OGGETTO: La storia sono loro
DATA: 08 Ottobre 2026
SEZIONE: Società
FORMATO: Analisi
AREA: Europa
Da Créteil a Saint-Denis, sono le banlieue parigine a dettare la linea della protesta - non con la violenza delle rivolte del 2005, ma con una richiesta laica e universalmente francese. Bally Bagayoko scende in piazza con i suoi liceali e canta la Marsigliese. La France Insoumise ci mette il cappello, il Rassemblement National cavalca l'onda, Macron aspetta. La storia si muove, e il castello di carte della vecchia Europa trema.
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Se un cittadino europeo potesse per qualche ora scordarsi di appartenere al Vecchio Continente. Se potesse volare sul mondo e guardarlo con occhio ingenuo, innocente, come un bambino in fase di apprendimento. E se questo cittadino-bambino-europeo in preda all’amnesia fosse per qualsivoglia ragione particolarmente interessato ai giovani e alle loro istanze, il suo occhio cadrebbe su Parigi? A ben vedere, no. Si avventurerebbe prima a Nuova Delhi per incontrare quei milioni di “scarafaggi” che tengono sotto scacco il tanto temuto Modi, re incontrastato degli indù, e che da lui esigono un accesso al mondo del lavoro trasparente ed equo. Poi planerebbe ancora più a est, andrebbe a far visita ai giovani cinesi, di cui milioni vivono nelle città più tecnologiche del mondo, ma senza lavoro e odiano segretamente Xi Jinping. Poi farebbe la lunga traversata del Pacifico incuriosito da voci incessanti che scandiscono: “Free Palestine”, “Free Healthcare for all”, “Stop the War”. Vedrebbe come gli studenti universitari americani dettano la linea della protesta mondiale progressista. Riprenderebbe coscienza di essere un europeo solo se notasse i carri sindacali nei boulevard di Parigi a supporto dei liceali in corteo. Quanto rumore può fare uno Stato che vive di un passato glorioso ormai rilevante solo come tassello del mosaico europeo, esso stesso piccolo in confronto a potenze più grandi, più forti e più giovani di lui?

Eppure, l’occhio cade. In Francia la storia è in movimento. Il paese che più ha fatto a pugni con il suo passato coloniale è trascinato in piazza dai figli delle sue seconde e terze generazioni. Da Créteil a Saint-Denis, sono le banlieues miste parigine che dettano la linea della protesta, quelle che per prime hanno posto un problema politico con un messaggio universale, e universalmente francese: il diritto all’istruzione per tutti. La miccia è scoppiata al liceo Saint-Exupéry di Créteil ma non ha alimentato un incendio né fatto esplodere della dinamite. Gli studenti, i professori e i genitori hanno chiesto (e ricevuto quasi seduta stante) più personale, più mezzi, non in un contesto di forte disagio e violenza – che eccita l’immaginario perverso dell’odierno elettore di destra – ma in quello di un piccolo comune parigino di estrazione sociale medio-bassa dove la mixité vive in una calma relativa, da piccola borghesia. Le lezioni sono riprese il giorno dopo e gli studenti di Saint-Exupéry sono tornati in piazza per solidarietà nei confronti degli altri licei di Francia che li hanno seguiti a macchia d’olio. Uno di questi è il liceo Paul-Éluard di Saint-Denis. Chi conosce Parigi lo sa, le 93 (93200) è un codice postale che parla da sé: violenza, (dis)integrazione, islam, terrorismo e infine la Haine, il film.

Ma sono riferimenti stantii e vecchi. La Haine è un film del 1995, ben 31 anni fa. Le grandi rivolte delle banlieues del 2005 datano ormai 21 anni. Il terrorismo: nel 2015, un articolo del Corriere della Sera appariva con il titolo “Saint-Denis – il fortino dei terroristi islamici”, ma 10 anni dopo quale analista geopolitico serio può sostenere che il terrorismo islamico sia nato dalle banlieues e non da un movimento oscurantista islamico che ha avuto i suoi veri fortini tra Siria e Iraq in quegli anni? Oggi Saint-Denis è un comune multietnico alle porte di Parigi. Si spaccia? Probabilmente sì. Ci si può sentire insicuri? Anche. Ma poi basta guardare un video YouTube in 4K per intuire che non si tratta solo di degrado, violenza e droghe: a Saint-Denis passa il tram che porta al centro in 30 minuti. Si vede la polizia municipale, gli stemmi cittadini, negozi, banche, mercati e bar. Commercio e politica al servizio di una vasta comunità multietnica e multiculturale, due parole che sono diventate tabù anche a sinistra. Ma soprattutto, è un comune francese, dove chi ci vive si sente francese.

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Bally Bagayoko è stato eletto a sindaco della città il 15 marzo 2026. Il suo è un programma laico: politica degli affitti, democrazia locale, sicurezza. È sceso con corpo e mente nei cortei dei suoi liceali che hanno subito preso ad esempio Créteil. Tornando al nostro osservatore europeo, ancora decostruito e scordarello, passeggiando per Saint-Denis, a cosa assimilerebbe Bagayoko? Lo accosterebbe ai secchi incendiati, oppure all’abbraccio con i liceali cantando in coro la marsigliese? Se accettiamo l’assunto che il razzismo sia un costrutto sociale, come potrebbe il nostro osservatore europeo non pensare che Bagayoko sia esattamente quello che è: un sindaco alla testa di un movimento locale e nazionale, aperto a tutti e in marcia contro l’amministrazione centrale, in totale continuità con mille anni di rapporti di forza nell’esagono? Cosa c’è in fondo di più laico della scuola? Da Créteil a Saint-Denis, la protesta si è poi espansa a macchia d’olio sul resto del paese, da Lille a Marsiglia. La France Insoumise, volgarmente chiamata l’estrema sinistra francese, ci ha messo subito il cappello sfruttando la finestra temporale giusta per stare “dove stanno gli altri”, come ha affermato il criminologo Alain Bauer; si potrebbe aggiungere, “prima degli altri”. Si sono poi aggiunti i sindacati, timidamente le sinistre moderate, e in ultimo il contraltare della France Insoumise, il Rassemblement National, ben conscio di dover cavalcare l’onda del dissenso contro il Re Sole (Sòle) Macron pur vomitando odio razzista contro le masse in movimento.

E allora Macron tratta, lo fa senza farsi né vedere né sentire, lascia che il primo ministro Lecornu, uno sparring partner molto resistente, incassi le botte da ogni parte. Anche qui, secondo Alain Bauer, è un comportamento classico nel rapporto di forze francese da 1000 anni: si aspetta che proteste e repressioni esasperino la violenza per poi sedersi subito al tavolo e calmare le acque. Ma non si mette il cappello né sulle rivolte né sulle repressioni. Giolitti dalla tomba applaude. Eppure non sta funzionando: a Parigi si muove la storia. Per dirla in maniera netta: il sogno erotico dell’europeo bianco di potersi sedere nuovamente sul trono, guardando dall’alto i popoli del mondo lavorare per lui, specchiarsi in lui e sperare di diventare come lui senza però mai varcare la soglia del suo castello non solo è finito, ma è ridicolo. Il nostro osservatore nemmeno lo capirebbe. In un mondo in cui tutti vedono l’altro sullo schermo, sin dalla più tenera età sono coscienti di essere in un mondo molto piccolo e digitale, in cui il sospiro di un palestinese può essere sentito da un cinese e ricondiviso da un americano: quale senso avrebbe questa resistenza ad oltranza per cui ognuno debba stare con il suo “simile”?

Che non si possa per sempre essere iperglobalizzati senza mobilità di persone e lavoro è un’evidenza economica che molti non vogliono capire. Oggi Bagayoko è nel mirino dei razzisti di mezza Europa ed è il nemico numero uno di chi ripete sempre la stessa solfa: banlieues, violenza, disintegrazione, Islam, sottomissione. Ma ai ragazzi francesi questo non importa: la storia è in movimento in Francia perché la società è in evoluzione, se non già evoluta, e questo non è buonismo di sinistra, è sociologia: se ci si sofferma anche soltanto sulla percezione dell’omosessualità, del ruolo della donna e del colore della pelle tra il 1970 e oggi, c’è un abisso di differenza. Per loro Bagayoko è Alexandria Ocasio-Cortez e Mélenchon Bernie Sanders: il nuovo che rappresenta, il vecchio che guarda avanti. I restauratori rimarranno tali; hanno provato, esattamente come la corte di Versailles nel 1815, a sorreggere il loro mondo contraddittorio tra un passo di danza e un manganello. Nel 1848 il loro castello di carte crollò, oggi forse crolla qualcosa di molto più grande: la pretesa di essere soli e ricchi, di guardare il mondo da un oblò, certi che il cambiamento è roba di altri e non propria. Parigi è un tripudio di emozioni, e non c’è la haine.

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