OGGETTO: La necessità di uno Zar
DATA: 21 Settembre 2026
SEZIONE: Politica
AREA: Russia
Russia Unita ha vinto con quasi il 60% dei voti, come previsto da tutti. Eppure nessuna elezione è mai una pura formalità: la parvenza dell'esercizio democratico serve a legittimare il potere, anche quando il risultato non è in discussione. Quello che il voto non risolve è la crisi ideologica - il calice del Russkiy Mir si svuota, la guerra dura da 1700 giorni senza l'epica della Grande Guerra Patriottica, e i veterani che torneranno dal fronte peseranno sulla storia russa molto più di qualsiasi voto elettorale.
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Tra venerdì 18 e domenica 20 settembre si sono svolte in Russia le elezioni per rinnovare i rappresentanti della Duma. Come previsto, il partito Russia Unita, lo strumento politico del capo del Cremlino, ha vinto con quasi il 60% dei voti. Sono arrivati secondi i comunisti, terzo il partito liberal democratico e hanno fatto una nuova entrata nella Duma il partito del “nuovo popolo” e quello della “Russia giusta”. Tutti i partiti in questione sono in linea con le politiche del Cremlino, non si oppongono alla guerra, e laddove criticano il governo di Putin, per esempio sulle politiche economiche, il trattamento dei veterani di guerra, oppure le limitazioni di accesso ad internet, lo fanno in quanto opposizione sistemica, inglobata nella logica putiniana. L’opposizione all’infuori di questi parametri è stata da tempo repressa, con l’eliminazione di Navalny, il suo simbolo più importante degli ultimi anni.

È logico quindi che la stampa occidentale si sia largamente focalizzata, in questi giorni, sulla legittimità di queste elezioni dal punto di vista democratico, che sia stata data molta rilevanza all’esclusione di Jabloko dalle elezioni – un partito storicamente di scarsa rilevanza politica in Russia –  ma che ha beneficiato di una improvvisa popolarità in quanto unico partito ad opporsi dichiaratamente alla guerra. I media occidentali hanno naturalmente riportato una possibile paura di nuove mobilitazioni in seguito alle elezioni. 

Nulla di nuovo sotto il sole. Ma nessuna elezione può mai essere una formalità. Sebbene i risultati fossero già noti a tutti, la parvenza di un esercizio democratico a legittimare il potere è importante, non solo per il regime, ma anche per i russi. Putin è il primo interprete del suo paese da 26 anni. Dagli anni Novanta fino ai primi anni del Duemila, ha mantenuto la sua prima grande promessa innanzi al popolo russo: rendere la Russia un potere sovrano, quindi indipendente e capace di relazionarsi alla pari con le altre potenze. Non era ovvio; da Gorbaciov a Eltsin, la Russia sembrava implodere dall’interno. Il paese si è compattato attorno ad un nuovo leader, lo ha fatto, come spesso accadde, anche tramite le guerre, quelle cecene, quelle con la Georgia, guerre che pongono il russo come primus inter pares tra i popoli che compongono il campo post-sovietico. Di russificazione volontaria o forzata si è scritto molto quando ancora l’apparato sovietico, che con Stalin diventa di fatto lo Stato sovietico, fungeva da collante tra le varie repubbliche socialiste. La preminenza del popolo russo in quanto etnia ad aver maggiormente contribuito all’industrializzazione dell’impero dello Zar, fu spesso nella storia messa a repentaglio dalle rivoluzioni; i processi di disgregazione dei vasti territori russi e la perdita di influenza su quelli limitrofi spesso sfociano in reazioni profondamente nazionaliste, che promettono o garantiscono la preminenza del popolo russo all’interno di un vasto campo multinazionale. Dalla fine del giogo tataro mongolo in Russia verso la fine del quindicesimo secolo, questa dinamica si è sempre riproposta. 

Nel 1963, Alec Nove, economista e storico inglese, figlio di un menscevico, intitolò il primo capitolo del suo libro stalinismo e antistalinismo nell’economia sovietica: “Stalin era davvero necessario”? Attraverso un’analisi scevra di considerazioni morali, Nove considerò il carattere necessario delle politiche staliniste per compiere gli obiettivi preposti dal regime Russo negli anni Venti, ossia: una rapida industrializzazione e l’accentramento del potere politico. Nove, certamente un antistalinista, non parlava di inevitabilità dello stalinismo, bensì della necessità di quell’approccio economico e politico per raggiungere quegli obiettivi secondo le logiche di quel specifico regime. Aggiunge, che nulla di tutto ciò si sarebbe potuto verificare se non con il consenso della maggioranza della popolazione. Facendo un difficile e forse inopportuno salto temporale alla Russia che ereditò Putin negli anni Novanta si potrebbe riproporre lo stesso dilemma: Putin era davvero necessario? Quello che conta è che lo hanno creduto e lo credono ancora molti russi; nello specchio di Putin, intatto o rotto che sia, i russi sono soliti vedere un paese forte, sovrano e, soprattutto, in posizione paritaria con le altre grandi potenze mondiali. Con un altro paragone storico azzardato, che chi scrive farà a suo rischio e pericolo, si può dire che solo la seconda guerra civile europea abbia definitivamente affossato le illusioni di grandeur francesi, De Gaulle permettendo, che concepivano Parigi, per due secoli, come il vero centro del mondo.

E quindi queste elezioni sono l’ennesima conferma di una storia russa che segue il suo corso naturale, destino di un grande paese, ex impero? Per andare un pò contro il determinismo storico, si potrebbe dire di no e che alcuni cavi esposti potrebbero creare un cortocircuito. 

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Il 10 settembre 2025 uscì un’intervista della durata apparentemente impossibile, tre ore e trentotto minuti, a tu per tu tra la giornalista e documentarista Katerina Gordeeva e la diva russa per eccellenza, la Tina Turner di Mosca, Alla Pugacheva. Ad un pubblico occidentale questo nome non dirà niente, per i russi, invece, è un’icona. La regina della musica Pop russa, così la chiamavano i tabloid, è rimasta viva nell’immaginario collettivo nazionale dagli anni Settanta fino ad oggi; il suo pop melodico, a raccontare storie di amore, di donne forti ma ferite e di vita quotidiana sovietica, è passato dalle orecchie di almeno tre generazioni russe. Ma non come musica impegnata, non come prodotto di nicchia, bensì la vera espressione del pop popolare, quello che passa a ripetizione nelle playlist dei karaoke. Una barzelletta russa recita: “Nel 2030 un insegnante chiede allo studente: «Chi è Leonid Breznev?», lo studente risponde: «Una figura politica minore nell’era di Pugacheva». La ricca e influente cantante russa, che aveva tanto ammirato il giovane Putin al potere, tanto da dichiarare che «qualsiasi cosa pensassi di giusto, lui la faceva», è diventata una Foreign Agent. Un marchio di traditore della patria, ad indicare che la bocca di chi parla o la penna di scrive sono state comprate dalle orche occidentali – una curiosa metafora di Putin sotto campagna elettorale riferendosi alla presunta moria di orsi bianchi nell’artico, azzannati dalle orche (ma sembrerebbe che le orche non attacchino gli orsi polari). Nel 2022 dichiarò il suo disgusto per la guerra di aggressione contro l’Ucraina, abbastanza velocemente fu obbligata a lasciare il paese, andò in esilio, una parola che tanti oppositori del regime ancora faticano a pronunciare. Il destino di Pugacheva risuona forte, perché è un’icona e perché non è militante. Ma è lo stesso destino che hanno subito migliaia di oppositori al regime; Navalny, il più noto, l’incarcerazione di alcuni rappresentanti dello partito centrista Jabloko (mela in russo) e la conseguente messa al bando del partito stesso, il più recente. 

La stretta del regime sulle opposizioni non assorbibili dal sistema, per proteggere consenso e legittimità, potrebbe nascondere una crisi ideologica importante: Putin potrebbe aver esaurito il grande calice del Russkiy Mir (il mondo russo) che ha infuso per anni di odori mistici a difesa della grande storia millenaria russa, dei valori della famiglia tradizionale (questi ultimi due termini inseriti nella Costituzione nel 2020) e, soprattutto, di grande risentimento contro l’Occidente, forse sentimentalmente soprattutto contro l’Europa, che li attacca, li abbandona, non li vuole come alleati. La guerra contro l’Ucraina, dal 2014 in poi, si inserisce perfettamente in questo contesto: il Putin “necessario” ha voluto rimarcare l’importanza della Russia etnica e convogliare il nazionalismo sulla questione ben nota dei Rus di Kiev, da cui sarebbero confluite tutte le popolazioni russe. Al di là della logica dell’accerchiamento, per cui il regime continua a considerarsi aggredito piuttosto che aggressore, e mettendo da parte la “denazificazione” dell’Ucraina, si potrebbe forse dire che non tutti questi concetti hanno attecchito nella Russia degli ultimi anni? L’operazione speciale è guerra agli occhi di tutti, forse fin dall’inizio dei combattimenti; ma se l’indifferenza, e quindi il tacito consenso a ogni guerra purché se ne resti risparmiati, e questo è quanto accaduto a Mosca e San Pietroburgo, accuratamente tenute fuori dallo sforzo bellico, può anche funzionare a lungo, 1700 giorni di guerra lasciano comunque strascichi ovunque, non solo al fronte. Le province spesso ne sentono le dirette conseguenze, tra mobilitazione militare e file ai distributori di benzina, la sensazione che la guerra sia più vicina di quanto gli si faccia credere. Le grandi città potrebbero invece risentirsi per qualcosa di più esplosivo, la perdita del loro prestigio nel mondo. La costante e brutale repressione di ogni voce di dissenso è tollerata finché il regime può promettere un futuro grande, come da sempre si percepisce la Russia – Grande. 

Ma per quanto la retorica di una Russia tradita dall’Occidente e punita ingiustamente tramite l’uso dei droni ucraini e le sanzioni economiche può unire il popolo russo? Ad oggi, i più strenui sostenitori del regime come i membri della Giovane Guardia del partito del presidente, Russia Unita, parlano di guerra, e quindi scompongono l’artificio retorico dell’operazione speciale, e pongono l’accento sull’importanza dei veterani di guerra e del supporto che meritano una volta tornati in patria. Non è un caso che Putin abbia inserito nelle liste della Russia Unita un gran numero di veterani di guerra. Infatti, ciò che il Cremlino può controllare solo parzialmente sono i simboli collettivi. L’iniziativa popolare del “Reggimento Immortale” che portò decine di milioni di russi a marciare per la parata della vittoria del 9 maggio con foto dei loro familiari veterani della seconda guerra mondiale, fu un’iniziativa del tutto popolare che fu cavalcata ma non plasmata dal regime russo. Se è appurato che ogni cosa abbia un inizio ed una fine, quindi anche la guerra, come gestirà il regime il ritorno quasi improvviso di centinaia di migliaia di soldati dai vari fronti in Ucraina? Soldati che dovranno essere reinseriti, stipendiati, celebrati. Il peso politico dei veterani di guerra è sempre stato di enorme rilevanza nella storia, non fa eccezione quella russa, se si pensa all’impatto che hanno avuto nella rivoluzione del 1917.

Che direzione prenderanno i russi? È forse più semplice azzardare un pronostico sulle piste che non imboccheranno. Il Pivot to Asia annunciato da Putin nel 2012 ha un problema di fondo: i russi si sentono europei. Se la storia non mente, il popolo russo si è definito proprio in contrapposizione ai mongoli e ai tatari, che dal profondo Est esigevano tributi dalle terre dove oggi sorgono Mosca, Kiev e Minsk. Sciolte quelle catene, i russi sono entrati a pieno titolo nella storia europea, a volte inseguendo i successi di altri imperi e nazioni, altre ponendosi come arbitri di un equilibrio europeo sempre precario. La sensazione netta di appartenere a questa storia non è cambiata oggi. Eppure la guerra in Ucraina ha assunto i tratti di una guerra totale, ma senza traccia dell’epica né della sacralità che ancora oggi la Grande Guerra Patriottica rappresenta per i russi. Le elezioni del 18-20 settembre confermano l’inerzia del regime, ma non risolvono la sua crisi ideologica, una crisi che potrebbe spingere la Russia a interrogarsi di nuovo su se stessa, lasciando da parte il passato e volgendo lo sguardo verso l’orizzonte.

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