OGGETTO: Alle porte del Vaticano
DATA: 10 Giugno 2021
A sabotare il ddl Zan potrebbe essere proprio il "nuovo Partito Romano" per eliminare qualsiasi ipotesi di avvicinamento tra il centro-destra e il Vaticano.
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È condivisibile l’analisi secondo cui oggi assistiamo ad un’intromissione dello Stato negli affari della Chiesa? Per ben comprendere le dinamiche in atto ci son voluti gli illuminanti spunti di riflessione del noto vaticanista e docente di Geopolitica Vaticana Piero Schiavazzi, resi nel corso di una piacevole chiacchierata. Fino ad oggi ci siamo trovati ad osservare esattamente il contrario: la Chiesa che si inseriva nel dibattito politico per arginare o, quantomeno rallentare, l’adozione di leggi avvertite dalla Chiesa come “rivoluzionarie”. Il parallelismo è suggerito dal dibattito sulla adozione del noto ddl Zan, un testo di legge molto discusso che si aggira come uno spettro, vaga di notte per le vie romane e, con fare frettoloso e guardingo, attraversa i ponti che connettono le due sponde del Tevere per agitare ed inquietare i sonni di una parte di politici, di alti prelati e, finanche, dei due massimi rappresentanti del potere in Italia e in Vaticano: il Presidente  Mattarella e Papa Bergoglio.

Nel Pontefice, in particolare, riecheggia l’incubo della profezia del Cardinale Francis George: “Io verrò deriso, ma il mio successore morirà in prigione e il suo successore morirà martire in una piazza pubblica e successore del vescovo martire raccoglierà i resti di una società in rovina e lentamente aiuterà a ricostruire la civiltà, come la Chiesa ha fatto tante volte lungo la storia.” Un incubo che potrebbe trovare riscontro nell’articolo 2 del disegno di legge Zan che, se interpretato letteralmente, potrebbe mettere in seria discussione il principio di libertà religiosa, scatenare un incidente diplomatico tra Santa Sede e Repubblica Italiana, nonché porre fuori legge S. Paolo con la lettera ai Romani, gli articoli 2356, 2357, 2358 del Catechismo e finanche S. Agostino. Si è arrivati dunque al punto che le religioni, che di per sé esprimono concetti radicali – ovviamente da contestualizzare in base ai tempi e ai luoghi – vengano minacciate nella loro libertà e colpite per mezzo della legge. All’interno di tale scenario Bergoglio sente l’obbligo, al pari dei suoi predecessori, di reagire al fine di garantire l’indipendenza dell’istituzione dalle strumentalizzazioni del potere. Sul punto illuminante è l’affermazione di Piero Schiavazzi che in un articolo pubblicato nel 2015 su Huffington Post, afferma: “i Papi possono essere di destra o di sinistra, conservatori o riformatori, ma senza eccezione sentono l’obbligo di custodire, di garantire la prerogativa della sovranità spirituale, coscienti che su questo verranno valutati da Dio e dalla storia”.

Tra gli obiettivi della legge vi è, inoltre, quello di introdurre l’identità di genere contro cui Bergoglio ha in più occasioni puntato il dito. Nel 2016, di ritorno da un viaggio nel Caucaso, affermò che c’è “una guerra contro il Matrimonio combattuta, appunto, dai sostenitori della teoria gender.” Nel primo capitolo della nota Enciclica “Fratelli Tutti”, il Papa mette in guardia dal decostruzionismo, ovvero la rimozione delle identità avvertite come un limite alla libertà, inquadrandolo come il grande problema della nostra epoca. Per Francesco, al contrario, è proprio l’identità ad essere foriera di libertà perché non si presta ad essere cambiata, modificata o manipolata. L’identità è pura indipendentemente dal mercato, ovvero da quell’idea di “civiltà supermarket” che rimuove tutto quello che non è negoziabile e quindi trasformabile in merce. Se la legge entrasse in vigore così come concepita  andrebbe a produrre un’umanità a forte contenuto individualista funzionale agli interessi del mercato, nonché a sconvolgere  le “radici dell’umano” su cui è cresciuta la nostra civiltà, generando, per l’effetto, una terribile confusione antropologica.

Interessante, al riguardo, è l’analisi di Marina Terragni che in un articolo dello scorso 27 maggio pubblicato su Avvenire, parla di pericolo di cambio della condizione umana senza precedenti, finalizzato ad abbattere quelle differenze sessuali la cui cancellazione plasmerebbe per il mercato “un individuo perfettamente neutro, soggetto fluido, precario assoluto. Perfino nel suo corpo perfetto per il neocapitalismo liberale, in una logica del profitto senza regole, limiti o contrappesi”. La Terragni – nota per le sue posizioni femministe – non è una voce isolata all’interno di quel mondo. Critiche al testo giungono, infatti, oltre che da una parte del mondo femminista, anche da parte della sinistra progressista e del mondo omosessuale. Gli omosessuali, in particolare, dopo le dure lotte di Stonewall del 1969 per l’ottenimento del riconoscimento di una propria identità, certamente non vorrebbe vedersela negare dalla pan sessualità o bisessualità. Papa Francesco, per come ci fa notare ancora Schiavazzi, ha ben chiare queste differenze relative al fatto che se il termine “gay designa una natura, gender disegna una cultura: un tentativo di tornare indietro di venti secoli, alla madre di tutte la battaglie, quando Paolo venne a Roma e sfidò l’ideologia “Gender” del tempo, appunto, vale a dire una diffusa e omologante pratica bisessuale, con propensione all’esperienza prescindendo dalla tendenza. Dunque – prosegue Schiavazzi – se “Gay”, nella concezione del Papa, rimanda pertanto a un incontro di persone, Gender evoca invece uno scontro di culture, anzi di civiltà”.

All’interno di tale “scontro” il disegno di legge Zan, con i risvolti penali ad esso connessi, potrebbe fungere da fattore di condizionamento psico -sociale rispetto a chi si oppone al nuovo ordine in via di costituzione generando – per come affermato da Marcello Veneziani in un articolo apparso su “La Verità” lo scorso 9 maggio- “un’inquietante zona grigia soggetta a interpretazioni giudiziarie derivanti per lo più da pressioni di varia natura”. Ed è proprio in questa zona grigia che si potrebbe consumare quello scontro diplomatico che, al pari di uno spettro, continua ad irrompere nei sonni dei decisori politici e dell’inquilino del Colle, prospettando il seguente scenario: “ci sarà un giudice a Canicattì” pronto a valutare se mettere fuori legge il catechismo della Chiesa Cattolica, o la lettera di “San Paolo ai Romani”, aprendo così un contenzioso internazionale che andrebbe a generare una crisi diplomatica? Ma a questo punto, se il Papa dovesse ribadire il concetto secondo cui esiste una guerra mondiale del gender contro il matrimonio, anche la stessa potrebbe essere oggetto di valutazione in quanto frase di incitamento alla violenza e quindi costituire il presupposto di un’incriminazione di Francesco presso la corte internazionale dell’Aia?

Ecco allora che, destati dal brutto sogno e consapevoli che lo stesso possa trasformarsi in realtà aprendo un incidente internazionale con il Vaticano senza eguali, dalle ambascerie dei palazzi del potere si starebbero mobilitando gli intermediari per “arginare la frana”. Così, secondo i bene informati, sembrerebbe che nonostante le apparenze e i proclami utili a mantenere coeso l’elettorato sostenitore della legge, non vi sia una piena volontà di approvarla così per come la conosciamo. L’ipotesi non è così peregrina se si considera che mentre la legge alla Camera è passata in un momento particolare in cui il Paese era in preda all’emergenza Covid 19, adesso lo scenario è completamente differente con i leader politici di Partito Democratico e Movimento 5 Stelle, Enrico Letta, Giuseppe Conte e Luigi Di Maio che, oltre a conoscere bene l’arte della mediazione, vantano ottimi e consolidati rapporti in Vaticano. D’altronde, chi è avvezzo al potere e ha nel dna la mediazione e il pragmatismo, sa bene come muoversi in terreni scivolosi per scongiurare rischi. Anche perché un fallimento in tal senso indubbiamente favorirebbe il consolidamento di nuovi rapporti tra centro destra e Vaticano che il centro sinistra ha tutt’altro interesse ad agevolare.

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