OGGETTO: Scacco all'egemone
DATA: 12 Marzo 2026
SEZIONE: Geopolitica
Fallita la guerra-lampo in Iran inizia il conto alla rovescia sul reciproco logoramento. La nomina a Guida Spirituale del figlio di Khamenei dimostra la volontà di non cedere mentre Teheran tiene saldamente il controllo dell’escalation. Una pessima notizia per gli strateghi del Pentagono.
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Quando, intorno all’anno Mille, il sommo poeta persiano Firdūsī nella sua epica opera Shānāme (Libro dei Re) descrisse l’origine degli scacchi aveva ben presente come questo gioco, a differenza di quelli dove si utilizzano dadi, si basasse sul preciso calcolo delle mosse senza lasciare nulla al caso. Sulla scacchiera, infatti, si possono sacrificare perfino pezzi pregiati per battere l’avversario. Così, mentre Teheran brucia, a Washington si respira un’opprimente aria di malcelata disperazione. L’azzardo iniziale, la “scommessa al buio è fallita. La guerra-lampo tanto cara all’impaziente quanto volubile presidente s’è trasformata in una classica guerra di logoramento, coinvolgendo non soltanto l’intera regione ma l’economia globale in un estenuante conto alla rovescia.

L’attacco iniziale della coalizione israelo-statunitense – il “più grande dispiegamento aero-navale della Storia” secondo il Ministro della Guerra Pete Hegseth – che, nei calcoli della Casa Bianca, avrebbe dovuto annichilire l’Iran decapitando la leadership e inibendo qualsiasi risposta è miseramente fallito sia tatticamente che strategicamente. Missili e droni iraniani, giunti alla seconda settimana di guerra, continuano imperterriti a bersagliare basi e radar nemici mentre il martirio dell’ayatollah Khamenei – e delle innocenti vittime civili della prima ora – ha stretto il popolo intorno alla Repubblica Islamica, consegnando il potere ancora più nelle mani dei Pasdaran. Se, infatti, la Guida Spirituale di tutti gli sciiti è passata dal padre al figlio che ha visto morire nel bombardamento anche la madre e la moglie; l’intera architettura difensiva, articolata in un mosaico di 12 distretti autonomi nei quali ogni comandante ha il proprio compito da svolgere in completa autonomia, ha affidato di fatto il Paese al controllo dei Guardiani della Rivoluzione. Se l’intento era – come pare dalle continue richieste di Trump di resa in cambio di non ben chiari “salvacondotti” – quello d’ottenere un esecutivo malleabile disposto a chinare la testa di fronte alle richieste (sostanzialmente irricevibili) d’Israele, l’effetto ottenuto è esattamente il contrario: un’assoluta e ferrea determinazione a combattere fino all’ultima cartuccia.

Diversi sono gli errori del mal congeniato piano occidentale: il primo senza dubbio è quello di non aver tenuto conto dell’esperienza della Guerra dei 12 Giorni. Già nel giugno scorso infatti l’aviazione d’Israele s’era rivelata incapace d’individuare e distruggere i lanciatori mobili e le città missilistiche sotterranee iraniane, reputando così che semplicemente moltiplicando la forza d’attacco sarebbero riusciti dove già avevano fallito. Il secondo – più grave in quanto neppure direttamente controllabile – è stato quello di credere che bombardando un Paese la popolazione si sarebbe rivoltata contro il governo; da cui discende in questi giorni la febbrile speranza di trovare dei nuovi proxy  – curdi e azeri – a cui affidare l’onere d’una sanguinosa “campagna separatista” da combattere tra gole e montagne nel nord del Paese. Il terzo, frutto d’una sconsiderata hybris è stato quello di non consultare né alleati né partner regionali, lasciandoli completamente esposti alla mercé del contrattacco iraniano e delle conseguenze economiche del prevedibile blocco dello stretto di Hormuz.  

Dall’altro lato, invece, la strategia iraniana è parsa fin dalle prime ore ben congeniata per infliggere il massimo danno a tutte le basi americane nella regione che, sebbene quasi smobilitate, svolgono con i loro moli, hangar e magazzini, un’imprescindibile funzione logistica per mantenere l’iniziativa, e a tutti i Paesi del Golfo Persico colpendoli direttamente nel portafogli e demolendo l’illusione che mettersi sotto “l’ombrello difensivo statunitense” li renda immuni ai conflitti mediorientali, proteggendoli dal caos che Israele porta nella regione. Una strategia dalla doppia valenza perché, se da un lato distrugge la credibilità statunitense e l’attrattività di città-oasi finanziarie come Dubai o Abu Dhabi, dall’altro si ripercuote dolorosamente contro tutto l’”Occidente collettivo” mettendo a repentaglio i rifornimenti di idrocarburi e, quindi, esponendo le loro economie all’inflazione e alla riduzione del Pil.

Roma, Febbraio 2026. XXXII Martedì di Dissipatio

Strutturata per perseguire un ambizioso obiettivo a lungo termine, la guerra d’attrito iraniana ha dapprima preso di mira, sovraccaricandoli con missili e droni di più vecchia generazione, i sistemi di difesa aerea e i radar di allerta precoce riducendo la capacità d’intercettazione nei cieli d’Israele; permettendo così di prolungare i lanci riducendone il numero ma aumentandone l’efficacia. La difesa aerea inoltre, lungi dall’essere stata completamente soppressa, è ancora in grado di colpire costosi droni di ricognizione a lungo raggio e perfino jet; mentre l’aviazione israelo-americana prende di mira fabbriche, edifici governativi e magazzini per lo più vuoti. La campagna aerea della coalizione pare infatti prediligere la quantità rispetto alla qualità dei bersagli colpiti, distruggendo con vera “furia epica” edifici del tutto ininfluenti dal punto di vista bellico come lo stadio di Teheran, scuole e ospedali con il chiaro intento di fiaccare il morale della popolazione; cosa che, vedendo le quotidiane manifestazioni serali a favore del governo, non sembra sortire l’effetto sperato. Il recente rimprovero da parte dell’amministrazione americana nei confronti di Tel Aviv per avere colpito un impianto di produzione petrolifera e un desalinizzatore inoltre denotano un progressivo attrito tra i due alleati e non certo per ragioni umanitarie ma, semmai, proprio perché giunti in questa fase, nonostante la schiacciante supremazia aerea e navale, è l’Iran a esercitare il controllo dell’escalation. Nonostante Stati Uniti e Israele possano facilmente demolire le infrastrutture petrolifere ed energetiche iraniane, Teheran reagirebbe colpendo gli impianti estrattivi di Arabia Saudita, Kuwait, Qatar provocando uno shock globale di lunga durata e, nel caso dei desalinizzatori, ciò provocherebbe di fatto l’abbandono delle città e di gran parte dei territori degli Stati del Golfo. Un esodo di proporzioni bibliche che affosserebbe Wall Street. Gli Stati Uniti infatti, sebbene siano praticamente autosufficienti in campo energetico, non sono certo immuni dai prezzi dei Mercati energetici. Il blocco di Hormuz quindi per ora è necessario per esercitare pressione su tutti gli alleati vicini e lontani degli USA – tra cui i più colpiti sono Giappone, Corea, UE e India -, mentre la minaccia di minarlo rappresenterebbe l’extrema ratio in caso di un colpo alla propria capacità produttiva e di esportazione.

Una pessima notizia per il Pentagono che, mentre i giorni passano, vede assottigliarsi sempre più le riserve di bombe e intercettori senza disporre di concreti assi nella manica se non il ritirare batterie dal Pacifico – con grave scorno degli alleati – e aumentare lo schieramento di navi e aerei senza però cambiare l’indirizzo del conflitto. Trump d’altronde a giorni alterni vagheggia di “operazioni terrestri” per cui non dispone né di soldati né di centri logistici necessari a una simile impresa; denotando una completa mancanza d’una efficace strategia per vincere una guerra di cui non è chiaro l’obiettivo.

Se infatti l’Iran combatte una “guerra esistenziale” per la propria sopravvivenza e Israele una “guerra coloniale” per imporre il suo dominio all’intera regione; non è chiaro quale sia la motivazione che ha spinto gli Stati Uniti a partecipare a un conflitto così rischioso e logorante. La possibilità di controllare le riserve petrolifere iraniane non vale il pericolo di mettere a rischio la stabilità mondiale, dimostrare l’incapacità a proteggere le proprie basi e i propri alleati con i loro investimenti nell’economia nazionale, finendo umiliati e costretti ad abbandonare il Golfo Persico.

Mentre Mosca e Pechino assurgono agli occhi del mondo come portatori di stabilità e come Stati che mantengono la propria parola, cioè Nazioni di cui ci si può fidare e con cui si possono fare affari; Washington appare sempre più come portatrice di caos e inaffidabilità.

Difficile prevedere come un presidente “vincente” come Donald Trump possa uscire dal vicolo cieco in cui s’è infilato. Le elezioni di novembre, stando all’umore degli americani, sono già perdute; il movimento Maga è sull’orlo della rivolta; un accordo per un cessate il fuoco che gli salvi la faccia è fuori discussione da parte dell’Iran che sta pagando un forte tributo di sangue ed esclude categoricamente l’ipotesi di concedere ancora una volta tempo ai propri nemici per riorganizzarsi e attaccarlo tra qualche mese.

Qualcuno nell’entourage del presidente potrebbe escogitare una “mossa a sorpresa” che tanto si addice a questa amministrazione: un’operazione di forze speciali per occupare le strategiche isolette che controllano lo stretto di Hormuz o, addirittura, ipotizzare di prendere l’isola di Kharg da cui transita l’80% del greggio iraniano. Una vittoria che gli consenta di dichiararsi soddisfatto e chiudere la guerra ma, in un cielo ormai dominato dai droni fpv a basso costo, le perdite per tenere quel tipo di isole sarebbe elevatissimo. Chiedere agli ucraini in merito alla loro disastrosa esperienza a Krynky. E, soprattutto, Israele gli consentirebbe di sfilarsi dal conflitto lasciandolo solo ed esposto?

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