I navigatori dell'infinito

La fantascienza di J.-H. Rosny aîné.
La fantascienza di J.-H. Rosny aîné.

J.-H. Rosny aîné può essere considerato uno dei fondatori della moderna fantascienza. I suoi racconti anticiparono le narrazioni di H.G. Wells, con un’influenza considerevole. Il breve romanzo “I navigatori dell’infinito” (1925), capolavoro che introdusse il termine astronautica, unitamente al sequel “Gli astronauti” (1960), pubblicato postumo, vengono riproposti oggi dall’editore il Palindromo di Palermo, con traduzione di Flavio Mainetti, nella collana “I tre sedili deserti” diretta da Giuseppe Aguanno. Autore dell’introduzione è Sandro Pergameno, noto divulgatore e studioso di fantascienza, direttore di varie collane nella vecchia Editrice Nord, mentre Massimo Del Pizzo, estensore del saggio finale, è professore associato di letteratura francese all’Università di Bari, primo in Italia a puntare i riflettori su Rosny, cui ha dedicato numerosi studi, saggi e articoli.

Se H. G. Wells e Jules Verne sono ritenuti i pionieri della fantascienza, J.-H. Rosny aîné rimane ad oggi un nome sconosciuto ai più, nonostante sia stato una figura di spicco nella vita letteraria francese dell’inizio del XX secolo, producendo un numero di lavori estremamente interessanti in quel genere. Nato a Bruxelles nel 1856, dopo un soggiorno in Inghilterra proseguì la sua carriera di letterato professionista a Parigi. Fu dapprima un seguace di Zola, poi un rispettabile membro dell’Académie Goncourt – eppure eccezionalmente affascinato dalle prospettive che la scienza e la tecnica stavano aprendo in quegli anni turbolenti.

“I navigatori dell’infinito – Gli astronauti” di J. H. Rosny aîné

Il suo vero nome era Joseph-Henri Honoré Böex; aveva un fratello minore, anch’egli romanziere, ed entrambi all’inizio usarono lo stesso pseudonimo. Fino al 1892, Joseph-Henri pubblicò le sue opere sotto il nome di J.-H. Rosny; poi, tra il 1893 e il 1907, questo pseudonimo fu usato per i libri scritti dai due fratelli in collaborazione, fino al 1907, quando il nostro autore scelse di firmarsi come J.-H. Rosny aîné. La fantascienza di Rosny aîné può essere suddivisa in quattro categorie, che rappresentano diversi aspetti della stessa visione: incontri con forme di vita aliene, nel passato o nel futuro, ovvero su altri pianeti; esplorazione di mondi paralleli o confronto con fenomeni inspiegabili, che incidono sul presente del narratore e del lettore; racconti basati sul modello dell’isola sconosciuta, in cui i protagonisti umani si trovano improvvisamente tagliati fuori dalla società e collocati in un ambiente selvaggio che viene presentato come un mondo “autonomo”; infine, romanzi che trattano della vita dell’uomo e degli animali nella preistoria. Le storie seguono quasi sempre lo stesso schema: uno o più viaggiatori scoprono un angolo inesplorato del globo o dell’universo, nel quale sono costretti a confrontarsi con creature la cui esistenza mette in discussione alcune ipotesi di base sull’umanità o rivela alcuni aspetti nascosti della personalità umana. Le relazioni sociali sono ridotte al minimo e l’impatto della scoperta ricade sulle soggettività isolate dei protagonisti.

Nel primo dei due romanzi contenuti nel volume, si descrive la spedizione scientifica per raggiungere Marte a bordo della navicella Stellarium. Dall’epoca della pubblicazione del racconto, la scienza ha fatto enormi progressi, tuttavia la narrazione non pare aver subito ripercussioni – anche se in alcuni punti l’approccio tecnologico relativo ai viaggi spaziali può far sorridere i lettori. Giunti a destinazione, i nostri viaggiatori scopriranno tre diverse forme di vita sul pianeta: i Tripedi, con un fisico diverso dal nostro ma impregnati di grande bellezza; gli Zoomorfi, bizzarre creature che minacciano i Tripedi; e gli evoluti Eterei. I terrestri e i marziani, venuti a contatto, supereranno rapidamente le loro differenze fisiologiche e i problemi di comunicazione; come i loro rispettivi pianeti, una cultura (l’umana) è più giovane, l’altra più anziana, di conseguenza i Tripedi potranno scambiare la propria saggezza con la forza rinvigorente della stirpe terrestre. Gli scienziati condivideranno anche il loro know-how e le attrezzature per aiutare i Tripedi a difendersi dalle presenze ostili. Una storia d’amore sorprendente inizierà anche tra la marziana Grace e il narratore, affascinato dalla sua eccezionale bellezza, ma che deve più alla sua eleganza e luminosità che al suo antropomorfismo.

Se “I navigatori dell’infinito” ci accompagna nell’esplorazione del pianeta Marte, opera di tre astronauti che scoprono una fauna sorprendente e una civiltà sull’orlo dell’estinzione, il tutto sotto il segno dell’umanesimo, dello scambio e dell’amicizia, “Gli astronauti” racconta il ritorno degli scienziati su Marte, questa volta accompagnati da Violaine, la fidanzata “molto umana” del narratore. I personaggi principali scopriranno le evoluzioni che hanno avuto luogo dalla loro partenza – avevano aiutato i marziani nella lotta per la sopravvivenza, che era divenuta incerta a causa dello sviluppo degli Zoomorfi, una specie invasiva che si alimentava estraendo dal suolo ogni sostanza nutritiva, rendendolo così sterile.

In Rosny l’immaginazione opera in due direzioni contrarie e tuttavia complementari: da un lato, si espande indefinitamente, suggerendo la possibile esistenza di nuovi universi o mondi paralleli sconfinati, la sopravvivenza e lo sviluppo di antiche forme di vita o catastrofi dovute a imprevedibili capricci cosmici; d’altra parte, questi elementi divergenti sono tenuti sotto controllo da un atto di fede nell’esistenza di un principio unificante l’universo e impedente il caos. Questa concezione si manifesta nella ricorrenza di alcuni elementi nella finzione di Rosny: i suoi personaggi principali sono di solito scienziati, filosofi o poeti: sono mistici esploratori dell’ignoto, sempre fuori dalla società, e poco preoccupati per le sorti del resto dell’umanità. Il mondo della normalità non appare quasi mai, e quando accade lo vediamo popolato da brutali zoticoni, assetati di sangue, servi stupidi ma fedeli. Solo una piccola élite si avvicina al senso di unità religiosa con il mondo, anche se è vero che il potere secolare non è il loro obiettivo: quando questi superuomini, grazie alla loro conoscenza e qualità spirituale superiore, salvano il mondo, di solito si ritirano in uno splendido isolamento dopo aver consigliato ai fratelli meno dotati di coltivare la saggezza.

In questo quadro, la conoscenza scientifica non è un fine di per sé né un mezzo per stabilire la padronanza dell’uomo sulla natura o dell’uomo sull’uomo, ma semplicemente un altro elemento che aumenta la nostra percezione dell’unità di base e del mistero della creazione. Pertanto, la sua fantascienza non mira a creare strutture immaginarie basate su ipotesi scientifiche: unisce il logico processo deduttivo della ricerca scientifica ad una vaga meditazione, intervallata da sogni ad occhi aperti sulla misteriosa natura dell’universo. E la scienza consente all’uomo moderno di vedere, al di là delle apparenze, che la diversità del mondo fa parte della sua fondamentale unità. La conoscenza scientifica è la scoperta, per logica deduzione, dei fatti accennati dalla tradizione mitica e popolare, che la vita in tutti i suoi aspetti scaturisce da un bisogno unificante; poiché è una sorta di rivelazione, deve essere perseguita isolatamente, al di fuori del contesto sociale e storico. Questo tentativo di conciliare il concetto razionale e l’intuizione sovrarazionale può essere spiegato solo se ci si rende conto che la visione di Rosny è permeata dal mito edenico, cioè dalla nostalgia per un periodo immaginario in cui l’universo era caratterizzato dall’unione organica di elementi opposti e contraddittori. Inoltre, possiamo affermare che Rosny era affascinato dalla nozione di un’era a-storica, di un tempo in cui le complessità della società moderna erano sconosciute e in cui la forza bruta determinava l’evoluzione. Da qui il ruolo svolto dalla preistoria nella sua narrativa, che gli forniva un ambiente in cui delineare il concetto di un legame fondamentale che unisce uomini e animali, ed anche esprimere la sua ambivalente risposta alle spinte primordiali.

Questo è il motivo per cui Rosny finisce per equiparare la scienza all’entusiasmo poetico: come i poeti romantici, gli scienziati hanno lavorato per ricreare l’unità originale perduta. La loro funzione era religiosa poiché portava a un’interpretazione metafisica del mondo e nasceva da un soggettivo senso di meraviglia per lo spettacolo dell’universo. In un mondo in cui Dio era morto, la scienza doveva assumere il ruolo della religione tradizionale e mostrare che c’era uno scopo – anche se non del tutto comprensibile per l’uomo – nell’universo. Alla luce della scena letteraria francese della fine del XIX secolo, il lavoro di Rosny appare così come una reazione alla finzione naturalistica e al materialismo meccanico.

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