Amore e rivoluzione

'Una donna alla finestra' è un paradossale manifesto antiborghese; un romanzo che ha consacrato Pierre Drieu La Rochelle come uno tra i più abili maestri dell’introspezione psicologica del Novecento.
'Una donna alla finestra' è un paradossale manifesto antiborghese; un romanzo che ha consacrato Pierre Drieu La Rochelle come uno tra i più abili maestri dell’introspezione psicologica del Novecento.

Nel 1944, circa un anno prima del suicidio, Pierre Drieu La Rochelle annotava nel suo “diario” il desiderio di rimanere nella penombra soprattutto a causa della contrazione della propria delicatezza “di fronte agli aspetti intimamente grossolani di un’affermazione esteriore“. Questa confessione è sufficiente a farci comprendere che accostarsi all’autore di Gilles significa mettere in conto naufragio, la possibilità della impossibilità dell’avvicinamento; non è certo un caso che, benché vari critici coraggiosi si siano occupati dello scrittore con grande sensibilità ed efficacia, con Drieu ci si senta sempre inesperti pionieri dell’esegesi, assolutamente dispersi, disarcionati quasi quanto lui. Pubblicato in italiano nel 2017 da GOG e magistralmente curato da Marco Settimini, il romanzo del quale si cercherà in queste righe di evocare solo alcune suggestioni, non ha in fondo un titolo così accattivante. Eppure, a ben guardare, Una donna alla finestra (1929) con la sua sibillina semplicità apre al mistero ancora prima che ci si inoltri nella lettura. Cosa infatti potremmo mai scorgere oltre la finestra dell’albergo ateniese dove soggiorna la giovane, bellissima Margot? Non il semplice pretesto per uscire e inseguire una contingente novità ma lo stimolo per rientrare in sé o in qualche modo per evadere, tramite la chiave di una inaspettata avventura amorosa, dalla propria, intima prigione esistenziale – “certo è che schiudere una finestra sul silenzio e sull’inattuale, ed essere una donna segreta che si sporge sull’abisso, è un emozione”.

Margot è un’affascinante ragazza francese quasi trentenne sposata con l’ambasciatore italiano Rico Santorini che di anni ne ha cinquanta. I due trascorrono le loro sere nella capitale greca in cene e passatempi mondani insieme a una combriccola di uomini e donne più o meno benestanti e, nel complesso, escluse alcune eccezioni, abbastanza frivoli – fantasmi li giudicherà Margot. Si tratta dell’ambiente dell’alta borghesia cosmopolita della fine degli anni ’20, popolato da diplomatici, ricchi e superficiali affaristi e donne abbastanza disperate, all’apparenza felici, rotte in qualche modo dentro, novelle Madame Bovary, ma molto più borghesi. Tutto inizia a mutare allorquando la giovane – che significativamente non dorme nella stessa camera del marito – scorge dalla finestra dell’albergo un uomo in fuga. Notata la donna, il misterioso fuggiasco – un comunista francese di madre greco-egiziana braccato a causa di un attentato – la convince a soccorrerlo accogliendolo nella sua stanza. Da qui si sviluppa il racconto che condurrà successivamente Margot, il fuggitivo Michel Boutros e l’uomo d’affari Malfosse verso una peregrinazione nel cuore della Grecia che dovrebbe terminare con la dipartita del comunista dall’Ellade.

Sebbene si tratti di un romanzo costruito intorno alle profonde e talvolta contrastanti impressioni dei vari personaggi sulla passione amorosa, il testo non è solo amore che porta verità e verità che palesandosi dialetticamente porta alla luce dalle viscere dell’inconscio una radicale forma di più autentico amore, ma è anche analisi metapolitica e intuitivamente sociologica nella misura in cui rientri nella sociologia sviscerare i motivi che inducono gli uomini a credere negli ideali. Scopriamo così che in quegli anni essere comunisti può significare financo aderire a una grande idea che con la sua feroce vitalità appare foriera di una nuova era – anti borghese, virile, antesignana di un altro tipo umano. Comunisti per rimescolare le carte, insomma, per superare il morente vecchiume e la sua decadente grazia, per aderire al divenire vitale e forgiare dalle ceneri della modernità il sol dell’avvenire – sì, ma destinato, come ogni effimera produzione umana, fatalmente a tramontare. Michel è comunista perché ama la vita e si reca laddove essa si palesa in modo sublime e inevitabilmente distruttivo: “Lenin è appena morto, i russi sono ancora in piedi. Durerà quel tanto che durerà. Ma mi sarò dato a ciò che vi era di più forte nel mondo, nel mio tempo”. Michel è ancora più preciso quando afferma che, in mancanza di “forme nuove e sconosciute”, bisogna ridiventare barbari:

(…) prossimi a ricadere nell’oscuro crogiuolo, protesi sull’abisso a venire, sogniamo di future germinazioni attraverso i crolli e le marcescenze che ci trascinano. Siamo all’ultimo respiro, da noi non rinascerà più niente nelle forme che ci sono note, in Europa la fora della creazione non ripartirà se non dopo terribili dissoluzioni; ma mentre il fiume della nostra civiltà è prossimo a sfociare nel mare che ci annega, percorrendo d’un tratto il ciclo ricorrente delle evaporazioni, delle nuvole e delle piogge, la nostra immaginazione si rilancia verso le sorgenti da cui sgorgherà il nuovo fiume. Vago attorno agli abissi perché so che vi ricado e che ne verrò fuori; sono lo Spirito sempre vivo.  

Pierre Driu La Rochelle – Una donna alla finestra

Pierre Drieu La Rochelle

Le parole di Boutros sono emblematiche nel presentare una concezione della storia di origine quasi eraclitea, spengleriana o, per certi versi, stoica: non importa che il rinnovamento passi da New York o da Leningrado: ciò che conta è aderire con spirito incorrotto ai movimenti che come scosse telluriche stravolgono il corso della storia e con esso i suoi titanici protagonisti: gli uomini. Queste sono in sintesi l’idea e l’ethos di Michel, il quale, d’altra parte, è abbagliato dalla tragica poesia che ancora traspare dietro le rovine della Grecia antica ma anche dai tramonti scarlatti e dai pastori che calcano, nonostante il rimescolamento etnico e l’avvento della civilizzazione, da secoli lo stesso atavico, originario suolo nei pressi dei sacrali resti del santuario di Delfi. Nelle pagine dedicate alla Grecia l’amore tra i protagonisti si gonfia e raggiunge la sua acme affiorando con naturalezza, quasi ne fosse espressione, dal sentimento misterico che il poeta parigino è in grado di risvegliare e di officiare – lui che nella patria di Sofocle aveva soggiornato qualche tempo prima di pubblicare il romanzo e che, nel Diario di un delicato, aveva ammesso di preferire a quella classica una Grecia “inafferrabilmente misteriosa”, “interiore, turbata, ansiosa”, “che domina il suo turbamento ma che lo conosce, lo pratica, lo consuma”. Oltre alle metafisiche meditazioni sulla Grecia che sono, per così dire, un topos nella produzione di La Rochelle, il libro anticipa implicitamente, quasi fosse una sorta di presagio per lo scrittore, la futura adesione dello stesso a un tipo di fascismo “immenso e rosso” di cui sarà manifestazione l’importante raccolta di saggi non a caso intitolata Socialismo fascista e, più in particolare, il contributo ivi contenuto Contro Marx – in quest’ultimo studio il filosofo di Treviri sarà interpretato, criticato e integrato attraverso la filosofia nietzscheana. D’altra parte, una simile posizione – che sulla scorta di Zeev Sternhell potremmo collocare nel solco del revisionismo del marxismo o, sorelianamente, della sua “decomposizione” – sublima la stessa originaria idea di fascismo alla quale il ribelle Drieu, pur conoscendone bene l’ambiente, non si sente ancora perfettamente affiliato – lo sarà, a suo modo e con la tragica radicalità che gli è propria, di lì a poco.

Il libro, come altri dello stesso scrittore e come I Sette colori dell’altrettanto proscritto Robert Brasillach, ha il pregio di rievocare in modo assai preciso – come solo i grandi pittori della scrittura sanno fare – cosa potesse significare allora credere in un’idea e come ci fosse una sorta di sottinteso rispetto per i militanti, spesso indipendentemente dallo schieramento all’interno del quale avevano scelto di credere, di vivere e di combattere. Altri tempi appunto – che inizieranno a mutare negli anni ’30 per terminare, salvo alcune importanti eccezioni, nel gorgo della seconda guerra mondiale quando la progressiva moralizzazione delle idee polarizzerà le differenze attraverso l’astratta dicotomia bene-male: i buoni da una parte, i cattivi dall’altra. La borghese Margot – lo stesso Rico, italiano non certamente comunista – non si scandalizzano per la posizione politica del nuovo arrivato; anzi, pur non condividendola ed essendo atterriti dalla promessa di ferocia e selvatichezza che il trionfante bolscevismo sembrava portare con sé, ne sono intuitivamente attratti e la rispettano – più l’uomo che l’idea, s’intende; d’altronde il libro mostra anche un’altra importante verità: di sovente non sono le idee a nobilitare gli uomini ma gli uomini le idee.

Come nelle altre opere Drieu è abile anche nel tratteggiare la tensione che trapela nell’aria alla fine degli anni Venti quando il mito della rivoluzione (non solo comunista) continua a espandersi in tutta Europa e la imminente crisi economica racchiude in sé i prodromi delle tragedie future. Anche se mediante l’artificio letterario, il libro è una sorta di paradossale manifesto antiborghese che proprio quando affresca i moti dell’animo e le manie individualistiche dell’uomo moderno (ne sono un esempio sia Rico che, in parte, Margot), le supera nell’anelito all’oltrepassamento di ogni facile eudemonismo ed edonismo. Certo, per Margot questo significa lasciarsi alle spalle il mondo ozioso e inutilmente sfavillante proprio della sua condizione sociale per seguire sino alle estreme conseguenze la passione per un uomo che addirittura – a lei, oziosa e ricca benestante – promette lavoro, sudore e abbandono di ogni narcisistico apparire; invece per Boutros significa combattere contro questo stesso amore che potrebbe infiacchirne la volontà facendolo capitolare di fronte al sentimentalismo borghese che è dentro ognuno di noi, anche dentro gli eroi. Nondimeno l’amore sembrerà in un certo senso trionfare sulla durezza dell’autodisciplina giacché Boutros è sì un comunista, un antiborghese, un asceta della militanza impersonale che annuncia nella disgregazione dell’io l’oltreuomo dell’idea, ma è parimenti, scrive rassegnato Rico, un uomo dalle “grandi debolezze” che ha trasformato tuttavia in “solide armi”. In fondo, prosegue Rico, il comunismo non è così importante, “è una parola”; e “si sa cosa ne fa la vita, delle parole” poiché “un uomo forte alla fine vale sempre di più delle parole” – o non sarà anche questa convinzione nient’altro che un’illusione, una divagazione, un abbellimento, un altro ardente fuoco fatuo?

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