"Il fuoco di Prometeo. Intelligence e intelligenza artificiale" (Rubbettino, 2025), curato da Mario Caligiuri, affronta la sfida dell'intelligenza artificiale senza cedere né all'ottimismo facile né all'apocalisse: l'IA non minaccia l'uomo con la ribellione, ma con qualcosa di più sottile, l'assuefazione. E se la tecnica avanza senza una pedagogia all'altezza, ciò che si perde non è la libertà, ma la capacità stessa di desiderarla ancora.
VIVI NASCOSTO. ENTRA NEL NUCLEO OPERATIVO
Per leggere via mail il Dispaccio in formato PDF
Per ricevere a casa i libri in formato cartaceo della collana editoriale Dissipatio
Per partecipare di persona (o in streaming) agli incontri 'i martedì di Dissipatio'

“Dio ti aiuti, vecchio, i tuoi pensieri hanno creato una creatura dentro di te; e colui che l’intensità del pensiero rende un Prometeo, di quel cuore per sempre si ciberà un avvoltoio; quell’avvoltoio è la creatura stessa che egli crea”. 
– Herman Melville

Il fuoco di Prometeo è sempre stato la metafora del sapere che emancipa e insieme espone, che illumina e nello stesso atto consuma. È la maschera delle ambizioni e delle creazioni umane che permettono di trasformare il reale, e allo stesso tempo posseggono e intrappolano i propri demiurghi. Il volume “Il fuoco di Prometeo. Intelligence e intelligenza artificiale” (Rubbettino, 2025), curato da Mario Caligiuri, studioso di Intelligence e fondatore della Società italiana di intelligence e del Laboratorio sull’Intelligence dell’Università della Calabria, si presenta come un’opera corale che affronta una trasformazione epocale e prometeica quale quella dell’intelligenza artificiale e del rapporto di quest’ultima con l’intelligence. Lo fa tramite un approccio che evita sia il linguaggio specialistico chiuso sia la divulgazione superficiale e dozzinale. I contributi di Paolo Benanti, Gian Luca Foresti, Domenico Talia, Donato Malerba, Michele Colajanni, Paolo Messa, Emanuele Frontoni e Barbara Carfagna cercano così di inquadrare l’intelligenza artificiale non come oggetto tecnico, ma come forza che ricodifica le condizioni stesse della conoscenza e della convivenza sociale.

Tra questi, il saggio di Benanti occupa una posizione di rilievo. La sua analisi del cosiddetto “crollo di Babele” non si limita a denunciare gli effetti distorsivi del digitale, ma ne individua la radice antropologica. Il passaggio dal primo al secondo decennio del XXI secolo segna, per il teologo, la transizione da una promessa di connessione universale a una realtà di frammentazione sistemica. Attraverso il riferimento alla teoria del desiderio mimetico di René Girard, Benanti mostra come le piattaforme digitali non siano strumenti neutrali, ma dispositivi costruiti per amplificare rivalità, imitazione e confronto. Il “like” diventa un operatore di desiderio, non un semplice segno di approvazione. Ne deriva un ecosistema in cui l’attenzione è monetizzata e il conflitto è funzionale alla crescita. Questa logica, inizialmente economica, si estende poi al piano politico e geopolitico, dove la manipolazione cognitiva diventa una vera e propria tecnologia di potere.

Gli altri contributi si muovono lungo traiettorie complementari. Foresti propone un’integrazione pluralistica tra intelligenza naturale e artificiale, insistendo sulla necessità di mantenere il primato della responsabilità umana. Talia affronta il tema dei dati e della privacy come snodo decisivo del potere contemporaneo. Malerba introduce, invece, il paradigma dell’intelligenza artificiale simbiotica, che implica un’interazione sempre più stretta tra uomo e macchina. Colajanni e Messa riflettono sui limiti della natura umana e sul rischio esistenziale connesso allo sviluppo tecnologico. Frontoni richiama la centralità della creatività, mentre Carfagna analizza la trasformazione del linguaggio e della persuasione nell’ecosistema digitale. 

Saggi acuti e affilati che permettono al lettore di orientarsi nel labirinto della tecnica mostrandone le connessioni e le conseguenze del ruolo dell’innovazione sulla società e sui suoi ambiti costitutivi alternando divulgazione e analisi, critica e approfondimento. Ne emerge un libro orchestra magmatico, ma ricco di spunti e rimandi per affrontare questi nodi. Per comprendere il libro e il suo nucleo teorico occorre però approfondire la riflessione del curatore Mario Caligiuri.

Il suo impianto concettuale si fonda su una lettura storica e pedagogica delle trasformazioni tecnologiche. La stampa, il motore a scoppio, Internet non sono semplici innovazioni, ma cesure che hanno ridefinito i paradigmi cognitivi e sociali. Le idee ridefiniscono il ruolo della tecnica e solo le strutture interpretative di queste permettono la definizione del cambiamento. L’intelligenza artificiale si distingue da queste perché non interviene solo sui mezzi, ma sull’intelligenza stessa. Non estende le capacità umane dall’esterno, ma le replica, le imita, progressivamente le integra, ed in parte sostituisce, in alcune funzioni. È qui che si colloca il conflitto tra intelligenza naturale e artificiale, che Caligiuri descrive non come opposizione lineare, ma come tensione sistemica.

La questione decisiva non è stabilire se la macchina possa pensare, ma osservare come l’uomo, immerso in ambienti digitali, tenda a ristrutturare il proprio pensiero secondo logiche artificiali, seguendo tracciati codificati e binari. La semplificazione dei concetti, la polarizzazione, la riduzione lessicale e contenutistica ad una logica binaria non sono deviazioni occasionali, ma effetti sistemici di questa configurazione tecnica. Il rischio di questa tendenza però non è solo tecnologico, ma cognitivo, in quanto una progressiva perdita della capacità di interpretazione, non produce solo standardizzazione culturale, bensì il passaggio da una società che sa pensare con una che finisce solo per  funzionare. In questo senso, l’intelligenza artificiale agisce come specchio deformante che restituisce all’uomo un’immagine semplificata di sé.

Da qui deriva la ridefinizione del concetto di intelligence. Non più soltanto intesa come apparato informativo o strumento di sicurezza, ma quale forma amplificata di conoscenza, capace di integrare dati, interpretarli e trasformarli in decisione. Caligiuri insiste su un punto che attraversa l’intero volume: la sicurezza nazionale non è separabile dal livello cognitivo dei cittadini e da un progetto pedagogico. Una società incapace di comprendere la complessità è esposta, indipendentemente dalla sua potenza tecnologica, al collasso interno, alla dispersione interna delle proprie risorse, si condizionamenti esterni. L’intelligence diventa così una funzione pedagogica, una disciplina della comprensione e della connessione dei fattori nell’epoca dell’appiattimento.

Roma, Febbraio 2026. XXXII Martedì di Dissipatio

La riflessione si Caligiuri si amplia ulteriormente quando l’autore introduce il tema del “dopo”. L’intelligenza artificiale non è un punto di arrivo, ma una fase di un processo più ampio che include genetica, fisica quantistica, manipolazione della memoria, comunicazione interspecifica, economia dell’attenzione. In questo contesto, la figura del simbionte – l’uomo integrato con dispositivi tecnologici – non è un’ipotesi futuristica, ma una traiettoria già in atto in un mondo immersivo in cui la scissione tra realtà e ambiente digitale è sempre più approssimata. Una questione che pone così la sfida di quali forme e con quali conseguenze porterà in futuro questa integrazione simbiotica.

Di fronte a questi interrogativi Caligiuri rifiuta le narrazioni estreme oltre ipotesi apocalittiche o facili ottimismi. Il punto della sua analisi è pertanto la capacità umana di orientare questi processi. Qui emerge il riferimento implicito a una tradizione che va da Gunther Anders ad Hannah Arendt che insegna che non bisogna solo stare attenti a fare troppo e farlo male, ma soprattutto a non comprendere ciò che si fa. La tecnica produce effetti che eccedono l’intenzione, e proprio per questo richiede una responsabilità maggiore. Occorre un pensiero e una impostazione pedagogica capace di essere all’altezza delle capacità tecniche. 

Ed anche per questo Caligiuri si concentra su una bussola pedagogica per la civiltà del codice. Non solo nel senso scolastico del termine, ma come formazione di una classe dirigente capace di governare la complessità. La necessità di una paideia digitale e di una arete per l’educazione delle nuove élites evocata da Caligiuri parte dalla consapevolezza che senza una cultura adeguata, la tecnologia diventa inevitabilmente dominio e illusione. L’intelligenza artificiale, in questa prospettiva, deve essere integrata come potenziamento dell’intelligenza naturale, non come sua sostituzione o abbandono a un fatalismo tecnico.

Si chiarisce così anche il significato della metafora prometeica. Il fuoco non è né bene né male: è potenza. Ma ogni potenza richiede una misura. Il rischio contemporaneo non è tanto la ribellione delle macchine, quanto una forma di adattamento passivo dell’uomo, una deriva che richiama più Huxley che Orwell. Non la costrizione, ma l’assuefazione; non la perdita violenta di libertà e responsabilità, ma la loro erosione silenziosa.

Nel complesso, il volume si distingue, quindi, per la sua capacità di mantenere insieme analisi teorica e consapevolezza storica tramite una visione che non propone soluzioni immediate, ma costruisce un quadro interpretativo che restituisce profondità al dibattito sull’intelligenza artificiale oltre che una prospettiva di lungo periodo. 

Regalando al lettore una bussola culturale e pedagogica per domare il fuoco di Prometeo dell’intelligenza artificiale senza finirne consumati. 

I più letti

Per approfondire

L'inevitabilità di un piano infernale

Cosa accadrebbe se Machiavelli e Montesquieu s'incontrassero nell'oltretomba? Il dialogo immaginato da Maurice Joly circa centocinquant'anni fa è l'esemplificazione dell'infinita partita fra autoritarismo e democrazia: le due forze complementari di ogni sistema politico contemporaneo occidentale. La perversione delle mire al potere contro l'eroismo di chi s'impone per lasciare il controllo a strutture impersonali. Centocinquant'anni dopo nulla è cambiato.

An elephant in the room

Il cinema di Gus Van Sant.

Amore e rivoluzione

'Una donna alla finestra' è un paradossale manifesto antiborghese; un romanzo che ha consacrato Pierre Drieu La Rochelle come uno tra i più abili maestri dell’introspezione psicologica del Novecento.

«Per fortuna la vita è più grande dell’intelligenza e da un certo punto di vista sono le cose a fare noi più che noi a fare le cose». Il senso del romanzo oggi secondo Claudio Gallo

Cani di Carta è la storia di Rodolfo Rodrick, giornalista della Gazzetta di Moralia, il quale scopre che la nuova rete idrica di Bengodi è costruita con materiali altamente cancerogeni. Ma un fatto dev’essere riconosciuto dalla società per esistere, e il governo tace per non indisporre l’Impero alleato di Aurelia dove si producono le tubature. La fonte della notizia è un dirigente della Società Acque Potabili, che poco dopo si uccide. È la prima di una serie di morti sospette che coinvolge chiunque incroci la rivelazione. Per scrivere lo scoop della vita, Rodolfo dovrà sopravvivere alla censura invisibile dei media e al mondo letale dei servizi segreti.

Il limite ultimo della tecnica

L’apparato tecnico, anziché risolvere le contraddizioni, spesso le amplifica, le esaspera, proprio perché continua a fondarsi sul presupposto illusorio del divenire. Pretendere di ridurre l’essere ad oggetto della volontà, significa ignorare la natura ontologica del reale, cadere in una contraddizione insanabile, la quale si traduce, sul piano pratico, nel senso di smarrimento e nell’angoscia.

Gruppo MAGOG