OGGETTO: Il Sud alla prova del PNRR
DATA: 10 Agosto 2026
SEZIONE: Economia
AREA: Italia
L’ingente iniezione di liquidità del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza grazie all’operato del secondo governo Conte, malgrado le incognite del caso, rappresenta una rilevante occasione di investimento di lungo periodo. Il banco di prova dove si gioca la possibilità di un’altra idea di paese e insieme il terreno di scontro dove si misurano gli interessi contrapposti delle borghesie locali.
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In principio fu la pandemia con i suoi disagi e incubi, la popolazione in uno stato d’assedio permanente per scongiurare il contagio, le dirette televisive del Presidente del Consiglio allo scopo di placare gli animi in subbuglio e di puntellare la tenuta sociale del paese, l’ombra onnipresente della recessione. Per fronteggiare la catastrofe futura per effetto del calo drastico del Pil che avrebbe portato l’Italia a diventare il fanalino di coda europeo, la UE varò una misura necessaria per impedire lo sgretolarsi delle economie nazionali, contravvenendo temporaneamente al suo rigido impianto ordoliberista fatto di pareggi di bilancio e divieto di economia espansiva neokeynesiana.

La politica italiana mise mano al fondo di investimenti per rilanciare il sistema paese dapprima con il governo PD-M5S stilando un’ambiziosa lista di obiettivi e missioni articolata su più livelli di intervento e successivamente con l’insediamento di Draghi che ne riscrisse alcune parti e cambiò l’accento strategico sulla digitalizzazione, l’istruzione e l’innovazione tecnologica (come sottolineato per Micromega da Filippo Celata il 3 maggio 2021) per finire con il governo meloniano che ne modificò l’impostazione generale, accentrandone il controllo a Palazzo Chigi con un’apposita unità organizzativa capeggiata da Raffaele Fitto rimodulandone i progetti per meglio riallinearli alle tempistiche della Commissione europea. Al di là della facile retorica, il programma di sostegno economico per il post-Covid ha visto crescere i sospetti di quanti lo hanno derubricato a puntello neoliberista molto più che un indice di un cambio di passo nelle politiche dell’Unione Europea. Come è stato difatti evidenziato da analisti indipendenti quali Thomas Fazi in un articolo per L’Indipendente del 10 febbraio 2022, il Recovery Fund è servito ideologicamente a rafforzare la presa dell’Europa attraverso vincoli e clausole (528 per l’esattezza) inchiodando obtorto collo i paesi membri al rispetto di una serie di condizioni di privatizzazione e abrogazione di norme anticoncorrenziali riducendo ancora e ancora la spesa pubblica già malconcia dopo le tante spending review.

Anche tralasciando questo punto, il PNRR, pur tra luci e molte ombre però, rappresenta comunque una (parziale) boccata d’aria fresca per un paese che attende di risollevarsi dopo le ricette neoliberali somministrate anche con la connivenza di sinistre colpevolmente succubi ideologicamente e riscopertesi liberal e post-ideologiche dopo aver buttato alle ortiche il “sogno di una cosa” di marxiana memoria. In particolare, provando a mettere mano col fine di ripianare i ritardi (esito di scelte politiche precise) cronici che hanno assicurato una subalternità economico-produttiva al Mezzogiorno tradito nelle promesse di sviluppo da classi dirigenti incapaci di risolvere l’annosa “questione meridionale”, come documentato dallo Svimez che attesta una ripresa economica per ben quattro anni di fila, malgrado pesi ancora significativamente nel Meridione l’emigrazione giovanile, la povertà assoluta e la forbice retributiva.

La politica economica espansiva realizzata coi fondi messi a disposizione dall’Unione Europea, facendo tutte le tare del caso e mettendo tra parentesi le mosse governative criticabili come l’enfasi su opere faraoniche di utilità questionabile come la cattedrale nel deserto del ponte sullo stretto, ha garantito all’Italia meridionale un volano per la crescita economica facendo tornare d’attualità il tema rimosso del rapporto Nord-Sud. Il rischio di svuotare le casse del PNRR correndo dietro a chi nelle amministrazioni guarda ingolosito a quel fiume di denaro per stringere rapporti incestuosi politico-affaristici con fette dell’imprenditoria, a detta per esempio dell’ex magistrato Piercamillo Davigo in un’intervista del Fatto Quotidiano del 2022, è forte. Già sono sotto i riflettori una serie di ritardi nei pagamenti rendicontati come ricordato dal professore associato di Economia Applicata alla Federico II Gaetano Vecchione intervistato da Nagorà, ma il trend potrebbe essere destinato a cambiare e l’antico stigma di un Sud che fa il sacco del nord come in un famoso e dibattuto saggio di Luca Ricolfi, smentito. Spostando la prospettiva dalle strategie del governo in carica per spendere i fondi rimasti e dalle critiche mossegli dalle opposizioni sugli sprechi e le grandi opere inutili alle quali sarebbero state preferibili manutenzioni mirate a cui ha dato seguito col suo operato la compagine governativa, la necessità di canalizzare il budget europeo offre lo spunto di riflettere sulle lancinanti disuguaglianze economiche che ancora strangolano una parte della Penisola.

Il capitalismo, anche italiano, giova ricordarlo, da sempre e per sempre vive della costruzione sempre nuova di disuguaglianze sul piano geografico che viene catturato dalla sua logica di accumulazione senza fine, coincidendo con un “automovimento del Capitale” che genera consustanzialmente economie subalterne (anche letteralmente una sopra l’altra nel medesimo paese con un’ autocolonizzazione endogena). Su questa linea in una recente pubblicazione per Orthotes da parte del giovane studioso marxista Angelo Calemme, il Sud negletto viene riletto facendogli giustizia a partire dai riferimenti teorici dell’originale meridionalista calabrese Nicola Zitara e nel connubio innovativo tra sociologia marxiana e psicoanalisi politica sulle orme del ricercatore Davide Tarizzo e della sua riflessione sulle grammatiche politiche inconsce e sui processi di soggettivazione politica e di fare comunità a partire da Jacques Lacan.

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Prestando orecchio alle complesse logiche interne dei meccanismi inconsapevoli di politicizzazione delle masse che ne spieghino le dinamiche di aggregazione, Calemme ha in mente di battere in breccia una visione di comodo, immacolata e postmoderna propria della sinistra liberale di oggi che non prende in considerazione il bisogno di “comunità immaginate” (con il loro correlato inconscio politico), le quali dimostrano un inedito potenziale resistenziale ed emancipativo. Si tratta, capovolgendo il quadro abituale che ci dipinge essenzializzandoli i popoli meridionali come condannati al sottosviluppo antropologicamente, dipanare il filo di una “sociopolitica dei Mezzogiorni” come la chiama l’autore, evidenziando le ragioni politiche che hanno impiantato un sistema semicoloniale da parte del Settentrione toscopadano nei confronti di aree del paese che si vedono drenato via il surplus deprimendone l’economia reale formando una lumpenborghesia funzionale ai centri di comando coloniali. Nella fattispecie asservendo alla Banca Nazionale il Banco delle Due Sicilie (si cita la relazione dell’allora deputato liberale Michele Avitabile che ne denunciò la ruberia), avviando lo scambio ineguale Nord-Sud, deviando verso le regioni settentrionali le risorse per il suo successivo decollo industriale. Peraltro lo sviluppo parassitario del Nord nei confronti del Sud meno arretrato di quanto non si creda (con borghesie molto attive sul piano economico scomparse nella storiografia compiacente) che viene sottosviluppato dall’afflusso di capitali verso il Centro Nord da parte della borghesia compradora meridionale che ne ha favorito la prima industrializzazione. A questo sviluppo del sottosviluppo meridionale fa seguito l’incomprensione del neonato movimento socialista che nella figura di Turati equivoca il genuino moto dei Fasci siciliani sposando una via al socialismo positivistica incapace di valorizzarne la forza d’attrito e di intuirne le chance emancipanti.

Si scambiò così fatalmente la diversa composizione sociale e il contadinismo con la reazione e un deficit di consapevolezza di classe, un mix di ingredienti inservibili per la causa rivoluzionaria, con la conseguenza di aprire le porte all’egemonizzazione del proletariato esterno del Sud da parte del “regime reazionario di massa” fascista che cooptò le masse rurali con la vuota promessa del corporativismo. Anche nel dopoguerra la working class meridionale viene subordinata al proletariato settentrionale, nota Calemme, non si avviano processi di ristrutturazione economica capaci di assicurargli un autosviluppo egualitario con la fetta di paese dominante limitandosi a riforme agrarie timide e interventi straordinari che non smuovono la situazione, mentre dall’altra parte i leader comunisti interiorizzano a partire da analisi datate di Gramsci una visione pregiudizievole del Sud come disintegrato socialmente e disunito per natura. Proprio per vincere l’impasse a cui si sono consegnate le sinistre incapaci di sintonizzarsi con le grammatiche politiche di quelle territorialità occupate per ricavarne strumenti di lotta in linea con i tempi, occorre prendere partito per un “separatismo di metodo” in grado di risollevare, per il ricercatore partenopeo, le economie depresse meridionali dalla loro sudditanza al Centro Nord, aprire ad un socialismo di mercato anche con forme di protezionismo ad hoc nelle prime fasi, realizzare l’uguaglianza tra i produttori senza inseguire la crescita come obiettivo fine a se stesso, la piena occupazione. 

Senza accettare per forza la ricetta radicale propostaci dall’utile saggio di Calemme, che ha già il merito di aver fatto chiarezza di una serie di luoghi comuni invalsi dietro la retorica di un’unità a parole d’Italia, riavvolgendo il nastro del nostro discorso e tornando al PNRR esso sarà veramente significativo se saprà diventare un primo passo verso una vera integrazione Nord-Sud senza perpetuare la logica asimmetrica di dipendenza di cui lo spopolamento e la carenza di strutture sanitarie adeguate per mancanza di investimenti mirati e piani di sviluppo durevole sono gli effetti diabolici. O la realizzazione di progetti e opere pubbliche per il tramite dei fondi erogati fungerà da base per un riassetto paritario del nostro paese oppure assisteremo all’ennesimo provvedimento straordinario monstre destinato a lasciare il nulla dopo di sé, sprofondando nella penuria regioni in balia di se stesse per scelte dei soliti noti.

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